ATRIYÃNO- Loretta Emiri

disegno di atriyãno yanomani- realizzato in una lezione di alfabetizzazione iniziale attraverso l’imitazione della scrittura “racconta” la sua vita

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In presenza dell’interessato, il nome non può essere pronunciato. Per semplificare la manutenzione di registri e schede, i missionari davano agli Yanomami nomi occidentali. Analizzandoli si può risalire ai bianchi che si sono avvicendati nella missione e ricostruirne la genealogia. Carichi di suoni stranieri, gli indios ne semplificavano la pronuncia adattandoli all’alfabeto fonetico della loro lingua. Adriano era quindi yanomamizzato in Atriyãno. Durante il periodo della mia permanenza, per essere un po’ meno colonialisti e per valorizzarla, forgiavamo nomi usando morfemi della lingua yãnomamè, che è una delle quattro che compongono la famiglia linguistica yanomami.
A livello di équipe avevamo deciso di realizzare un piano di coscientizzazione, di cui l’alfabetizzazione di adulti nella lingua materna avrebbe fatto parte. L’aspettativa era di fornire alle comunità attinte conoscenze da usarsi per meglio difendersi nello scontro con il mondo occidentale, che stava invadendo il territorio indigeno attraverso i suoi fronti di espansione. A causa degli schemi mentali che continuavamo a portarci dentro nonostante le buone intenzioni e l’atteggiamento di ascolto e rispetto, supervalorizzammo la scrittura. Anni più tardi avrei concluso che, a causa della drammaticità della situazione, ai fini della presa di coscienza sarebbe stato più efficace e rapido fare un più massiccio e sistematico uso della trasmissione orale delle conoscenze, che è tradizionale nella cultura yanomami.
Atriyãno aveva preso l’iniziativa e chiesto di essere alfabetizzato. Da mesi viveva a contatto con i bianchi, si atteggiava a napè (straniero, non Yanomami), rigettava alcuni valori della propria cultura sostituendoli con pseudovalori della cultura nazionale. Volendo apprendere a leggere e scrivere voleva, probabilmente, avvicinarsi culturalmente al bianco, imitarlo. Avendo motivazioni personali, dei tre adulti coinvolti nella prima tappa del piano di lavoro fu l’unico che portò a termine l’esperienza e riuscì a leggere e scrivere nella sua lingua.
Per partecipare assiduamente alle lezioni, Atriyãno si era sistemato nel villaggio adiacente alla missione. Quando le tematiche sviluppate cominciarono a metterlo in discussione, cominciò a visitare il villaggio di origine, distante alcune ore a piedi nella foresta, e a permanervi per periodi sempre più lunghi. Le visite alla missione si fecero sporadiche, protraendo a quattordici mesi l’esperienza. Perfettamente reinserito nella comunità, tanto che era cominciata la sua iniziazione a sciamano, ebbe in realtà bisogno di settanta lezioni per alfabetizzarsi.
Mi vengono in mente volti idioti di bianchi che fanno domande tipo “gli indios riescono ad imparare a leggere e scrivere?”. Mi è dolce ripensare a quel periodo. Rivedo Atriyãno concentrato su ciò che sta scrivendo, paziente mentre mi rivela i segreti della sua lingua, attento alle mie parole, insaziabile nella sua curiosità, spumeggiante nella sua freschezza di alunno e giovane uomo. Rivedo i suoi occhi scintillare come oro il giorno che captò la relazione esistente fra suono e simbolo grafico. A distanza di tanti anni, i materiali scaturiti dalla ricerca linguistica e sperimentazione didattica da noi effettuate sono ancora usati da chi opera fra gli Yanomami. La creativa esperienza ci fece scrivere, con rosso urucu sul fondo bianco delle nostre anime, una relazione personale profonda, marcante, solidale.
La chiesa gerarchica si sentì messa in discussione dal nuovo piano di lavoro in atto, ma non rivide le sue posizioni, come Atriyãno aveva fatto. A notte fonda, semplicemente mi comunicò che alle prime luci dell’alba sarei stata caricata su di un camion e allontanata dalla missione, con ciò impedendomi di accomiatarmi dagli indios, di dare loro spiegazioni e la mia versione dei fatti. Trascorsi un arco di tempo in Italia per ricostruirmi psicologicamente e riorganizzarmi strutturalmente. Approfittai di quel periodo, sentito come esilio, per sistematizzare i dati raccolti durante l’esperienza. Per primo editai un libro di letture, perché grande era la preoccupazione di fornire ad Atriyãno uno strumento con cui approfondire la tecnica della lettura. Dato che non potevo farglielo giungere direttamente, spedii l’esemplare alla cortese attenzione del superiore della missione, pregandolo di consegnarlo, di comunicarmi reazioni e commenti del giovane e se il libro gli era utile. Non ho mai ricevuto risposta.
Sospinta da una forza interiore che mi fece superare i più svariati ostacoli, tornai prima in Brasile e poi nello stato di Roraima. Mi sistemai nella capitale. Erano giorni in cui non riuscivo a vedere come e quando avrei potuto percorrere il tragitto finale che mi separava dagli Yanomami; erano giorni in cui l’idea di essere a soli duecentonovanta chilometri, e non poterli raggiungere, mi metteva dentro impazienza e disperazione; erano giorni in cui l’espulsione dalla missione, e la forma disumana con cui avvenne, mi apparivano per quelle che erano state: manifestazioni di nazismo.
Improvvisamente, un giorno mi giunse notizia che Atriyãno era in città, ricoverato in ospedale per una ferita da arma da fuoco. Dopo averlo derubato dell’oro estratto, un cercatore bianco gli aveva sparato alle spalle. Le emozioni mi travolsero: l’idea di potermi incontrare con lui, la preoccupazione per le sue condizioni fisiche, la rabbia contro chi aveva sparato, ancor più intensa contro chi non impediva le sistematiche invasioni del territorio yanomami e chi le stimolava e cercava di legalizzare. Ricordo di aver pianto a lungo prima di riuscire a smaltire tante e così forti emozioni. Lo trovai che dormiva, avendo così modo di calmarmi. Lo svegliai. Mi fissò a lungo. Quando concluse che ero proprio io sussultò. E finalmente baci, abbracci, esclamazioni, gioia ci avvolsero. Dopo anni di silenzio, potevo finalmente raccontare ad Atriyãno la mia verità circa l’allontanamento dalla missione e chiedergli di gridarla agli altri.
Andai a trovarlo tutti i giorni. Sorpreso che le conservassi, le foto di Yanomami che gli mostravo attutivano la sua nostalgia di casa; le notizie e informazioni che mi dava attutivano la mia nostalgia di loro. Mi fece notare che, quando si era resa conto di chi fossi, la moglie di uno dei cercatori d’oro con i quali aveva avuto contatti aveva prudentemente smesso di fargli visita. Desiderava mangiare banane, ma sapendo che dovevo pagarle avrebbe voluto che non gliene portassi più. Un giorno lo trovai agitato e preoccupato; mi raccontò di aver visto passare dei militari lungo il corridoio e lui, debole e dolorante, si era nascosto in un cortile interno; furono dei militari a trasportarlo in città, subito dopo il ferimento. Quando un’infermiera, con aria maliziosa, gli chiese cosa fossi per lui, senza esitare rispose: “E’ mia sorella”.
Dimesso dall’ospedale venne trasferito nella “Casa dell’Indio”, fuori città, dove trascorse lunghi giorni in attesa di trovare posto su di un aereo diretto alla sua regione. Durante un fine settimana potetti ospitarlo a casa mia. Con sua grande gioia, lo feci dormire in un’amaca; non si era adattato al letto, che gli aveva rotto tutte le ossa, e al calore sprigionato dal materasso; dopo tanto tempo poteva così dormire un sonno lungo e profondo. Gli feci leggere pagine dell’abbecedario che avevamo preparato insieme; grande fu la sua sorpresa e gioia nel constatare che lo conservavo ancora. Non riusciva a scrivere a causa della ferita ancora dolorante. Con humour sottile dipinse situazioni della “Casa dell’Indio”: molte persone dentro la stessa piccola stanza; il bagno interno, sempre lurido e puzzolente, lo invitava a depositare nella prateria circostante i suoi escrementi; nel menù ossi grandi e senza carne, farina di manioca vecchia e con vermi; incoraggiato dalle mie risate, forgiava descrizioni e espressioni sempre più umoristiche. Trascorremmo insieme ore bellissime ricordando un passato incredibilmente presente.
Ce ne andammo a spasso per la città. La mia paura del traffico lo impressionò; lui non poteva sapere che l’ottanta per cento dei guidatori non aveva la patente e che il novanta per cento guidava in stato di ubriachezza. Gli mostrai l’ospedale, il luogo in cui lavoravo, la stazione di radiofonia, il centralino telefonico, l’ufficio dove depositavo lettere per gli amici, la cassetta che aspettava e accoglieva lettere degli amici, la casa dove si tagliano i capelli, la casa dove si comprano gli alimenti, la casa dove si comprano i vestiti, la casa dove si invoca Dio. Nel cuore della città gli mostrai il monumento di pietra al cercatore d’oro e diamanti, davanti al quale rimase impietrito per lunghi minuti; forse pensava che un cercatore d’oro aveva scolpito la sua carne: gli restavano varie cicatrici rotonde sulle spalle, cicatrici lungo un fianco e un braccio, un lungo taglio sulla pancia da dove i medici avevano tolto il sangue coagulatosi. Quando incrociammo dei militari, di nuovo entrò in panico. L’esperto cacciatore yanomami, scaltro e sicuro di sé nella foresta, nella giungla d’asfalto e cemento mi apparve piccolo piccolo, fragile, vulnerabile, indifeso. Mi lasciò un po’ preoccupato; dato che dovevo pagare tutto ciò di cui avevo bisogno, e date le dimensioni dell’orto, deve aver temuto che sarei finita col morire di fame. L’esperta donna bianca, scaltra e sicura di sé nella missione immersa nella foresta, nella giungla d’asfalto e cemento deve essergli apparsa piccola piccola, fragile, vulnerabile, indifesa.
L’incontro con Atriyãno aprì una breccia nel muro della vergogna, e divenne stimolo a portare avanti già avviate, kafkiane, pratiche burocratiche. Mentre la chiesa si permetteva di portare in foresta i turisti che voleva e gli invasori la penetravano indisturbati, quanti si prefiggevano di realizzare studi, ricerche, assistenza sanitaria, piani di lavoro che beneficiassero gli indios, dovevano ottenere autorizzazione scritta, rilasciata in Brasilia, dall’organo federale preposto. L’ottenni per tutta l’area yanomami, ma, fino a che Hitler si mantenne vescovo, mi fu proibito mettere piede nella missione e ad essa appoggiarmi per raggiungere le comunità tenute sotto il suo controllo: una piccola prova di come il potere temporale della chiesa possa prevaricare quello dello stato. Durante i viaggi che riuscii a fare in area yanomami, dovetti accontentarmi di rimanere a debita distanza dalla missione. Rividi molti amici e conoscenti. Mai più ebbi modo di incontrare Atriyãno.
Un mattino, molto presto, fui svegliata da sgradevoli colpi battuti alla porta di casa. Era la laica, senz’altro più ortodossa, che aveva preso il mio posto in missione. Mi comunicava che stava mettendosi in viaggio per riportare in foresta il cadavere di Atriyãno. Mi diceva che alcuni mesi prima, durante un litigio, il giovane uomo aveva vomitato sangue; che negli ultimi giorni era stato ricoverato in ospedale; che in un primo momento avevano pensato fosse cirrosi; che, dopo aver riscontrato la presenza nei polmoni di residui del proiettile sparatogli contro, avevano concluso trattarsi di tubercolosi. Aggiungeva di non essersi proprio ricordata di avvertirmi, ma io so che non ha voluto dividere con me la dolorosa gioia di alleviare la morte ad Atriyãno.
Il venerdì santo del 1993, a trentadue anni, già consacrato alfabetizzatore del suo villaggio, Atriyãno è morto in uno squallido ospedale di napèpè (stranieri, non Yanomami). Atriyãno, uno degli incontabili cristi indigeni crocefissi in nome del cosiddetto progresso. Per gli Yanomami, di lui restano gli scritti derivati dall’appassionata esperienza svolta nel campo della ricerca linguistica e alfabetizzazione di adulti nella lingua materna. Per me, di lui resta una nostalgia nitidamente scritta con rosso urucu sul fondo bianco dell’anima.

Loretta Emiri

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Nota al testo
Urucu: materia colorante estratta dall’omonimo frutto.

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