PASSAGGI CON FIGURE: Elianda Cazzorla – La Muraglia di Monopoli

monopoli- la muraglia alla banchina del porto

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La sentivo chiamare La Muraglia quando ero bambina, ora non so se la chiamano ancora così, di fatto è il muro di tufo che gira attorno alla banchina del porto del mio paese d’origine: Monopoli.  Nello scatto riportato è usato come il muro di un interno casa per quadri d’eccezione: foto giganti di ulivi secolari verde fosforescente marcati nel rosso di un tramonto da vision impossible. Gli ulivi dell’entroterra nel porto creano lo straniamento necessario per attirare l’attenzione di chi va, si ferma, commenta, si inorgoglisce e continua ad andare nel passo rilassato e nella chiacchiera oziosa della sera. L’attimo dello scatto, che attimo non è, se si contano le diverse prove volte a definire la spontaneità delle comparse, ha trasformato il muro esterno di una città in una quinta teatrale per il PhEst, la mostra fotografica internazionale che si tiene ogni anno, da un po’ d’anni.  Nello scatto riportato il muro è diventata una parete d’appoggio per le immagini e le persone disposte con perizia di finta casualità, il muro non limita più il mare, è parete per esposizione di opere d’ingegno a cielo aperto e a mare aperto, da agosto a novembre. Così scopri che il tempo muta la funzione dello spazio e può anche mutare il genere e il numero di un nome: in alcuni tratti, quel muro è  femminile plurale, Le Mura, come lo era tanto tempo fa quando proteggeva gli abitanti dagli attacchi esterni. Allora aveva una dignità di madre. Non tutti  erano dello steso parere: gli anziani la chiamavano La Muraglia, loro usavano il dispregiativo al femminile e la madre si trasformava in matrigna. Sarà per questo che in alcuni punti, in cui è intatto il camminamento di difesa utile ai soldati per guardare lontano e lontano, esposti al vento e alle burrasche, al sole che cuoce sul ferro delle loro armature, sarà per questo che sono stati posizionati due cannoni come testimoni del passato di morte. Al mio paese ci vado un mese l’anno, faccio di tutto per non sentirmi estranea e ritorno a quella parola, La Muraglia, che un tempo non sopportavo e ora mi fa sentire a casa, con le finestre ritagliate nel tufo scrostato e i fili elettrici a vista. Se osservo attentamente lo scatto riportato, volto a pubblicizzare PhEst, in basso, molto in basso, in primissimo piano, poco più in là delle sei gambe penzoloni, chiamate a muovere la scena, scorgo tre archetti di ferro arrugginiti. Riuscite a vederli? Nella realtà sono tre anelli per l’attracco delle barche dei pescatori che non attraccano più in quella insenatura. Vi assicuro che il mare c’è anche se non compare e la foto dichiara l’oggetto prezioso della mia nostalgia nella sua visibile assenza.

Elianda Cazzorla

 

Qui è il programma del PhEst 2021.

 

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