DIALOGO- Luisa Gastaldo: Le donne e il coraggio

hülya özdemir

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ANTONIA – Dopo tanti mesi di clausura stare qui in giardino a bere con voi il tè mi sembra una cosa meravigliosa!

IRIS – Sì, meravigliosa. Ma continuo a pensare che siamo privilegiate: abbiamo potuto godere comunque di una libertà e di strumenti che le nostre amiche non hanno. Laura, sei riuscita a contattare Fatima per vedere quando potremmo riprendere gli incontri con le donne nel loro centro culturale?

LAURA – Fatima dice che ci sono troppe tensioni, sono molto provate ma sì, vorrebbero ricominciare. Molti mariti hanno perso il lavoro. Le donne si arrabattano per mettere insieme pranzo e cena, poi c’è questo problema della didattica a distanza, non hanno computer, le bambine sono le prime a restare fuori; è già tanto se i figli riescono a collegarsi con i cellulari. Vi ricordate i figli piccoli di Samira e di Rachida? Erano in Italia da due anni e a malapena spiccicavano dieci parole, figli e madri. Si danno una mano a vicenda, ma sapete com’è: quando la comunità si ripiega su se stessa il controllo sociale diventa una morsa. In più hanno in casa le suocere, e anche quelle fanno i controllori. Altro che solidarietà femminile… Badiaa alle sue amiche non lo ha detto, che il marito la picchia. Mi ha raccontato in gran segreto che è andata a denunciarlo. Da sola. Senza esiti, naturalmente. Ha mostrato grandissimo coraggio. 

ANTONIA – Bisogna aiutarla! Naturale che nonostante tutto abbiano voglia di tornare ad uscire, a incontrarsi, a confrontarsi con la realtà esterna. Per loro è un passo importante, quello di riconoscere il desiderio di autonomia, voglio dire: immaginare di affrancarsi, anche economicamente. Soprattutto le più giovani. Noi, rispettando i loro tempi, siamo a disposizione. Siamo delle mediatrici, anche se il termine intercultura è passato di moda. L’italiano è uno strumento fondamentale di emancipazione: poi potrebbero muoversi più liberamente, e da sole… Bisogna ricostruire reti di solidarietà. Sostenere questo coraggio, il loro desiderio di uscire dalla tutela. 

IRIS – E quante altre donne sono sotto pressione, in questi mesi in particolare? Nei momenti di crisi (e crisi ce ne sono sempre), sulle spalle delle donne grava tutto il peso del mondo, altro che il mito di Atlante! Come donne non possiamo mai dare niente per scontato o per acquisito, si deve sempre ricominciare, è un cammino lungo: però noi donne siamo portatrici di speranza. Coltiviamola con coraggio e costanza.

ANTONIA – Ma cosa intendiamo, per coraggio? Secondo me ha a che fare con la paura, è il sentimento contrario alla paura.

LAURA – Ma non devi pensarla come un’opposizione tra un polo negativo e uno positivo… Tu sei sempre manichea. Paura è scura, coraggio è luminoso, però sono entrambi legittimi quanto necessari. Anzi possono scivolare l’uno nell’altro, convivono, si compenetrano…

ANTONIA – Beh, per me coraggio è un termine affine a forza. Non per niente si dice “fatti coraggio” o “forza e coraggio” per invitare a fronteggiare una situazione difficile… E quanto più coraggio serve, alle donne! Quanta più fatica nel prendere parola, nell’intraprendere percorsi di libertà…

IRIS – Diciamo che è una particolare manifestazione di forza. “Fatti coraggio” è uno sprone per superare la paura o il dolore… Più spesso il dolore. 

ANTONIA – Se qualcuno ti dice “fatti coraggio” è perché non ha altre parole per manifestarti solidarietà, vicinanza. E va bene. Comunque, non so perché, è un’esortazione che mi suona un po’ paternalistica.

IRIS – Parlo per me: di fronte a un lutto non “devi” superare un bel niente; c’è la perdita e la guardi in faccia, non la puoi e non la vuoi rimuovere. Stai nel tuo dolore: è un’esperienza radicale, di verità. Un dono. E se il dolore passa – perché prima o poi passa, o meglio, si trasforma –, se passa, dicevo, non è perché hai avuto coraggio, ma perché in te ha lavorato il tempo. Il tempo addomestica l’impensato. Hai nuove consapevolezze. E già che ci sono – magari ne parliamo un’altra volta – a me la parola resilienza dà fastidio, è un termine di origine tecnica buono per tutte le occasioni: sarà che lo usano in qualsiasi circostanza, ma mi pare attenuante, mi pare una rimozione. Ecco: a volte, quando qualcosa si spezza, è per sempre, bisogna pur saperlo. Però se esistono perdite “irreversibili”, esistono anche la trasformazione, l’adattamento: raccogliere i cocci, ricominciare, dire sì alla vita, ripartire dal desiderio: questo è un grande coraggio delle donne; è mosso da una forza simile a quella che in ogni primavera spinge i germogli, persino nei luoghi più aridi e inospitali. A proposito di determinazione mi viene in mente Madre Coraggio e i suoi figli, come attraversa le devastazioni e le violenze della storia difendendo comunque e sempre i suoi figli.

LAURA – Già, la storia. Nel passato l’attributo coraggiosa non era fra quelli più comuni riferiti a una donna. A te, Antonia, il “fatti coraggio” suona paternalistico forse perché coraggio, opposto a paura, è entrato spesso in frasi retoriche come attributo maschile, scivolando nel campo semantico del potere. Vi ricordate quando leggevamo “pauroso come una donnicciola”, o “il coraggio degli eroi” (per lo più guerrieri e solitari)? Ci sono molti stereotipi, vecchi e nuovi, dobbiamo considerare la diversità dei contesti storici e culturali, però bisognerebbe raccontarli tutti, gli atti di coraggio delle donne: quelli delle singole eroine e soprattutto quelli di donne anonime, schiacciate nella subalternità e mai arrese. Nella canzone delle coraggiose mondine: “Sebben che siamo donne paura non abbiamo, ci abbiamo delle belle buone lingue…”, dove la lingua è strumento di condivisione, protesta, rivendicazione ecc., c’è quel Sebben, che non è il Siccome… che piacerebbe a noi. Ma andando oltre le formule che possiamo considerare storicizzate, si parla di coraggio quando, per la forza di un’idea o di una necessità, si va oltre un sentire comune e norme sociali consolidate, quando si assume la responsabilità di una scelta, conoscendone o meno tutte le conseguenze: senza risparmio, senza calcolo, intendo. C’è un principio, un progetto, un diritto da far valere. C’è rischio. A volte le scelte sono così urgenti da non lasciare il tempo di riflettere: o cedi, o ti sottrai, o ti butti, lanci “il cuore oltre l’ostacolo” (c’è molto cuore, nel coraggio). Non trovate che tutto questo sia più fortemente connaturato ai giovani?

ANTONIA – Sì… Le ragazze comunque “rischiano” due volte: perché sono giovani e perché sono donne. Doppiamente coraggiose. 

IRIS – Sì, sì; ma penso anche a un altro tipo di coraggio, quello di mettersi in gioco in modo radicale però intimo, silenzioso, a un atteggiamento mentale ed emotivo insieme, un coraggio “di lunga durata”, se si può dir così. Un’esposizione al rischio meno visibile e più quotidiana. Non è solo il gesto eroico isolato, clamoroso: lo slancio “muscolare” insomma.

ANTONIA – Sentite qua: digitando coraggio trovo 1) «Forza d’animo connaturata, o confortata dall’altrui esempio, che permette di affrontare, dominare, subire situazioni scabrose, difficili, avvilenti, e anche la morte, senza rinunciare alla dimostrazione dei più nobili attributi della natura umana». 2) «Sfacciataggine, impudenza»

LAURA – «I nobili attributi»

ANTONIA – Eddai! A proposito di nobiltà: mi viene in mente che studiando filologia avevo incontrato in provenzale antico coratge; e in italiano antico coraggio valeva per ‘cuore, animo, intelletto’. La radice comune latina è cor, cordis. Scusate la lezioncina di etimologia, ma siccome la lingua non è neutra, devo aggiungere che coraggio in latino è animus (per Jung il lato maschile inconscio di una donna), e infatti animo si usa anche in modo esortativo. Mentre nella cultura greca anima è un principio ineffabile, un concetto “orizzontale” appartenente a tutti gli esseri umani (invece spirito è “verticale” ed è inerente al rapporto uomo-dio). Dunque il coraggio, che nasca da una emozione o dalla necessità o da un ragionamento, ha a che vedere con il cuore, è connotato da un’attitudine affettiva. E sono convinta che quanto più ami, tanto più trovi il coraggio.

LAURA – Grazie grazie, dottoressa! Sono d’accordo: il coraggio è generoso e transitivo, per così dire. Nel senso che non è un gesto solitario, autoreferenziale e narcisistico, ha sempre ripercussioni sulla vita degli altri. Infatti nella descrizione del lemma che ha letto Antonia, si parla del “conforto dell’altrui esempio”: il coraggio è “contagioso”, tanto più positivo ed efficace quando è condiviso. 

IRIS – Appunto! Allora, vogliamo buttar giù una bozza di calendario del corso di italiano per le nostre migranti?

 

 Luisa Gastaldo

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