LA SCRITTURA CORALE DI FRANCO LOI- Alessandro Moscè

toulouse – campus du mirail, université toulouse -seminario poesia dialettale di franco loi

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All’inizio di gennaio di quest’anno è venuto a mancare a Milano, a quasi 91 anni, il poeta Franco Loi. Nato a Genova nel 1930, si era trasferito a Milano giovanissimo, dove aveva iniziato a produrre le sue poesie sotto la spinta di un’epica popolare lirico-narrativa. Oltre che essere considerato uno dei maggiori poeti della nostra contemporaneità (forse il migliore ancora in vita), Loi era anche un attento osservatore della realtà umana trasposta più volte nel teatro e perfino nella politica. Ma è il poeta che ci interessa focalizzare nella sua vasta opera. “Scrivere versi mi fa più cosciente di me stesso. Fa risorgere qualcosa di dimenticato”, disse. Loi scriveva in una lingua impastata d’amore, in un dialetto misto, un milanese spurio. Sua madre era emiliana e il poeta aveva subito l’influsso di altri dialetti di gente, per lo più operai che giungevano a Milano da ogni parte d’Italia. La lingua pertanto, risultava artigianale, una costruzione originale. Franco Loi esordì solo nel 1973 con I cart. Nel 1975 diede alle stampe Il poema Stròlegh, pubblicato da Einaudi con la prefazione di Franco Fortini, di cui una parte era già contenuta nel secondo “Almanacco dello Specchio” (Mondadori). Nel 1978 scrisse la raccolta Teater, edita da Einaudi, e nel 1981 L’aria (Einaudi). Quindi fu la volta di L’angel (Mondadori 1994), Amur del temp (Crocetti 1999), Isman (Einaudi 2001), Aria de la memoria (Einaudi 2005), Voci d’osteria (Mondadori 2007). Loi aveva una predisposizione per la scrittura corale che rappresentasse un’epoca, un mondo circoscritto, seppure fonte di un universalismo, ma è stata la memoria la sua fonte primaria, declinata nei decenni in uno sguardo sensoriale, condensato di amori e dissapori, di un passato remoto nella mescolanza di luoghi e sentimenti, di un espressionismo rilucente, mai grottesco. Non a caso la sua forma plurima si è condensata, come accennavamo, anche nel teatro e nella civiltà, nella dimensione politica. Da L’aria: “Vòltess, sensa dagh pés, cume se fa / quand ch’i penser ne l’aria slisen via, vòltess per abitüden lenta, sensa sâ, / cume quj donn che per la strada i gira / la testa per un òmm, in câ, o sü la porta, / vòltess per simpatia d’un rümur luntan, / o d’una runden sü nel ciel stravolta, / vòltess sensa savè, per vuluntâ/ d’un quaj penser bislacch, o per busia, / vòltess per returnà, che smentegâ / sun mì che dré di spall te rubaria / quel nient del camenà, quel tò ‘ndà via” (“Vòltati, senza dar peso, come si fa / quando i pensieri nell’aria scivolano via, / voltati per abitudine, lenta, senza senso / come quelle donne che per / strada girano / la testa per un uomo, in casa, o sulla porta, / voltati per simpatia d’un rumore lontano, / o d’una rondine su nel cielo stravolta, / voltati senza sapere, per volontà / d’un qualche pensiero bizzarro, o per bugia, / voltati per ritornare, che dimenticato / ci son io dietro le spalle per rubarti / quel niente del camminare, quel tuo andare via”). Franco Loi non apparve mai astratto. La sua concretezza conservava un ritmo filmico di immagini sospese nell’aria, nell’amore meditativo per la donna. Narrava il pieno e il vuoto dell’esistenza “che sbatte nel niente degli uomini”. La biografia poetica partì dagli anni Trenta e passò per il fascismo, la guerra e la liberazione, nella frattura tra l’industria manuale e l’era tecnologica, fino al famigerato Sessantotto e al terrorismo rosso. Franco Loi è stato sempre dentro la storia. Dio si palesò in molte poesie elaborate da un uomo “materialista con la testa e comunista con il cuore”. Ovviamente non alludiamo ad un Dio di matrice cattolica. Il temperamento del poeta, laicamente sacro, si accendeva di un atto sentimentale con la natura, che Loi abbracciava come il corpo di una fanciulla spensierata degli anni Cinquanta.

Alessandro Moscè

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Testi tratti da L’Aria (1981) di Franco Loi

 

Se scriv perchè la mort, se scriv ‘me sera

Se scriv perchè la mort, se scriv ‘me sera
quan’ l’òm el cerca nient nel ciel piuü,
se scriv perchè sèm fjö o chi despera,
o che ‘l miracul vegn, forsi vegnü,
se scriv perchè la vita la sia vera,
quajcòss che gh’era, gh’è, forsi ch’è pü.

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Si scrive perchè la morte, si scrive come sera

Si scrive perchè la morte, si scrive come sera
quando l’uomo cerca niente nel cielo piovuto,
si scrive perchè siamo ragazzi o chi dispera,
o che il miracolo venga, forse venuto,
si scrive perchè la vita sia più vera,
qualcosa che c’era, c’è, forse non c’è più.

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La gàbia del leun

La gàbia del leun l’era de aria,
de aria la mia mama, quèl cappell,
el brasc del mè papà l’era de aria
sü la mia spalla, i mè man che streng,
e aria el rìd di öcc e duls de aria
de quèla vita ch’ù insugnȃ, l’azerb.
Eren de aria lur, e mì, chissà,
che sun stȃ, fermu a vardàj andà.

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La gabbia del leone

La gabbia del leone era di aria,
di aria la mia mamma, quel cappello,
il braccio di mio padre era di aria
sulla mia spalla, le mie mani che stringono,
e aria il ridere degli occhi e dolce d’aria
di quella vita di cui ho sognato l’acerbo.
Erano d’aria loro, e io, chissà,
che sono stato fermo a guardarli andare.

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Franco Loi, L’aria- Einaudi editore 1981

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