YVES BONNEFOY E LE PAROLE DELLA VEGLIA

patrick dougherty

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“La vera poesia è il contrario della solitudine, perché mira a rendere più intenso il rapporto con l’altro. L’artista solitario, rinchiudendosi nella propria differenza, finisce per non sopportare più gli altri. La vicinanza di altri poeti è invece sempre benefica alla poesia. Io ne ho beneficiato tutta la vita”, diceva Yves Bonnefoy in un’intervista apparsa il 5 luglio 2013 su “Repubblica” a cura di Fabio Gambaro, dove si capisce il fondamento di un bene comune che nasce dall’utilizzo della libertà di parola, o meglio della ricerca della libertà di parola, come precisa il poeta. I versi del grande francese, scomparso nel 2016, rendono alle cose la loro natura di essenza, non perdendosi in astrazioni ma restituendo una forma, come quando ci si sveglia al mattino e in uno stato di semi-coscienza appaiono immagini e pensieri sfilacciati, da rimettere in ordine. Il poeta non fa altro che continuare il sogno notturno in una veglia quotidiana dove incontra persone alle quali, simbolicamente, stringe la mano in un gesto solidale, appunto di vicinanza. L’interlocutore al quale Bonnefoy si rivolge è un soggetto complice, se non addirittura un soggetto d’amore, anche negli effetti di spaesamento e ritrovamento che frizionano tra loro in tempi lontani, come disse a Fabriano quando, dopo una conferenza, gli chiesi a chi si rivolgesse in particolare, quando scriveva. Da Le assi curve (Mondadori 2007): “Ti ascolto vibrare / nel niente dell’opera / che va faticosamente per il mondo. / Sento lo scalpiccio / dei richiami / che a sola pastura / hanno la lampada accesa. / Afferro a manciate la terra / in questo svasarsi tra pareti lisce / dove fondo non è / innanzi l’alba”. La poesia del riscontro con l’altro trova una sollecitazione, una strutturazione che permette un dialogo serrato, una fluttuante annotazione, una risposta nella ratio sensitiva. La tensione esistenziale avvolge un pensiero lineare, tanto che la realtà è scoperta nella concretezza delle cose. L’essenza è rappresentata proprio dalla terra che abitiamo. Bonnefoy viene dal Surrealismo che ha abbandonato per giungere ad un visione del mondo globale non informe. Da L’ora presente (Mondadori 2013): “Io ti offro questi versi, non perché il tuo nome / possa mai fiorire in questo suolo povero, / ma perché tentare di ricordarsi, / sono fiori recisi, il che ha senso. / Certi dicono, persi nel loro sogno, un fiore, / ma significa non sapere che le parole tagliano, / se credono di designarlo, in quel che nominano, / trasmutando ogni fiore in idea di fiore”. La pretesa del poeta è di inquadrare un tempo svilito, di accertarlo in una rilevazione composta, sensibile, fotografica. Nella veglia di un’ora che si affaccia nelle abitudini, Bonnefoy trascende ogni impronta civile. La lingua è allusiva, rarefatta, sospesa in un moto universale, nell’onirica interpretazione della fine di un’epoca e dell’inizio di un tempo dell’immaginazione. Il cronotipo dell’incedere visivo di Bonnefoy è la cadenza in un viaggio di stazioni, in un effetto di echi che si sente appena e si perde nel nulla, nel magma delle azioni meccaniche. Il ritmo è dentro un luogo, in un evento ritagliato nell’apparizione della solita veglia. Rimane la necessità di comunicare una conoscenza: il gesto di chi è abile a “immergere le mani nel linguaggio”, che non è solo quello dei vocaboli, ma anche del linguaggio fotografico. A Yves Bonnefoy ha sempre interessato il processo delle immagini sulla società e di chi ne subisce il fascino, al pari della parola scritta e parlata.

Alessandro Moscè

 

 

 

Le assi curve- Yves Bonnefoy

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