RACCONTANDO- Francesca Eleonora Capizzi: I giorni di Viola

roberto kusterle- i riti del corpo

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La visita era stata fissata a gennaio: il 25 del mese. Un mattino d’inverno Viola si reca in ospedale per apprendere, attraverso una ecografia, sulla vita del feto custodito in lei. Si tratta di una morfologica in cui colui o colei che la esegue dovrebbe cogliere la posizione degli organi del feto esaminato; la loro grandezza, il loro peso, la loro forma, la loro funzionalità e la loro normalità. È un esame a cui Viola non vuole sottrarsi. Lei si è sempre sentita anormale. Dopo ogni visita medica ricevuta, lei chiede sempre se non avessero confuso i referti o quanto margine di errore potesse esserci fra un’altra verità e il responso. Qualora le porgano parole o fogli su cui è scritto: nella norma, resta incredula assentandosi da una conversazione: domanda/risposta su una base di cosiddetto buonsenso. Le si aprono scenari in cui la materia si aggrega trasformandosi in forme infinite. Seguendo le immagini perdeva il filo del dialogo e non rispondeva a tono alle domande che in quel luogo le venivano poste. Le fu chiesto se la sua gravidanza era da considerarsi normale. Immediatamente provò un senso di impotenza. Ancora una volta la mente si staccò dal contesto o era una parte di lei che volava e non ce la faceva a parlare lo stesso linguaggio. Credette di sapere già tutto prima di iniziare quella ecografia ritenuta cosí importante dalle altre mamme. Si stende supina su un lettino reso igienico da metri di carta bianca e pura. Si scopre la pancia e riceve una cascata di gel freddo su cui il ginecologo fa muovere l’oggetto misterioso.Viola non è per niente tranquilla; è ripiena di un dolore non proprio conosciuto; rammenta alcune sensazioni portate a casa al ritorno dalla prima ecografia durante la quale, fra lievi smussamenti e lapidari monosillabi, infine le era stato detto: tutto a posto. Le sue mani sono diventate fredde come la sua pelle, ora un liquido la bagna per stemperare l’eccessivo calore. Una questione di chimica, di ormoni, di sieri e sostanze con cui il corpo si organizza per salvaguardare la vita. La vita di ogni organo-frazione o la vita di ogni individuo-intero? Sempre stesa, Viola guarda il monitor come se guardasse un organismo pauroso. Un piccolissimo corpo che contiene tutto l’immaginabile e l’inimmaginabile senza il limite della misura. Una fusione degli opposti. La vita è insieme alla morte, il benessere al malessere, la sanità alla malattia, l’infinitamente piccolo al grande. Una natura meno appariscente lega ogni cosa. Certo che lei ha intuito, prima ancora di ascoltre dalla voce del dottore, che qualcosa o più cose non vanno come dovrebbero andare. Allora si spoglia di altri indumenti per una immediata ecografia tranvaginale. Le resta il dubbio che, dopo averla fatta, possa ricevere risposte precise e che i presentiti segni possano scomparire lasciando un corpo normale sul monitor. Si riveste. Lo sguardo non è rivolto al visibile. Ascolta con attenzione le parole che le vengono dette. O forse è scissa, ogni senso le apre una percezione al massimo dell’umano. Resta in ascolto di ogni pausa, tono della voce parlante. Legge la voce e il silenzio contenuto. Le cose vanno proprio male già adesso, figuriamoci – lei pensa – dopo innumerevoli esami, amniocentesi, prelievi ematici, chiacchiere su chiacchiere con l’intera équipe dell’ospedale. Ritorna in ospedale per fare altre visite e nuove ecografie. Rimbalzando da un lettino a un altro, Viola rivolge domande su domande ai differenti medici che la visitano. Alcuni riescono perfino a non rispondere, altri a evadere le domande, altri ancora assumnono un’aria grave e distratta allo stesso tempo, altri si attengono a spiegare le condizioni di sofferenza fetale evidenziatesi nelle ecografie, tralasciando coloro che si esprimono con suoni di poche sillabe. Non le riesce di farsi visitare da una donna. Si ritrova senza indicazioni. Si sente abbandonata a se stessa. Sarà perché la sua gravidanza ha già superato i novanta giorni – si chiede – che si comportano in questo modo. Un comportamento assente, volutamente distaccato, addirittura contrariato. La Legge sull’aborto – lei sa che esiste e vige, dopo il referndum, almeno dagli anni ottanta – come è applicata in questo ospedale? Troppo silenzio segue ogni legittima sua domanda. Non è da considerarsi un buon segno. Ha la sensazione di essere controllata, giudicata quando pronuncia la parola, aborto. Ripassa mentalmente le sue conoscenze giuridiche. L’interruzione volontaria di gravidanza è legale fino ai primi tre mesi, e dopo? Oltre si potrà procedere solo in caso di gravi malformazioni, malattie del feto e/o della madre, intervenendo con altre tecniche come fosse una terapia. Riordina le idee. Lei non ha ancora deciso cosa fare. Qui non fanno che ripeterle parole sulla difficile, controversa vita uterina racchiusa in lei. Decidono che trascorrerà una settimana a vegliare il corpo.
Non sa bene se dovrà vegliare il corpo suo o il corpo del feto o magari entrambi. Viola trascorre la settimana camminando all’interno di se stessa accorgendosi di come le sia impossibile decidere per un’altra persona. Precisamente un feto di oltre cinque mesi. Dettaglio su dettaglio: una bambina. Dall’ospedale le è stato dato un tempo per… Per cosa? potranno cambiare cellule, organi, fluidi e flussi nel periodo di sette giorni? In questi giorni senza controllo emotivo potrebbe impazzire.
Una ossessione la rende vulnerabile senza via di fuga. Potrebbe pensare notte e giorno alla sua bambina malata. Potrebbe giocare al sì o al no. Potrebbe cercare di morire. Lei riesce soltanto a pensare ininterrottamente a lei che vive in lei. Un inconscio desiderio la vorrebbe morta, conclusa, defunta. La lunga notte di Medea. Non se la sente di compiere azioni definitive. I giorni sono trascorsi. Al mattino si reca in ospedale. Ha deciso di portare a termine la gravidanza malgrado le disastrose condizioni di quel corpo – tanto minuscolo da sconvolgerla – e qualche rischio per la sua stessa salute. Incontra il responsabile del reparto che sorprendentemente ha un linguaggio diretto, un modo di esporre privo di sentimentalismo, conscio e orgoglioso di sapere il fatto suo. Viola accoglie le sue impietose parole come acqua che lava disciogliendo quei granuli rimasti saturi.
La prima volta che le parlano apertamente di aborto terapeutico! Immediata la reazione, come se il dentro e il fuori trovassero un punto di allineamento e si trattasse di materia da togliere priva di legami sentimentali. Anche la materia ha i suoi flussi di sangue. Il corpo contiene. Il corpo esprime. Viola fu proiettata, dopo quella conversazione, in considerazioni di questo tipo e in altre di tipo organizzativo. Il mattino seguente sarà in ospedale per procedere all’aborto terapeutico che le è stato fortemente consigliato – unico possibile rimedio e definitiva cura – durante l’ultimo colloquio. Ha fatto un accordo, forse con se stessa e la sua bambina; forse con un sentire che a un tratto le ha dato altri spunti per considerare la situazione; forse con l’indifferenza degli organi del corpo umano; forse con il concatenarsi degli elementi naturali; forse. Decidere è un qualcosa a cui vuole appendersi, ma non le toglie nessuna sofferenza. Viola se ne sta lì in compagnia di sua figlia gravemente ferita dalla stessa vita; sente perfino alcune sensazioni provate nell’utero di sua madre e crede di comprendere aspetti finora nascosti. Non sa spiegare. Procede per visioni. Non continuerà a raccontarle dopo le risatine e le frasi scettiche di quel luogo scientificamente qualificato. Per essere pronta intende che non si tirerà indietro; porterà a termine il suo aborto terapeutico anche se si tratterà di una bambina dalle mani perfette e dalle unghie leggermente a punta.  

 

Francesca Eleonora Capizzi

 

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