ADARELLA NELLA GIUNGLA- Loretta Emiri

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La madre-padrona la votò all’obbedienza. Venne alimentata dal padre, che era buono e genuino come il pane fatto in casa. Il mancato suocero, esploso insieme alla mina con cui stava cercando di abbattere un albero, riuscì a farne brillare l’indole chiamandola Adarella. A lei piaceva ricamare, ma la madre la mandò ad imparare il mestiere di sarta per uomo. Il padre e quattro fratelli le garantirono il lavoro durante la seconda guerra mondiale e nel non meno bellico dopoguerra. Quando molto consumati, gli indumenti venivano rigirati, più tardi rimodellati per i figli maggiori, successivamente adattati ai minori, infine regalati a parenti e conoscenti campagnoli. Coperte servirono per confezionare cappotti, lenzuoli vecchi divennero mutande. Quando andava nella frazioncina di campagna a trovare la famiglia del futuro marito, per sdebitarsi dell’ospitalità non faceva altro che tagliare e cucire. Passò in bianco la nottata che precedette il suo matrimonio, ultimando i capi di vestiario che i fratelli avrebbero indossato. Da sposata, l’esiguo stipendio di lui la induceva a passare notti in bianco lavorando per gli altri e così sbarcare il lunario. Le si sente dire spesso che, se disponesse di una lira per ogni punto messo, sarebbe una signora. Una così laboriosa e statica, al tempo stesso, esistenza non faceva certo pensare che un giorno la sarta Adarella avrebbe intrapreso un viaggio nel tempo e conosciuto un gruppo umano che non usa vestiti. 

Sbalordì tutti il giorno che, anziana, inesperta e sola, affrontò un percorso intercontinentale per raggiungere la figlia, felicemente abbandonata da quella specie di marito che aveva. Non conoscendo i retroscena del mistero buffo, Adarella si precipitò al suo fianco pensando di doverla consolare. La vide svolgere laboriosamente e dinamicamente il suo ruolo di volontaria nella missione immersa nella giungla; la vide pienamente realizzata e serena; capì che l’apparente abbandono del tetto coniugale da parte del genero doveva essere definito con termini più propri quali, ad esempio, scarcerazione della figlia detenuta. Tranquillizzatasi, Adarella cominciò a guardarsi intorno. 

A bordo di una camionetta aveva percorso l’ultimo tratto che la separava dal mondo indigeno: una strada di terra battuta rossa come il sangue degli Yanomami morti all’epoca della sua costruzione, rossa come ferita prodotta nel seno verde della foresta. Attratta da maestosi alberi in fiore, le aveva fatto piacere sapere che di lì a qualche mese, quando avrebbe percorso la strada in senso inverso, avrebbe ammirato la fioritura di altre specie, con altre prorompenti forme, altri smaglianti colori. Durante il viaggio, l’abbottonato superiore della missione che l’accompagnava si era sentito in dovere di prepararla ad affrontare la nudità degli indios; catechesi perfettamente inutile dato che un manto di naturalezza e dignità vestiva sontuosamente quei nudi.

Trascorse in bianco la prima notte, ascoltando emozioni e la vasta gamma dei misteriosi rumori della foresta. L’indomani avrebbe saputo che il suono recepito come il più minaccioso altro non era che il coro delle rane che le davano il benvenuto. Entrando nella grande casa comunitaria sentì di trovarsi in un tempio; come altrimenti definire il luogo in cui pacificamente vivevano insieme le numerose famiglie facenti parte il gruppo locale Wakathautheri? Osservando suppellettili e materie prime usate dalla comunità, quantificò il troppo che lei possedeva. L’allegria e giovialità di quella popolazione che non disponeva di tecnologia, beni materiali e superfluo accumulato, le rivelò che poche sono le cose di cui l’umanità ha veramente bisogno per vivere serenamente.

Trascorse giorni osservando flora e fauna. Quando il rumore del motore della barca si fece troppo vicino, vide un anaconda guizzare nelle acque del fiume e lasciare la roccia su cui era sdraiato a prendere sole. Quando le risatine ironiche degli altri la orientarono, sotto il suo sgabello individuò una coppia di chilometrici millepiedi. Quando gli sguardi preoccupati degli altri la orientarono, saltò via dalla sdraia sotto la quale si era fermato un grosso ragno sprigionante peluria che provoca prurito violento e irritazione alla pelle. Passeggiando in foresta cercava con gli occhi le differenti specie della felce. Si vide offrire orchidee. Fece molte eccezioni alla dieta per diabete, non resistendo alla tentazione di mangiare banane succulente perché raccolte nel momento giusto. Ognuna con dimensioni, colori, odori e sapori differenti, le dodici specie coltivate dagli Yanomami vennero da lei mentalmente messe a confronto con l’insipida banana importata nel primo mondo da monoteistica compagnia multinazionale. Non condizionata da etnocentriche concezioni culinarie, non disdegnò specialità locali fra cui caimano e tartaruga, però nessuno riuscì a convincerla ad assaggiare prelibata carne di scimmia. 

Trascorse giorni osservando flora e fauna umana. Vide un missionario mostrare la mano aperta mentre chiedeva a un indio di tagliare cinque caschi di banane. Costatando che ne aveva tagliati una ventina, l’occidentale non potette che prendersela con sé stesso: aveva infatti dimenticato che nella cultura yanomami il gesto indica una grossa quantità, significa cioè, esattamente, “molti”. Un giorno accompagnò lo stesso missionario nel vicino villaggio degli Opikètheri. Restandosene seduta sul predellino del camion lo osservava assistere alcuni malati, quando un giovane indio le si avvicinò e le fece capire, nel linguaggio universale dei gesti, che voleva accedere alla cabina e impossessarsi del fucile. Venne assalita dallo spavento non sapendo come fronteggiare la situazione, ma il missionario già scaricava sulle spalle del giovane una gragnola di pugni, altra tipica espressione di linguaggio universale, anche se non propriamente evangelico. 

Vedendo alcuni uomini lavorare sotto la pioggia, fece sorridere l’équipe della missione avendo istintivamente suggerito di inviarli a mettersi al riparo; e rise di sé stessa quando razionalizzò che non avevano indumenti da proteggere dall’acqua. Il vecchio Porako la circuiva con tenacia per convincerla a regalargli una delle sue vestagliette quando fosse partita. Istintivamente, Adarella gliela avrebbe lasciata. Razionalmente, sua figlia la dissuase affinché non si rendesse complice di scomodi precedenti, inutili dipendenze, dolorose situazioni. Proprio in quel periodo, il capostipite degli Opikètheri se ne andava in giro sfoggiando traforate mutande rosa da donna. Il gesto caritatevole di un bianco aveva trasformato l’altero sciamano in patetico accattone, ignaro pagliaccio. La corsa di uomini, donne, vecchi e bambini in direzione della pista di atterraggio per piccoli aerei, segnalava che ne stava arrivando uno molto prima che Adarella e gli altri occidentali ne avvertissero il ronzio del motore. Ogni visita faceva entrare in clima di festa l’intero villaggio, che accoglieva i nuovi arrivati come il pubblico accoglie artisti e fiere del circo.

Un giorno l’aereo portò indietro il bambino sordomuto che aveva trascorso un lungo periodo nella città di San Paolo. Nell’attesa dello sbarco, il papà guardava Adarella, comprimeva le mani sul petto e gesticolava come se gli venisse strappato il cuore, con ciò comunicandole la grande emozione che sentiva per il ritorno del figlio. Il bimbo scese dal velivolo impeccabilmente vestito. Strada facendo si tolse la maglietta, poi i calzoni. Nella maloca lo liberarono di scarpe, calzini e mutande. Quando riapparve nella missione, camminava coprendosi il sesso con le mani e guardando i bianchi con aria vergognosa e imbarazzata. Adarella sbloccò la situazione sorridendogli e facendogli una carezza. Felice per l’assenso che aveva colto nel gesto, il bambino si liberò anche del velo di falso pudore con cui i genitori adottivi lo avevano avvolto, e corse via sollevato, raggiante. Circolarono due versioni a proposito del ritorno del piccolo sordomuto. La versione pubblica parlava della sua incapacità di inserirsi nella giungla di cemento. La versione privata sosteneva che i genitori adottivi avevano le scatole piene dei problemi che una così particolare adozione comporta.

Ad Adarella venne affidata una missione speciale: accompagnare in città Maahimè per accertamenti, dato che non si riusciva a bloccarne la dissenteria. Nonostante sapesse della loro innocuità, e anzi le vedesse incessantemente assorte nella cattura di fastidiosi insetti, le eteree lucertoline che scorrazzavano lungo le pareti della stanza d’ospedale avevano il potere di spaventare Adarella più dei misteriosi rumori notturni della foresta. Per la bimbetta, invece, fastidiosi erano i vestiti che le suore cercavano di farle tenere addosso, sistematicamente tolti con la complicità della nonna italiana appena quelle giravano l’angolo. Ricevettero molte visite, perché alle religiose piaceva mostrare come la bambina yanomami baciava Adarella ogni volta che questa, in italiano naturalmente, le diceva: “Dai un bacino a nonna?”. Tornate in foresta, la frase venne ascoltata da Maria José, giovanissima zia di Maahimè. Interpretata nel modo foneticamente più vicino all’alfabeto e al mondo yanomami, ne risultava un’espressione che potrebbe essere tradotta come “la coda del formichiere è delicata”. Ogni volta che Maria José incontrava l’anziana signora le rideva in faccia e le rifaceva il verso, riuscendo a indispettirla; quando però sua figlia le spiegò cosa c’era dietro l’insolenza della giovane, anche Adarella rise della sua strampalata frase.

All’osservazione dell’universo che la circondava, corrispose l’interesse con cui l’anziana signora venne osservata dagli Yanomami. Appoggiato contro le zanzariere che proteggevano le finestre dei locali facenti parte la missione, c’era sempre qualcuno che la scrutava. La videro preparare pasta all’uovo usando una bottiglia a guisa di mattarello. La colsero grattandosi a sangue a causa del prurito provocato dalle punture dei più svariati insetti, per proteggersi dai quali non le giovava andare in giro tutta sigillata, addirittura indossando, per la prima volta nella vita, calzoni che la facevano sentire ridicola. Osservandola lavorare all’uncinetto, alcune donne le chiesero di insegnare loro quella tecnica, subito appresa; rendendosi però conto che non poteva avere un’applicazione pratica, disertarono le lezioni e le lasciarono in dono il prezioso uncinetto di osso di scimmia con il quale si erano esercitate. Fu vista spesso alle prese con una macchina da cucire a pedale, poiché volle sdebitarsi dell’ospitalità aggiustando panni vecchi per la missione e la sua équipe. Il soprannome che gli Yanomami confezionarono su misura per lei non poteva che essere “colei che cuce”.   

Per colei che aveva trascorso una vita cucendo venne il giorno dello strappo. Il villaggio intero accorse per vederla partire. Era presente anche il giovane uomo che, non si sa bene quanto scherzosamente, aveva provato a chiederla in matrimonio. Molti l’accompagnarono fino a un ponte caduto sul fiume Ajarani, dove ci sarebbe stato bisogno di loro per effettuare il solito, faticoso trasbordo. In barca, a metà strada fra una sponda e l’altra, Adarella annodò lembi di mondo e ne ricavò un fagottino che si porta sempre dietro. Vi ha messo insieme ritagli e una bella foto che l’immortala a bordo di un camion mentre, con capelli al vento e sguardo birichino, guarda verso la giungla della vita.

Loretta Emiri

1 Comment

  1. Che delizioso racconto! La mamma di Loretta è decisamente una donna fortunata. Mi piace molto l’affettuosa ironia che circola in questi racconti, e il messaggio semplice ed essenziale che ne deriva: siamo circondati dal troppo! e dall’inutile.

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