DOVE KAFKA SI ADDORMENTA SOGNANDO IL RISVEGLIO SCARABEO- Paolo Polvani: Note di lettura a “Chiamala febbre”di Nazim Comunale

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Chiamala febbre è il titolo dell’ultimo libro di Nazim Comunale, e fa una bellissima figura indossato sopra i versi, ne esalta il profilo creativo, mette in rilievo i muscoli della immaginazione. Ispirato da una frase di Richard Hugo: “Qualcosa di autunnale ci sta uccidendo. Chiamala guerra, o febbre”. Perfettamente aderente al tempo presente, in cui presagi di apocalisse si annunciano sempre più frequenti. Mi riporta una frase appena letta su un libro di Bifo: Respirare. Caos e poesia. Un paragrafo dal significativo titolo di Etica in tempi di apocalisse, recita: “La civiltà non sta crollando, solo sta divergendo dall’umanità. L’infrastruttura tecnica non è destinata a crollare, ma sta sfuggendo al controllo della ragione e della volontà umana.” Una delle primissime poesie contiene questi splendidi versi:

Celebro l’odore delle sale d’aspetto
i quaderni strappati
un pettine nella selva
la polvere degli specchi.
Io però sono altrove:
nella linguistica del disastro
nel pessimismo concavo
nello spiraglio esatto
dove gioia e gloria ora non passano.

Scorrendo il libro ci s’imbatte in titoli delle sottosezioni dai suoni programmatici e dalle sicure promesse: Minuscoli prototipi di paura, Bugie da mammiferi, Esercizi per esistere. I testi scorrono a volte come riflessioni diaristiche, bagliori quotidiani intrappolati dentro parole quotidiane, che testimoniano di eventi minimi, a volte di segno assolutamente contrario, e quindi termometro dall’andamento ondivago; dalla Dichiarazione iniziale estrapolo:

Per il resto vivo qui e male
ragnetto appeso al dire verticale
allago quaderni
metto il pollice nel palato
costeggio la guancia destra della città
e so di non essere atteso…

Invece a pagina quarantaquattro versi altrettanto belli ma di segno opposto, evidenze
di una meteorologia sentimentale altalenante:

Per intanto vivo qui e bene
attraversando pomeriggi e quaderni
succhiandomi la punta del cuore.
C’è questa specie di poesia a muovermi le mani
respiri larghi come laghi di primo mattino

I testi si aprono a scoperte continue, paesaggi sempre nuovi e illuminati da luci variabili, che raccontano di giorni e di esperienze, e sottolineano anche alcune caratteristiche dell’autore. Una delle prime è che ci troviamo davanti un poeta che è anche musicista. Lo si desume non tanto e non soltanto per le diverse citazioni, per qualche titolo disseminato qua e là, per esempio Arresi al mistero del suono, dove risalta il verso “lo stesso suono che fu epica in Coltrane”, e la chiusa “jazz is freedom”, ma specialmente per un certo incedere musicale che richiama sprazzi di note, passione per le variazioni, gusto per dissonanze, giochi di parole che richiamano l’andamento di certi virtuosismi: “seta per le onde arabiche / il legno nomade della
barche strabiche / meta delle barche arabiche / la seta nomade delle onde strabiche”.
Rimane come sottofondo, come retrogusto apprezzabile, l’idea dei fraseggi musicali lasciati alla creatività del momento, la soddisfazione dell’invenzione estemporanea, la scoperta e la proposta di variazioni intense.
A mio parere un momento poco convincente è dove vengono tirati in ballo figuri politici il cui spessore morale avrebbe molto da invidiare a quello della carta velina, piccole sciagurate parentesi della politica nazionale, perché il verso viene declinato più sul versante parodistico che su quello della satira, e trovare certi Mattei e certe Marie Elene tra i versi non contribuisce a renderli brillanti, ma appunto, si tratta di gusti soggettivissimi, e a certe apparizioni, anche se ferocemente sbeffeggiate, trovo preferibile il fitto silenzio della dimenticanza.

Nazim è anche un viaggiatore e molta parte del mondo si ritrova nei suoi versi, geografie che offrono spunto per versi davvero belli e incisivi, forse l’aspetto più riuscito e fortunato del libro, passeggiate memorabili tra spiagge indiane e città europee, fotografie a volte in bianco e nero e a volte coloratissime:

Porto è una vecchia
con le labbra pittate male
la gonna azzurra sporca di secoli
e cenere
le gambe all’aria
uno stormo di gabbiani e il mare nel ventre
i vicoli dita che riordinano un gomitolo sfatto
con atlantica calma
le pupille rovesciate
verso l’alto
gli occhi in salita
verso un blu
fine secolo
o inizio Novecento.

Oppure abbandonarsi ad un silenzio senza appuntamenti, senza promesse, sulla nave tra Buenos Aires e Colonia del Sacramento, e lasciarsi stupire dalla perfezione degli uccelli, ad appena un artiglio dal mare, irraggiungibili.
Oppure da Bahia ci giungono questi versi: “Qui è dove il pianoforte zoppica / dove la marea si alza vittoriosa”, mentre sul bus notturno tra Chennai e Puttaparthi, India del sud, annota:
Gli indiani stanno scalzi / gli occhi neri e / lucidi / gusci / di / scarabei”e dal Kerala invece:
i corvi / sentinelle / sulle palme immote / a orlare / le guance verdi del canale”.
Qui i versi ricordano certe folgorazioni poetiche di Franco Beltrametti, poeta svizzero appassionato del mondo e figura importante della scena poetica degli anni ’70.
Da sottolineare le promesse, peraltro mantenute adeguatamente, del titolo della sezione:
Io non appartengo a nessun luogo, che più che premessa programmatica appare manifesto politico, esempio luminoso.
Un libro ricco di sorprese poetiche, di versi vibranti di una luce decisa, che si lascia
perlustrare in lungo e in largo e piacevolmente esplorare, che riserva scoperte come
queste: “archivio desideri adunchi, gioia / fragole e fragilissimi eccetera / bugie sontuose, vecchie parabole” e anche minuscole perle: “L’Africa che non sai / sarà il domani degli stormi”. Oppure:

Il giorno cammina scalzo
per questo piccolo villaggio di parole
sui calanchi dove fioriscono i forse
e i fiori dell’amore.
Il respiro inciampa
tra le virgole, la strada
e la mia ambizione muta.
Tu, tu puoi inventare il buio?

Accompagnano i testi le foto di Alessandra Calò, come nella precedente raccolta, Lei
oceano, Terra d’ulivi edizioni 2017: muri scrostati, carte da parati a fiori che
mostrano senza ritegno i segni del tempo, gabinetti invasi da rifiuti edili, vecchie
mattonelle con fili elettrici che annaspano nel vuoto, una scelta sicuramente
suggestiva e interessante.
Sono strappi che lasciano intravvedere il di sotto della superficie, e si sposano bene
con l’ironia amara che a tratti emerge dai versi:

22 agosto 2012
Domani mi opero al cuore.
Batte sbilenco
ride poco e sempre di sbieco
e inciampa sempre
cammina quasi cieco.

Fuga dopo fuga si è spaurato
e ora ha le ginocchia sbucciate.
Ogni respiro un rosario opaco
di perle contate.

Ma a parte la cardiologia e la geometria
le preghiere, le postille e le pastiglie
la morsa dei cani cocciuti alle caviglie
le bugie e i bugiardini
le corse a perdifiato dei bambini
quanti strapiombi
paludi
apnee
laghi, marcite ninfee
voragini
vertigini
e sentirsi dire sempre aspetta:
così lui balbetta.

 

Paolo Polvani

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NOTE RELATIVE ALL’AUTORE

Nazim Comunale è nato a Guastalla (Reggio Emilia) nel 1975. Sue poesie sono
apparse sulle riviste Dea Cagna, Versante Ripido, e on line su Interno Poesia, Diario
di passo, Ipoet, e Poetarum Silva. E’ stato tradotto in Venezuela e negli Usa. Ha
pubblicato Aguaplano ( autoproduzione, 2015), Lei Oceano ( Terra d’Ulivi, Lecce,
2017) e Chiamala febbre ( Edizioni San Lorenzo, Reggio Emilia, 2020) ed è presente
nella collettive Non ancora silenzio ( NMZ edizioni, Ravenna, 2019) ed in Emilia
Romagna ( Bertoni Editore, Perugia, 2020). Ha avuto la menzione speciale nel 2019
al premio Raffaele Crovi

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Nazim Comunale, Chiamala febbre– Edizioni San Lorenzo 2020

 

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