CONVERSARI- Fernanda Ferraresso: Note di lettura relative alla raccolta di Alfonso Guida

pontormo- studi dei corpi e delle posture 

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” 11 Novembre. Non si riconosce l’ora dalla luce. Il balcone aperto. Sul parapetto è venuto un pettirosso. È fatto buio prima. C’è ancora qualche usignolo e dei grilli. Penso di aver trovato un nuovo modo di scrivere, la necessità che la penna diventi pietra, gesso, qualcosa che segni, che incida. Un legno tagliato rozzo. Un mese fa un’altra macellazione, il paese industriale, le insegne accese, una notte in ospedale dopo sette anni. Se mi fossi fermato, sarei stato in compagnia di un solo paziente. Nei ruderi il sole fa crescere pelucchi. I cantieri si allontanano. Le vie spezzate. Non si esce. La casa è crollata in un minuto. Dove sono stato era un luogo nero. Dove si dice – e molti sperano – che appaia Dio. I muri, l’abbandono. Il vuoto è un mostro. I pavimenti fanno pensare a chi ci ordina di scendere, di fare un volo dall’alto verso la grotta sottostante. C’è un tramezzo tra furto e citazione. Cose vecchie, la poesia, i poeti. Nulla si può rifare. Mancano le forze. Anche le fondazioni vacillano. O sembra. L’erba è potente, con certi effetti allucinogeni che svelano analogie pittoriche; gli uccelli cantano a festa e tu pensi sia un cielo azzurro con i mandorli fioriti e un caldo di colline. In verità, bisogna che l’ingresso nel falso sia pesato. Niente fede. Non è questione di irrealtà o artificio. Tutto ciò accade con vanità o restrizione. Parlo di radure, di qualcosa che parte e di qualcosa che porge. Scale brecciate. Una colonna. Un castello buzzatiano. Pare così. Una candela, due euro, lavorare, come giungi fin là? Quale via imbocchi? I cani, i camion. Chi mi traduce in questa lingua cava? Nausea, acqua. Il vento meno freddo. Come dirlo? Chi potrà dire che sta camminando? Andare. Vedere la sabbia tra un color nube e una maschera decomposta. La mattina scorre. La sera è angosciosa. Riprendo la direzione del sonno. Leggo da una specie di libro-mastro, di quaderno su cui si riportano i conteggi del bottegaio e della farina. Il paese è un’iride vuota. Il paesaggio dell’occhio si capovolge, si corica. Costruire ogni giorno intorno alle distanze delle cose incandescenti, esitare l’ipseità! Ripetizione mai dentro lo stesso punto. Il lato del cerchio s’inquadra, buio. Non si usano più le lenzuola. Chi sa fare il nodo scorsoio la gassa d’amante, il nodo a bocca di lupo e il nodo vaccaio? È passato il muratore. Ha attaccato il filo di ferro da muro a muro. Appendo le poche cose che lavo nel secchio. La casa è uno stambugio, una garitta. La penombra cupa di Thomas Grey. Lontano la brughiera di Seamus Heaney. È con disperazione che traduco le poesie a mezza voce urlate da Emily Brönte. Non compare il panzer, non è Anna O., ma l’erba a rasoio. Intorno qualche filo d’erica, l’assenza, le cinte murarie.”- Conversari– pag 4.

 

Comincia così il libro di Alfonso Guida, dove l’ombra dell’11 novembre, senza la specificazione dell’anno, configura una incombente continua pro-cessione di oscurità e, avanzando nella lettura, sottolinea un agire:

Leggere è un modo per far proprio l’altro. A volte, un tornante. Ci sono notti che fanno da scolta come piccioni. Il badilante si smarrisce. Fa il giro del sentiero, per seminare. Una dottrina sul principio di memoria come… (…)”

Dentro queste righe, come raccolte di frammenti, da altri sbranati monologhi, o dialoghi con l’intorno, spesso disadorno, o vivo di una natura che sembra crepitare da sola, sia che si tratti di natura o parola, anche di un altro, senza unisono con lo scrittore, che comunque ne nomina le parti, c’è una scenografia di attimi e di attenzione, visiva e sonora, in una percezione mentale che espone al nudo cose ed elementi in contrapposizione. Tante, tante cose, come se lo stoccaggio fosse proseguito tra due rive: il bollitore di acque mediche e il fiume, la sorgente e il bar, la carcassa, come resto, e i cespugli con un’acciaieria intera, come residui di lavorazione delle fabbriche e abbandonati, come tanti altri corpi tra cose e cose. Se ripenso a tutti i veleni e le scorie lasciate, non ultima quella prossima, che prevede di rilasciare in mare le acque di raffreddamento della centrale nucleare di Fukushima, e tutte le altre di cui non abbiamo saputo, con conseguente degenerazione dell’ambiente, mi rendo perfettamente conto che scrivere con la penna del luogo in cui viviamo sia oggi solo scrivere una pena senza fine, senza dighe ad arginarla, senza fine una immensa solitudine di sabbia, desertica. Tutto è contaminato ma con livelli di decadenza impensabili da gestire. Il carbonio 14, per esempio, impiega circa 5700 anni. E non sono numeri ma esistenze umane che di carbonio si sostanziano. Saranno ancora presenti dopo tanto spargimento di materiale radioattivo? C’è da chiederselo. Oppure, come in queste conversazioni con il vuoto, che si tocca di attimo in attimo, che si cerca di riempire di parole, che altro non fanno che aumentare l’assenza e la distanza dai corpi materiali, la misurazione della nostra umanità si sente essere l’unica  numerazione senza cifre, un peso che (non) incide su questa mutazione in atto, a cui non possiamo opporre che fiato, in un ripetuto tentativo di in-utile iato.

Traccio un cerchio con un raggio e un diametro. Scrivo il Pi greco. Imparo da queste rovine. Le pietre. La stanchezza. Pezzi di sale d’aspetto. La storia come congiungimento, meditare su questo. Il riavvicinarsi dei centimetri. Lite tra una madre e un figlio: il mistero-diceva Claudel-di un rapporto, di un contagio.

Sono ancora bloccata alle prime pagine, anzi sono un blocco io stessa, la cementificazione di qualsiasi gesto, la bocca chiusa, afona,  orfana la parola, un ulteriore vuoto a perdere il cuore compresso tra un respiro e l’altro, che viene a mancare.

“Per ora sono solo…” Poche battute dopo, come in una battuta di caccia per trovare di che nutrirsi.
Per ora diventa PERORA, nel dirlo,  perorare per qualcosa, per una causa, pregare (orare).  Sta nascosto in quella frattura, come ciò che avviene quando si mastica un pezzo di carne o di pane. E il cibo, di cui nutrirsi, siamo noi, noi stessi il nutrimento, in un grande market-cimitero esteso quanta è la superficie del pianeta, noi il veleno, quel pharmakon, che però non è più un rimedio. Quel dio io ha prodotto una creazione di orrori per tanti incontrollati e continui errori, in successioni di ri-me, che sono sempre lo stesso uomo, fatto di erranze e di errori. Tanti. Un corpo continuo, una terrariafiammata che non si estingue nell’acqua amniotica di una nascita ma si tinge di altri immaginari sullo stesso scheletro.

Il mobilio come annientamento. L’orrore è un carattere. Non si diceva “camicia di forza”, ma amianto, il cloralio più di tutto. Si assume il farmaco. Chi resiste è il genio. A un varco dal difficile, maneggia novembre come spiga e giugno come morte voluta. Che vela. Che continua. Il singhiozzo. La lotta...”

Salti, carambole delle parole nella bocca, come palle su un tavolo da gioco mortale.

Ricorda, nonostante tu sia contemporaneo. Le stelle lasciano tracce negli orti. A cena, una frittata di riso. Chi scrive è il frutto di uno solo, di una madre. Chi scrive prende in mano la carezza che ha ricevuto, soffre nel modo in cui è stato amato.”

Per certi aspetti, leggendolo mi ritorna alla mente il diario di Pontormo. A suo tempo lo lessi con una lentezza inaudibile. La tormentata personalità di quell’artista aveva fratture dolorose e  lontananza irreparabili, così materiche e corporee tanto quanto i volumi delle sue figure. Grandi, giganti di cui percepivi anche la trasfigurazione in una dissolvenza di colore, in una disgregata forma frantumata in quel fresco della stesura del fondo che lo genera.
Negli ultimi anni della sua vita, Pontormo scrisse di sé, attraverso le pagine di quel diario, in una ininterrotta conversazione con se stesso, il versamento del suo intelletto e del suo spirito, le sue anomalie, le secrezioni di un corpo che ingigantiva e disperdeva i giorni in un ossessivo controllo di ogni dettaglio. E’ l’unico suo scritto autografo, e per tracciarlo, come un disegno a parole, traccia i segni sugli stessi fogli di carta che usava per i suoi schizzi, per gli studi dei corpi, degli intrecci delle posture. Incompiuto, come credo sia l’unica possibilità che ha un diario-dia/logo con se stessi, anche se la causa fu una caduta dalle impalcature che danneggiò gravemente la sua salute, offre in chiaro ciò che solitamente resta al nero di una storia.
E anche nel libro di Guida cadere, cedere, le frane continue e le risalite sulle impalcature dei pensieri, delle parole, in tentativi di comunicare, per sanare non la spalla lussata, o il braccio fratturato, ma quel corpo non più monolitico e bizzarro, lunatico, per sua natura sensitivo ma difficilmente compreso, che vive in una cella, che si sente chiudersi attorno, della stessa dimensione di quella gabbietta in cui il nostro cardellino prova ancora ad emettere note, resta il nucleo pulsante. Un ponte levatoio la parola, meticolosa segretaria che tra-scrive ogni miseria e i tumulti tra le ossa, le intestine disfunzioni della nostra vita quotidiana, stilando una nota della spesa che è il tempo di quella vita che si consuma, proprio come il cibo che Pontormo misura in dettagliate note: vitella, fegatelli, vermicelli, insalata, frittata, le diarree , la bile e quell’indivia, che si fa, sotto sotto, invidia, per non poter cambiare il colore, che si stempera sul foglio, riga dopo riga, in un rigatino che non salva la pittura ma crea la gabbia in cui restiamo incarcerati.
Sanguina la sanguigna con cui Guida ci accompagna in questo tra, come un Vasari delle contemporanee architetture, in cui il prodigio delle cose si è perduto, il luminoso si fa grigio, o nero, cupo. Ci si domanda l’Annunciazione quali smodate, eccessive figure, possa ancora utilizzare, mettendo in scena volti al botox, seni gonfiati, corpi trasfigurati dal bisturi e liposuzioni, o straboccanti  grassi  industriali.
Vasari, per l’opera del Pontormo, sottolineava che lì, negli affreschi della chiesa di San Lorenzo a Firenze, perduti comunque, egli non aveva “osservato nè ordine di storia, né misura né tempo… né alcun ordine di prospettiva; ma pieno ogni cosa di ignudi”.
Il suo fare e disfare assomiglia alle note di Guida, alla ricerca, come egli stesso dice in apertura, ma tutto il libro lo conferma, di un proprio stile ma anche di una propria poetica che non lasci margine di perdita, consapevole che la parola è bolo, cibo anch’esso, nutriente o veleno, dipende da come apre o chiude o devasta, ogni sua prospettiva, smantellando il cerchio in cui ognuno cerca quel π, che inizia περιφέρεια (perifereia), periferia di qualsiasi circo(n)ferenza, audace e irreale  portale di misurazione di un io, unico per la sua molteplicità, proprio come mostrano questi Conversari, più simili a gesti stilizzati e vesti con drappeggi surreali, che mostrano l’artificio dell’opificio che li produce, in pensosi ritratti, per strappi dal muro dell’encausto di una continua auto-bio-grafia per salvarsi, anche quando si tratta di cancellarsi, consapevole che anche un punto solo genera tutto il cerc(hi)o.

Fernanda Ferraresso

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pontormo- studi per gli affreschi della chiesa di San Lorenzo a Firenze

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Testi tratti da Conversari di Alfonso Guida

 

Scavo le parti buone per i seminativi. Sparire. Tendere a. Ora mi sembra una fine. Perché lasci urlando? Non vedi il muratore urtare il quotidiano e la natura finche non trova una corporeità straniera? Piange con gli occhi rossi, sventaglia il suo seme. La coperta bruciaticcia. Le foglie del fico o dell’ippocastano. Cosa sperare scrivendo? Cos’è un nome eroso? Chi sfavilla tra le ceneri? I “pyralis”, gli insetti del fuoco. Si congiungono le mosche ai topi come in un apologo. Il muratore, l’amante. La porca è una breve striscia di terra comune ai due solchi. È lì si semina. Tutto è duplice, si raddoppia. Ogni organo di senso. Dobbiamo percepire due volte. Le mani, la vista.

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L’angolo ottuso, la mente.
L’angolo acuto, l’indovino del muratore.
Ha imparato quello che si deve: i muri a secco, avvitarsi al dovere.
Una strenna è la morte, due piccole gru.
I negozi del paese chiudono appena aperti. Falliscono. Eppure rimangono tra le stesse cose. Ci si paga a vicenda. Mi sono abituato al saliscendi, a una porta nuova. Non parto più.
I soldi: € 10 Zantypres, € 4 Talofen.
Due pacchetti di Chesterfield rosse.
Ci si sostenta retrocedendo. Ci si mostra al fuoco.
Il foglio è una compagnia. Non si sa cosa racchiude. Non può. È la, tra le cose che si ritraggono.
Perché ritirarsi tra sogni confusi? Cosa ci scambiamo se non la voce?
Il merlo è durato un secondo. I milligrammi. Il flacone incrostato. Il contagocce. Lo schema dei grafici. Picchi e radure crollano intorno al pane indurito. M. ha molti alveari. I ranuncoli.
Svuotandomi, anch’io ho mandato in rovina le entità che mi hanno preceduto, le generazioni.

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La routine, questo primitivo ruotare del cervello intorno all’asse.
Dirsi giunti. Dove la terra voleva arrivassimo. Come un’infanzia o un’assenza.
Fuori si svolge la biografia. Un andirivieni di autocarri e grossi rimorchiatori.
Vasi di ortensie. Un niente signorile. Prendo appena, sostengo. Indovinelli che sembrano altopiani, altalene. Le voci nei passi. Chi è là? Perché non sei triste se così vicino al reale? Il lavoro occupa le braccia, quando vanno nel basso.
Ci si deve scarnificare, si prova. Alludere, bruciarsi nella propria segnaletica.
Ascolto che strappa. Mattiniero appesantirsi. G. con gli occhi azzurri, il corpo fiero. Lui sa, lui immagina.
Essere infartuati e tornare pazzi.
Fogliame che si muove a riva come le case.
Le parole si scheggiano oltre la recinzione.
Le sigarette rassicurano chi trema.
Gli anni aprono l’insensatezza dell’identità.
Ore 23.00. Non dormo. Tutto si scioglie.
Ripenso: l’orizzonte, in questi giorni, ha il colore del pus, una materia aerea e in decomposizione, nessuna grazia, la parola untuosa, ferita.
Risento Roma: le persone, gli hotel, le distrazioni, i cinema d’essai. Akira Kurosawa: “Sogni”: l’episodio del turista giapponese al museo Van Gogh. Entra nel quadro. Ne esce appagato. Su chi ha vinto?
Il pranzo, nel tardo pomeriggio.
Portata al confine la storia di ora. Adesso è l’ora. Racconta questo rubinetto muto e il pane muffito. Torna dove sei stato incerto. Si chiude l’orto. Il cuore accelera. Devo lasciare la porta aperta. È notte. Potrebbero soccorrermi. Chi sa che sono un abitante? E quale cercare non è più un “Ecce homo” disabitato?
Anche l’immagine di Piazza Tien An Men, questo volere trionfare sul carcere: non Basho, ma Ho Chi Min.
Laggiù, i cani. Bianchi, marrone.
Chi si nasconde si guarda bene che la porta non abbia fratture. Si fa la guerra. Qualcuno è il tuo piangere. La polvere non vuole mi trattenga.

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Ore 3.02. Già sveglio. Il batticuore persiste. Liberarsi è un movimento di redini.
La terra è prima persona cercata.
Ci scarichiamo per sperduti sbarchi.

Si parte dall’io. L’origine, per allontanarsi. Un gesto non segna. Indica soltanto dov’è il nutrimento. E in alto c’è chi finge di non aver visto. L’io chiede uno sguardo, un cenno, vuole ci s’inscriva tra abitabile e dislocazione, un morso, qualcuno che apre violentemente i tuoi occhi, tenta. È una lotta mentre il treno sferraglia e appare la cornea, il bianco. Questo è l’assalto, il suo dovere. L’io. Probabilmente qui.

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La maledizione della scomparsa impossibile. Le tragedie. Un’avvertenza solare. L’osservanza tra le nebbie e l’ascolto, tra i calcinacci, le tradizioni, i discorsi discontinui, il tracimare in una certezza. Gli occhi deboli non aspettano. Le pietre importano alle chiacchiere. Lassù, dov’è fuori. La miniera dei passanti. La volpe brunovandick qui ancora. Non sei la controversia, un oltraggio al silenzio del dio cavernoso. I gesti sono molli, spirituali. C’è una casa. Ci si raccoglie nella paralisi, nell’anestesia. Il rimorso. Un’impalcatura, i puntelli. Non si abborda chi respinge la sete, il sonno. E la ferita. Dietro è ghiaccio conciato a sale. Urne nel tempio di Mercurio. Lo Jonio. Là non posso più andarci. Passo per altre parti. Ci si ustiona. Ci attendiamo. Una coperta sulle spalle. Dietro, un’orologeria della mente, un tortuoso ripetere parole, apparenze. Anche la lotta giovanile, le compagnie eclissate, l’ellittica di una palizzata, di un giardino inglese.

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Ci si compie in una gestualità indefinita. Le case zigzaganti. Pietre lavorate. Bulini, materiale smerciato sul catrame. Il posto di blocco. Un’idea di costruzione. Un posto regressivo. Dove chi esegue il disordine affatica. È il luogo di un lavoro domenicale. Si ascolta ciò che accade nel riposo. È un solstizio. Finestre spalancate. Verrà un’estate al centro dell’inverno. I gheppi si scrutano, tra i diroccamenti e gli ulivi. Albanelle ammirano, desiderose. Le prede stamattina sono insetti. Gli orti con le cassette dei piombini, del mastice. I fiammiferi nelle mani dei bambini per fare lo Shangai. I pavimenti romboidali. Tagliano legna. Una sega tra cataste. Il trapano del vicino mentre un’oca dal collo di cigno saccheggia lombrichi sul calice del calicanto. Lo zafferano impregna il tepore. Parlare. Qualcosa resta immobile come un’aranciera o le raffinerie nei paesaggi desolati di Yves Bonnefoy. Ricordare: “Une pierre”. Bisognerebbe andare a fondo, scavare in cima per trovare la fame dolce che conquista le parole. Una fede sconquassa l’anniversario che le bocche di leone gialle, nate per terra, celebrano insieme ai coboldi e alla fantasime delle case popolari, gli storni, il portone portoghese, una veranda colonica.

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Non vado per viuzze. Angina, angoscia, da giorni.
Capire come andare avanti nella strada dei morti.
Ce n’è una folla. Qui la morte li ha travolti anche dopo il suo avvento. Non ne rimane nulla. Sono bocche bendate. E i vivi intascano e non danno. Ti fanno pagare. Ti rendono un andare senza lutto. Ti molestano. Cadi. T’intrappoli. Ti accusano. Sarai sempre così. Una miseria petulante, un vuoto che dà adito a smorfie, al carnevale. I corenti e i corenti, falliti. Questo è qui. Tutto si scarnisce e trova bilance. Nudo, pesi di meno. Si pesta un territorio di randagi e solitari, ci si fa più crudeli, si distrugge. Secondo Blanchot, Sade e Don Giovanni sono carcerati del gusto dell’elenco, dell’enumerazione, un desiderio che rimane hortus conclusus, eternamente sé stesso, e mai giunge al piacere, mai a uno approdo. Si replica perché il desiderio deve poter pensare che sia una partenza senza destinazione.
Si tratta di spiriti mozzi, di un godere mortifero. Pensare questo.

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Non fai che ruotare intorno alle immagini. Nient’altro.
Un nodo avviluppa il suo nastro. Lo ascolto.
So che lì trovo innestata la domanda che ancora chiede, inesausta.

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Ogni giorno è questa piccola fiamma, l’acqua si ritrae.

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Torni laggiù e dici: “estinzione”, “ricominciare”. Ritrovi gli strumenti. Non fai diversamente. Cerchi di rendere modale una riflessione.
La mente si riprende in un risanamento isolato.
Al centro i voli stanziali, il tracciato di un nomade. Si disfano i cunicoli, si raddoppiano.

Scavi dove moltiplichi la fuga.
Non manca il movimento in ciò che scrivi, ma il tempo.
Racconti appena i fossati, i giacimenti.
Odore di passiflora secca, gli opercoli, i veleni ben distribuiti sul vassoio. Entrare nella parte amara, dicevi, costruirla, attraversarla.
Rifornire la parola, una lingua.
Non le ruspe, quella è la storia, ma il muratore.

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Ciò che ti enuncia, e si ripete, è un flusso e un arresto.
Ciò che siamo è stato accolto. Voluto.
I cordoni delle passamanerie. La morte passa, ruota, tra una via che insinua, e, a piombo, sbreccia, ammucchia sedimenti, si getta nell’asfalto. Il passante sgomita.
– Vedi il sasso – mi dice.
– Cosa prendi dell’attimo?
– Il volume.
– Premi a singhiozzo contro i libri, ridi.
– Si, fumo. E mescolo al tabacco resine che lasciano pensare all’Ottocento, l’odore di cupressacea, di assenzio.
– Conosci l’assenzio?
Non so come trattare. Cento sordi assopiti, ognuno con un suo miracolo. Sono personaggi anche le auto. S’include bene il metronotte nel buio.
A volte se penso a un viso severo è William Burroughs.
Capita di unire autobiografia e vomito. Gli estremi sono: sciamano-nudezza. La volontà di scarnirsi per giungere.
Sono solo. La casa è vecchia. Un parapetto, il finocchio, qualche plateau per i vecchi romanzi. Tornare a casa. La dolce triangolazione di orti, campi, rumori notturni. Il monte con l’ulivo in cima. Le faine sui fili elettrici, sui tetti.

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Da dove viene il nome? Tra le sbarre. È aria e cesella. È il fuoco a cui si accostano gli dei. È di un padre e di una madre. I volti si riesumano, oscurati, da un prato. Nessun torrente. La terra non ritrova niente di ciò che ha detto nell’uomo, non sappiamo se lo possiede. È poco. Ma è necessario che sia marea, novilunio, scure che raschia. Siamo circondati da acqua. Occorre ancora un giorno.

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NOTE RELATIVE ALL’AUTORE

Alfonso Guida (1973) è nato e vive a San Mauro Forte, in Lucania. Legato alle figure di Beppe Salvia, Dario Bellezza, Amelia Rosselli e Paul Celan, suoi testi sono apparsi, tra le altre, sulle riviste Poesia e Forum Italicum. Nel 1998 ha vinto il Premio Dario Bellezza per l’opera prima con la raccolta Il sogno, la follia, l’altra morte a cura del Laboratorio delle Arti di Milano. Nel 2002 ha vinto il Premio Montale con la plaquette Le spoglie divise (Quindici stanze per Rocco Scotellaro). Ha pubblicato Il dono dell’occhio (Poiesis, 2011), Irpinia (Poiesis, 2012), Ad ogni passo del sempre(Aragno, 2013), L’acqua al cervello è una foglia (Lietocolle, 2014), Poesie per Tiziana (Il Ponte del Sale, 2015) e Luogo del sigillo (Fallone editore, 2017). Varie le plaquette: Via CrucisNote di terapiaNous ne sommes pas les derniers. Avamposto cura la rubrica Golpe.

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Alfonso Guida, Conversari –round midnight edizioni 2021

 

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