L’INCANTO DELLE VESTI- Adriana Ferrarini a Palazzo Mocenigo

 

Nessuna parola, ma gesti minimi e precisi scanditi da una musica pacata e incalzante insieme. Anche i colori sono ridotti all’essenziale, solo bianco candido e avorio su fondo nero, e i due operatori sono tanto discreti che quasi non si vedono. Il video “Incanto delle Vesti: il Settecento” illustra le operazioni essenziali nella vestizione di un uomo e di una donna del Settecento, rinunciando totalmente ai  colori da voliera d’uccelli tropicali, così amati nel 700, come ai voluttuosi ricami e  ai tessuti preziosi: in tal modo l’attenzione di guarda, senza altra distrazione possibile, risulta rivolta solo ai rituali e alle forme che nel vestire e nella vestizione dei ceti elevati venivano messi in scena nel Settecento. Interessante in particolare la sistemazione, sui fianchi del manichino, del marchingegno che veniva legato in vita per creare quella robe a panier che trasformava il corpo delle donne in fantastiche e voluminose creature fruscianti e rendeva loro difficile, se non impossibile, passare attraverso le porte. Ma forse il suono prodotto dalle loro vesti ingombranti era come il canto delle cicale: un irresistibile richiamo erotico.

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L’“Incanto delle Vesti”, progetto  realizzato per la didattica dall’Associazione Culturale Ispirazione e collocato sul sito del Museo di Palazzo Mocenigo a Venezia, è anche un invito a visitare, ora che finalmente i musei hanno riaperto i battenti, le sale di Palazzo Mocenigo. Il museo veneziano, che è anche Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo, nel recente allestimento ideato dall’architetto, regista e scenografo Pier Luigi Pizzi, appare come un gran teatro nel quale di sala in sala si assiste a una messinscena diverse: dal grande tavolo imbandito con vasi e zuppiere e coppe e candelabri di un vetro così fine da parere fatti d’aria nella sala tre, alla sequenza di sale dedicate al profumo che espongono materie prime rare ed esotiche, come il benzoino, lo zibetto, l’ambracane, la costosa e ricercata ambra grigia, secrezione intestinale del capodoglio. Curioso, in questa sezione,  è anche l’organo del profumiere, macchina per inventare profumi a partire dalle centinaia di olii essenziali dei flaconcini qui disposti ad anfiteatro.

Ma  la più affascinante di tutte, per me, è una minuscola saletta, dove, in marsina e gilet e jabot, tre manichini sembrano guardarsi, inconsolabilmente muti, negli specchi incorniciati d’oro che affiancano e interrompono lo schieramento di gilet esposti negli scaffali intorno a loro, per tutta l’altezza delle pareti. Più di cinquanta gilet in tessuti preziosi, sete, damaschi, lampassi, tutti riccamente ricamati e decorati di fili d’oro e d’argento, secondo una palette di colori che il Settecento francese si compiaceva di nominare in modi raffinati e grotteschi: color pulce giovane, ghiaccio appena arrivato, fango di Parigi, fumo d’Opera, sospiri soffocati, incarnato di vecchio. Ognuno chiuso nella sua cella seriale, i settecenteschi gilet stupiscono per la perfezione della loro manifattura, e nella loro inutile bellezza evocano in modo struggente la vanità di un’epoca frivola e la fugacità del tempo.

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Adriana Ferrarini
 
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