IL CORAGGIO DELLE DONNE- Testi raccolti aprile 2021

steven whyte- comfort women memorial- san francisco

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Mi presero subito
cercavo la porta
in mezzo al buio
e dentro le fiamme
la mia casa era colpita
io salva lo ero ancora per poco
sulla porta
caddi una volta

scansando una trave del tetto
poi di corsa nel cortile quasi a quattro zampe
mi volevo allontanare volevo mettermi in salvo
trovare una tana anch’io
come un animale spaurito

mi presero
dieci passi oltre la soglia
mi presero a schiaffi e mi costrinsero
a mettermi in ginocchio
io non vedevo le loro faccie schifose
erano cani e ladri
mi rubavano la vita
con un fucile alla testa
mi costrinsero a fare la cagna
per loro che erano bestie
e venivano da altri luridi inferni dentro la loro testa.

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federico infante- mirror

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Altri cinque anni
o cinque mesi cinque capitoli di vita
da svolgere nel tempo di molte altre
mentre la guerra ci scuoia e ci inghiotte
assediati qui in questa presa di terra
quasi sul finire di aprile nel quarantacinque.
Non si parla d’altro e tu che riparti
per l’ennesima volta dentro una chiamata dell’esercito
io dentro i tiri di un’artiglieria, pesante, perché non c’è nessuno
che difenda ciò che siamo. Non c’è pane non c’è lavoro
e passo tutti i giorni da una riva all’altra del fiume per fare il foro ai bottoni
che chiuderanno i vostri cappotti al fronte
dove tremo con te temo che tu non torni.
E tu?
Tu non pensi.
Altri cinque anni di stenti
in cui ci proviamo
persino a ridere del niente che abbiamo
importante esserci
esserci ancora dentro questa stanza mal ridotta
accanto a questa stufa senza legna dove brucio tutto quanto è casa
dentro questa vita senza luce
una cartina mancante dalle mappe .
Giù noi, tutti da basso, giù in cantina senza più fiato.
Cinque. Cinque lunghissimi anni di violenza
liberata per le strade e le donne a cielo aperto violentate
negli androni stuprate da soldati come sgherri
che cercano un’acqua che manca
la corrente che li accende
mentre in casa questi muri senza tetto che mi ostino a chiamare casa
ogni bene manca
e non c’è acqua elettricità manca cibo manca il respiro
e i razionamenti ormai saccheggiano le nostre vite come
sabotaggi di qualsiasi promessa.
Prede
noi siamo prede
e non c’è madre che perde ogni giorno un pezzo di sé
e per proteggere la figlia abbassi la testa e rivolti lo sguardo
perché ci cadono le bombe addosso non soltanto attorno
e la violenza è più dura quando è un corpo contro un altro corpo che ci prende.
E poi gli uomini che tornano le chiamano cagne
perché per sopravvivere hanno aperto le gambe
mentre loro altrove forse
hanno commesso lo stesso abominio con altre
donne come queste
donne che non hanno più da tempo un volto
glielo hanno strappato marchiato
con un nome e sono loro
le prostitute che non hanno più un ventre
che ancora combattono contro le loro ombre.
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Fernanda Ferraresso
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Due testi, il primo per tutte le donne rapite, sequestrate, utilizzate come prostitute in guerra e dimenticate o ammazzate.  Mi sono imbattuta in un documento storico sulle Donne di Conforto che i giapponesi, durante la seconda guerra mondiale, adoperavano per fornire prostitute gratuite ai soldati del grande impero giapponese. Queste donne, spesso bambine, venivano prese direttamente nelle case dei territori colonizzati e deportate in Giappone, dove venivano rinchiuse come bestie, affamate e stuprate ogni giorno, da un numero impressionante di soldati, fino al punto da lasciarle crepare e poi sostituirle. La cosa orribile è che ancora nelle guerre lo stupro è usato come metodo di oppressione attraverso le donne, di tutta una nazione. Chi non ricorda Srebrenica (https://www.strisciarossa.it/sceila-alida-e-le-altre-lorrore-sul-volto-delle-donne-di-sebrenica/) (https://ilmanifesto.it/donne-di-conforto-la-voce-ritrovata-contro-la-violenza. ) Per il caso del Giappone si calcola che furono dalle 80.000 alle 280.000, da 360.000 a 410.000 per alcuni studiosi cinesi. La maggior parte di loro venivano dai Paesi occupati, ‘preda di guerra’ da Birmania, Thailandia, Vietnam, Malesia, Taiwan, Indonesia, Timor Est e Corea.https://tesi.luiss.it/17545/1/075302_LAORETI_MARCO.pdf
Il secondo dedicato a tutte le donne che ogni volta pagano di persona per crimini di disumanità che oggi come ieri, rendono la vita pari ad una guerra.
E’ dedicata anche a mia madre che quegli anni mi raccontò e visse aspettando mio padre per quindici volte richiamato al fronte
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voglio parole rosse
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ha portato una rosa in piazza Tahrir
è rossa/ è per i morti
è rossa come la sua bocca
di un rosso carminio
del sangue che sgorga
con l’ultimo respiro
è Shaimaa El-Sabbagh
muore tra le braccia di suo marito
uccisa da un proiettile di gomma
.chi l’ha sparato?
la mano di un soldato
chi l’ha armata?
la mano dello stato
vigliacco questo stato che
chiude la bocca di Shaimaa
una voce forte e chiara
che chiedeva giustizia e libertà
uno stato che teme le parole
dalle parole può essere fermato
lo sapeva Shaimaa
per questo parlava
parlava e lottava
parlava e denunciava
.da voi voglio parola rosse
rosse come la bocca di Shaimaa
dove sono le vostre parole?
dove sono le nostre voci?
dove siete voi
spettatori virtuali
aspiranti comparse
di un dramma in formato digitale
voi che mai avete odorato il sangue
neppure quello mestruale
dove siamo noi
che abbiamo dispiegato e ripiegato
la bandiera della pace
.dove sono le nostre parole?
dove sono le vostre voci?
voglio sentirvi urlare, gridare
ruggire come leoni
ululare come lupi
perché giunto è , oggi, il tempo dell’ira!
voglio parole affilate come lame
per zittire la voce dei potenti
della durezza della selce
per legare le mani degli armati
voglio parole rosse come la bocca di Shaimaa
voglio parole rosse come il suo cuore
colmo d’amore per Bilal, suo figlio
per Osama, suo marito
per l’Egitto, il suo paese.
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Giovanna Gentilini
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Shaimaa El-Sabbagh giovane donna egiziana, giornalista, attivista di Alleanza Socialista, partecipò alla rivolta del 2011 in piazza Tahrir al Cairo. Morta il 25 gennaio 2014, tra le braccia del marito Osama, colpita da un proiettile di gomma sparato da un poliziotto. Portava, insieme al figlio di cinque anni, Bilal, una rosa in piazza Tahrir per ricordare i morti della rivolta del 2011.

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La quotidiana forza delle donne

La quotidiana forza delle donne
sulle spalle pesano
pesi / da te stessa caricati
e quelli che la vita ha
scaraventato

hai polsi delicati / resi robusti
dal continuo issa e tira /
forza / ancora un tratto
ce la devi fare

gambe sottili e polpacci / muscolosi
per questo andare / ritornare
correre fermarsi / rallentare
il passo

e un cuoremuscolo / pulsante
amore da scoppiare / d’improvviso
vuoto per addii inattesi
e dolorosi

una alla volta altre vanno via
rimani tu / per sempre
superstite di una generazione e
dei suoi sogni


Anna Santoro

Riflettendo sul quotidiano coraggio delle donne comuni ad affrontare i diversi casi che la vita le costringe ad affrontare spesso senza offrire davvero una scelta.

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LINA LA STAFFETTA

Lina aveva 15 anni quando scoppiò la guerra. Aveva appena avuto il tempo di diventare apprendista in una pelletteria, e di prendersi la prima cotta per un ‘filarino’ incontrato a ballare.
Con la guerra, molte fabbriche bolognesi assumevano donne per sostituire gli uomini già partiti per il fronte. Lina entrò in una grande fabbrica dove si producevano spolette per le bombe. Guadagnava bene, ma la carriera di operaia finì col grande bombardamento del settembre 1943. Lina si salvò per caso, ma traumatizzata dalla vista della Mascarella in fiamme e delle strade disseminate di cadaveri, a casa fu colta da febbre altissima e delirò per giorni. Restare in città era oramai troppo pericoloso, così sfollarono, tornarono in campagna dai parenti.
L’illusione di maggior sicurezza durò poco. Nel grande casolare che dividevano con l’altra famiglia si insediò un comando tedesco. Ma anche in campagna la rete clandestina dei gruppi resistenti era estesa. A 18 anni Lina decise insieme al padre Alberto, comunista dal ’21 e antifascista da sempre, di entrare nella Resistenza, diventò staffetta partigiana.
Ogni giorno faceva chilometri in biciletta per portare la stampa clandestina nei paesi della Bassa. Nella sportona della spesa, sotto le verdure, c’erano i fogli dell’Unità, e i primi Noi Donne dei Gruppi di Difesa della Donna. Più di una volta ci fu anche una pistola da riparare, che doveva poi tornare aggiustata ai combattenti.
Tante volte capitò che la fermassero i tedeschi, ma era pronta di spirito e sapeva sempre trovare una scusa buona per passare. Una volta incappò in un rastrellamento, fu messa contro il muro, perquisita la sporta. Per fortuna la stampa l’aveva già consegnata, ma portava messaggi importanti avvolti in rotolini dentro l’orlo della sottoveste. Lì non guardarono, e fu salva.
Ogni giorno, sotto gli occhi dei tedeschi, le sporte arrivavano e poi ripartivano. E via di pedali, fino al prossimo paese, per consegnare stampa, ordini, o per organizzare uno sciopero delle donne. Queste donne! sfilavano a faccia scoperta e a mani nude davanti ai mitra dei nazifascisti.
Lina, mia madre, faceva a me bambina questi racconti, mescolando le scorribande nei campi della sua infanzia alle riunioni politiche clandestine sotto un albero, alla paura dei tedeschi e degli aerei, la vita sempre appesa a un filo, legato doppio anche al coraggio e alla dignità degli altri. Ecco questo devo a mia madre, il senso della storia e dell’essere un Popolo.


Daniela Conti

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L’ALTRA RESISTENZA

Quando s’inceppa il filo della storia
in una terra attraversata da
odio violenza e guerra
ed un cupo frastuono di
riempie il vuoto d’occhi e di
………………………sono le donne ad opporsi alla morte
………………………sono le donne a nutrire la vita
con il coraggio dei gesti quotidiani
costruiscono sogni quando i sogni
sono echi lontani
e le abili mani tessono trame
fatte di speranza
con le pazienti mani
imbastiscono i fili del domani


Anna Zoli

Poesia dedicata a tutte le donne anonime, che nel corso della storia hanno tenuto su il mondo, mentre gli uomini erano impegnati a distruggerlo.

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Maria, una lotta per i disabili

Maria è nata subito dopo la seconda guerra mondiale a Tusa, un piccolo paese siciliano poverissimo. Anche la famiglia di Maria è molto povera, ma il problema principale della famiglia di Maria è un altro: per quella che sembra una strana maledizione sia il padre che i fratelli hanno un’insolita propensione alle fratture. Le loro ossa sembrano di vetro, basta un nonnulla, un piccolo urto, un gesto un po’ più deciso, per farle rompere. “Amu statu schiavi di sti’ fratturi” dice la madre.
La malattia non ha ancora un nome e tarderà ad averlo: quando sarà “scoperta” sarà conosciuta come osteogenesi imperfetta, una delle tante malattie rare di cui non preoccuparsi troppo. Maria si laurea in lettere classiche e si trasferisce a Bologna, dove lavora nella biblioteca della facoltà di lettere dell’Università. Ha molti problemi, per spostarsi, per camminare, ma li affronta con coraggio e, soprattutto, senza limitarsi a risolvere solo i propri problemi.
Ecco, questo è quello che contraddistingue Maria: la generosità, il farsi carico dei problemi altrui come se fossero i propri. Il paese in cui prende la residenza è un piccolo comune alle porte di Bologna, San Lazzaro di Savena. Ed è da lì, dove risiede per oltre 30 anni, che Maria lotta tutti i giorni per risolvere i tanti problemi, grandi e piccoli, dei portatori di handicap. I suoi alleati sono le associazioni di volontariato, oggetto delle sue lotte l’eliminazione delle barriere architettoniche, gli appartamenti inadeguati per chi, anche a seguito di malattie o incidenti, vede la propria casa trasformarsi in un percorso ad ostacoli, i redditi inadeguati di chi, non autosufficiente, deve acquistare apparecchi, carrozzine o protesi per rendere la propria vita indipendente.
Il suo computer diventa la sede a cui rivolgersi per ottenere informazioni, consulenze, attivare iniziative. E c’è sempre una risposta per tutti quelli che le si rivolgono, i problemi di ognuno diventavano i suoi.
Maria è la spina nel fianco di amministratori, tecnici, assessori che costringe a prendere atto di quanto ignorati siano i diritti dei disabili e di quanto, troppo spesso, sia negata loro la possibilità di vivere senza dover dipendere dagli altri.
Maria ci ha lasciati nel 2018, gli ostacoli da lei tante volte segnalati, piccoli e grandi, sono in gran parte rimasti, ma il senso di gratitudine di tanti che l’hanno conosciuta è vivo e presente, così come l’ammirazione verso questa piccola coraggiosa donna che non ha mai esitato a difendere i più deboli. Grazie Maria


Teresa Montella

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Prove di coraggio

Iddii e idee sospinti
Da utopie friggono sfarinati
Nell’olio della storia
Il tempo solo nostro oggi sfigura

Al cospetto di un’Idra o di un’Effimera
Qui da noi l’uno non sa essere trino
E viceversa (ego-onanista con istinti
Ortogonali o fughe nell’irrazionale)

Da quando ha mani libere
Primeggia nel simbolico
Ma uccide sempre in senso letterale
Diffidare di freccia o moto lineare

Meglio l’ansa o la curva (in cui sostare)
Deporre le armi
Costruire aquiloni
Non avere paura

Imitare il volo delle rondini
Fare esercizi di lentezza
Ascoltare le foglie
Fare uova


Luisa Gastaldo

“Prove di coraggio” è uno sguardo oltre la contingenza, alla ricerca di un antidoto. Nasce dalla insopportabile violenza e dall’ingiustizia espresse dalle società umane contro i propri simili e la vita in generale.

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Senza essere eroina

Non sono un’eroina, tutt’altro, però c’è stato un momento, in cui anch’io ho osato. Non certo l’adolescenza, per me il periodo più difficile, esplose l’anoressia, anni vomitevoli nel senso letterale della parola, finché incontrai uno psicofarmaco che risolse i problemi di stomaco e le mie paure esistenziali, la paura di affrontare la vita, la scarsa fiducia nelle mie possibilità.

Adulta, deceduti i genitori, rimasta sola, ricordo che prima di dormire, guardavo sotto al letto, come farebbe un bimbo sotto ai dieci anni.
Il tempo spesso aiuta, mi normalizzai, mi sposai, due figli da crescere da sola, nel senso che lui con una officina artigiana da avviare, era totalmente preso dal lavoro, all’inizio lavorava anche di sabato. Avevo poco tempo per me, ma mi era cresciuta dentro la voglia di scrivere, accumulavo foglietti, si comincia sempre con le poesie, poi passai alla narrativa, per un lungo periodo coltivai il tema della Morte a battute con Morfeo e i viventi, ‘Nerina De Profundis’ si presentava con ‘l’annunciazione’, per fortuna ho il senso dell’umorismo, spesso nero, ma sempre umorismo e l’ho coltivato con monologhi e testi teatrali. Dopo aver accumulato vario materiale, venne il desiderio di vedere realizzato qualcosa sul palco, attori non ne trovi se non sei nessuno, non sei nell’ambiente, a meno che non paghi.
Volevo partire con un monologo maschile ‘L’attore’, che ritenevo un buon testo: con biglietti sparsi in vari luoghi e nei giornalini di annunci, riuscii a trovare uno studente di Firenze, disposto con un piccolo rimborso, mi occorreva un locale, c’era un teatrante che gestiva una cantina vicino alle due torri di Bologna con un suo spettacolo, mi diede una serata gratuitamente, il ragazzo venne da Firenze e fu applaudito, una prima soddisfazione.
Ma poi del giovane non seppi più niente, forse era interessato al testo da autogestirsi.

A questo punto viene fuori il discorso del coraggio, ero già in età postmenopausa: ci vuole coraggio a pensare di salire su di un palco, quando sei pienamente cosciente di non avere il fisico e la mente, sai della tua totale mancanza di doti recitative: nell’attesa del momento fatidico, il cuore batteva all’impazzata, la gola era rinsecchita, ma mi sono buttata, a volte è andata bene, a volte meno, sono anche stata fischiata, ho perseverato, finché sono riuscita ad entrare in un gruppo di cinque ragazzi, che dopo una rivista umoristica autoprodotta, iniziavano a fare cabaret: quando hai solo dieci minuti, anziché un’ora in scena, il tutto diventa più gestibile. Abbiamo avuto un discreto successo, era un momento felice per il cabaret a Bologna e provincia. Questa la mia parentesi per qualche anno. E’ stata un’esperienza che mi ha dato molto, sono riuscita a combattere una timidezza frustrante e malsana, sentendomi più forte e matura.

Forse ho divagato: sono altre ‘le donne coraggiose’ di cui è giusto parlare e sono tante, le suffragette inglesi lottarono duramente per il diritto di voto per molti anni, alcune furono incarcerate, solo nel 1928 lo ottennero. Noi italiane il 2 giugno 1946.
Altre come le staffette partigiane, Ada Gobetti, per citarne una, vedova di Pietro Gobetti, ucciso in Francia dai fascisti, nominata vicesindaca di Torino dal Comitato di Liberazione Nazionale, attiva nell’Udi, ha lasciato un ‘diario partigiano’.

Molto nota Rosa Louise Parks: incarcerata per avere rifiutato di cedere il posto in autobus al bianco salito dopo di lei in Alabama nel 1955, sollevando il problema del razzismo a danno dei neri, tuttora vivo.

Petra Kelly fondo’ nel 1979 il Partito Verde, il primo in Europa, eco-femminista, pacifista.
Le combattenti curde contro le milizie dell’Isis nel Kurdistan Rojava, nord della Siria, in un ambiente di terrore e fanatismo. E’ già un’angoscia pensarci.

Franca Viola, rifiuta di sposare il boss mafioso che l’ha rapita e violentata nel 1965, all’età di 17 anni.
Il padre Bernardo Viola subisce angherie e incendi alle sue proprietà. Col suo rifiuto rende palese il problema che la violenza non è un oltraggio alla morale, ma un reato contro la persona: sarà riformata la legge solamente nel 1996.

Vandana Shiva dall’India alza i valori della bioetica e della biodiversità, alza la voce contro le multinazionali che spingono i contadini a monocolture, che in pochi anni impoveriscono i loro terreni, una lotta strenua.

Il movimento ‘Non una di meno’ nato in Argentina nel 2015: la prima marcia contro la violenza alle donne, la legalizzazione dell’aborto in ottanta città, si espande anche all’estero, nel 2018 sono venute in Italia.

In Cile la poetessa, pittrice, musicista Violeta Parra, s’interessa di folclore e impegno civile. Una vita movimentata, ma tutte ricordiamo la sua canzone ‘Gracias a la vida’, che tocca il cuore riempiendoci di sensazioni profonde,struggenti, le dobbiamo una profonda gratitudine

Un giorno appare in tv, una giovane sedicenne Greta Thunberg di Stoccolma con il suo ‘sciopero scolastico per il clima’, con il suo volto serio, il suo tono deciso, ci accusa chiaramente di non far nulla per il problema del riscaldamento climatico, bisogna diminuire le emissioni di anidride carbonica e si diffondono nel 2019 lunghi cortei di studenti e studentesse che seguono il suo esempio, accuse giuste, sarà ricevuta anche dal Parlamento Europeo, da Papa Francesco e altre grandi istituzioni. Ha dedicato un anno scolastico ad una buona causa, in molti le siamo grati, è stata una piacevole sorpresa, ma dovrebbe essere molto di più.

Ritornando al coraggio, il mio, era il 2011, una mattina di marzo, palpando il seno nell’asciugarmi, sentii una pallina sopra al capezzolo del seno destro, totalmente indolore, ma andai dal medico, feci dei controlli in ospedale, la diagnosi era chiara.
Dopo il primo pianto, ho ritenuto di affrontare al più presto l’intervento al Bellaria di Bologna e le cure prescritte: ci vuole coraggio a sottoporsi alla chemio, sei sedute, le prime sopportabili, in un crescendo di repulsione, le ultime insostenibili. Ho lottato e sono ancora qui a raccontare, siamo in tante colpite e non affondate, per ora, son passati dieci anni, mi sembra di poter già ringraziare il destino.

Tante donne per il femminismo, per la politica, per la pace, le scienze, contro il nazismo, la mafia, la violenza, la lotta ai femminicidi, per lo sport, vincitrici alle olimpiadi, ai premi Nobel, a cui dico grazie per il loro ruolo di apripista.

 

Graziella Poluzzi

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E a volte arrivi a chiedere
all’altro
che s’inghiottisca le sue proprie parole,
per scomporne il bolo come fosse
la materia di cui è fatta la carne,
che si disfi poco a poco, pezzo pezzo, lentamente,
fino a singole sillabe, fino a estrarne
lo stolto balbettio che era, e poi ancora,
di più, fino a una lallazione liquida,
che possa scivolare dolcemente
giù, più giù, più giù, fino in fondo,
fino allo sterco,
chissà ne nasca qualcosa.

Giovanna Zunica

Credo sia così,  una forma di coraggio sopportare le ferite inferte da colpi verbali, grossolani o sottili, e questo fino a quando hai “materiale” sufficiente, per sferrare un affondo usando la stessa arma.

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