DALLA PAROLA POETICA ALLA MUSICA- Sergio Pasquandrea: Cantare Michelangelo

raccolta sonetti di michelangelo buonarroti- prima pubblicazione

 

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Il nostro petrarchismo cinquecentesco, si sa, ha prodotto perlopiù eleganti esercitazioni scolastiche. 

Ci sono delle eccezioni ovviamente: il severo classicismo di Giovanni Della Casa, oppure certe terzine di Veronica Franco, traboccanti di fresca sensualità. E poi, ovviamente, c’è Michelangelo, che è tutt’altro che elegante: i suoi scritti sono quelli di un autodidatta, la versificazione è spesso faticosa, ma è proprio questo a donare ai suoi sonetti una forza grezza e materica, che mi ha sempre fatto venire in mente la Pietà Rondanini, l’estrema opera su cui il maestro, ormai quasi novantenne, imprimeva a colpi di scalpello la sua tormentata religiosità.

I sonetti michelangioleschi, nei secoli, hanno colpito la sensibilità di diversi musicisti. Oggi ve ne presento tre esempi, in rigoroso ordine cronologico.

Il primo sono i Michelangelo Lieder di Hugo Wolf (1860-1903), che visse la sua breve e tragica esistenza in mezzo a quell’inaudita concentrazione di geni che fu la Vienna fin-de-siècle. Composti nel settembre del 1897, questi tre lieder su testi michelangioleschi sono l’ultimo lavoro terminato dal compositore, che alla fine di quell’anno sprofonderà nella follia causata dalla sifilide e finirà i suoi giorni in un manicomio.

Vi presento il secondo – e più celebre – della serie, intitolato Alles endet, was ehstehet (“tutto ciò che sorge finisce”), con il testo italiano originale (Rime, XXI), l’adattamento tedesco di Walter Heinrich Robert-Tornow  e la ritraduzione italiana del testo tedesco. Si tratta di una riflessione sulla morte e sul tempo che passa, scandita dal ritmo degli ottonari ed espressa in musica tramite una lenta ed elegiaca melodia, descritta da Wolf stesso come “una delle cose migliori che abbia mai scritto”.

 

Testo originale

 

Chiunche nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e ’l sole
niuna cosa lascia viva.
Manca il dolce e quel che dole
e gl’ingegni e le parole;
e le nostre antiche prole
al sole ombre, al vento un fummo.
Come voi uomini fummo,
lieti e tristi, come siete;
e or siàn, come vedete,
terra al sol, di vita priva.
Ogni cosa a morte arriva.
Già fur gli occhi nostri interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e neri,
e ciò porta il tempo seco. 

 

Traduzione/adattamento tedesco

 

Alles endet, was entstehet,
Alles, alles rings vergehet,
Denn die Zeit flieht, und die Sonne sieht,
Dass Alles rings vergehet,
Denken, Reden, Schmerz und Wonne;
Und die wir zu Enkeln hatten,
Schwanden wie bei Tag die Schatten,
Wie ein Dunst im Windeshauch.
Menschen waren wir ja auch,
Froh und traurig, so wie ihr;
Und nun sind wir leblos hier,
Sind nur Erde, wie ihr sehet;
Alles endet, was entstehet,
Alles, alles rings vergehet!

 

Retrotraduzione italiana del testo tedesco

 

Tutto ciò che sorge finisce,
tutto, tutto muore,
perché vola il tempo e il sole vede
che tutto muore,
pensieri, discorsi, dolore e gioia;
e i nostri discendenti
svaniscono come le ombre di giorno,
come una foschia nella brezza.
Uomini eravamo anche noi,
felici e tristi, come voi;
e ora siamo qui senza vita,
siamo terra, come vedete;
tutto ciò che sorge finisce,
tutto, tutto muore!

 

 

Ho scelto proprio questo lieder non solo per la sua bellezza, ma anche perché venne messo in musica una seconda volta, nel 1949, da Luigi Dallapiccola nei Tre poemi per soprano e orchestra da camera su testi di James Joyce, Michelangelo Buonarroti e Manuel Machado.

Invece del dolente e tormentato romanticismo di Wolf, qui troviamo una musica pienamente allineata al clima espressivo dodecafonico: il sottotitolo è, emblematicamente, Variazioni su una serie dodecafonica e la suite è dedicata ad Arnold Schoenberg per il tuo settantacinquesimo compleanno. 

Il brano, nelle parole di Giorgio Graziosi, “disegna un’ampia arcata che da suoni e timbri scuri, gravi, talvolta alla soglia del percettibile, ascende gradualmente al prorompente fortissimo del grido dei morti ai vivi «Come voi uomini fummo, lieti e tristi come siete…»; per poi declinare e perdersi lentamente in suoni di nuovo «senza luce», «senza colore», «pallidi» o «misteriosi» oppure «come un soffio» quali li indica esplicitamente la partitura, come tutte quelle di Dallapiccola prodiga d’attenzioni e di intenzioni”.

(Per inciso, Dallapiccola compose anche, fra il 1933 e il 1936, i Sei cori di Michelangelo Buonarroti il giovane, ma i versi sono di un omonimo pronipote dell’artista, che visse tra il 1568 e il 1646).

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E terminiamo con la Suite su versi di Michelangelo Buonarroti Op. 145a, che Dmitri Šostakóvič scrisse nel 1974, quando era già gravemente malato e intravedeva la prossima morte (scomparve, a 69 anni, il 19 agosto 1975, dopo un’esistenza straziata da un rapporto tortuoso e conflittuale con la censura sovietica).

Vi propongo il primo numero della suite, intitolato Verità e basato sul sonetto che porta il numero 6 nel canzoniere michelangiolesco. Il testo, indirizzato forse a Papa Giulio II, è una riflessione sull’ingratitudine umana, che doveva ben risuonare in un animo amareggiato e deluso come quello di  Šostakóvič. Per quanto riguarda la musica, il clima è quello, tragicamente raggelato e doloroso, tipico dell’ultima produzione del compositore russo.

La versione che vi presento è quella più eseguita, per voce di basso e orchestra, ma ne esiste anche una, meno nota, per sole voce e pianoforte.

 

Michelangelo Buonarroti, Rime, VI

 

Signor, se vero è alcun proverbio antico,
questo è ben quel, che chi può mai non vuole.
Tu hai creduto a favole e parole
e premiato chi è del ver nimico.


I’ sono e fui già tuo buon servo antico,
a te son dato come e’ raggi al sole,
e del mie tempo non ti incresce o dole,
e men ti piaccio se più m’affatico.


Già sperai ascender per la tua altezza,
e ’l giusto peso e la potente spada
fussi al bisogno, e non la voce d’ecco.


Ma ’l cielo è quel c’ogni virtù disprezza
locarla al mondo, se vuol c’altri vada
a prender frutto d’un arbor ch’è secco. 

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Buon ascolto a tutti.

 

Sergio Pasquandrea

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