PASSAGGI CON FIGURE – Elianda Cazzorla – La casetta in Canadà

       sonia biasi – la casetta in canadà 

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Quando maturò la consapevolezza che potesse esserci un lungo periodo di clausura, era di marzo, un anno fa, noi nella Fornace Carotta, in via Siracusa, ci eravamo andati solo due volte per Cercar-sì. Avevo ideato e progettato, per l’associazione Auser di Padova, incontri di scrittura d’esperienza dando valore alla ricerca di sé nella condivisione, nella vicinanza di chi vuole continuare ad essere cittadino attivo, oltre l’età lavorativa anche nel confronto con i giovani. Quando maturò la consapevolezza di cosa avrebbe comportato il distanziamento sociale, mi prese una tristezza profonda che mi metteva davanti agli occhi la potenza dell’imprevisto. Quella che ti sferra un pugno, ti butta a tappeto e ti riduce a fantoccio con i fili spezzati. Dopo il primo disorientamento,  tra gli e ora che faccio?,  e i tentennamenti, tra i massì e i ma va là, decisi che sarei stata Doroty nel Mondo Straordinario di ZOOM, abbandonando quello di OZ, con la forza d’animo di Jo, la ribelle tra le sorelle March, di Piccole donne. Ognuno ha i suoi idoli d’infanzia, si sa.

Ci eravamo visti nello spazio della Fornace adibita ad aula sul lato destro della grande sala dei giochi di gruppo: burraco e scala quaranta. In quel salone, c’erano i tavoli quadrati, tanta gente e tanto brusio e noi avevamo la necessità di una stanza con la porta chiusa, d’accordo con Stephen King di: On Writing. Ero riuscita a creare un interesse particolare per la scrittura in quattro ore, o così mi pareva, quando alla fine del secondo incontro una signora con i ricci biondi e gli occhiali con i brillantini mi si avvicinò e mi disse: «Non avremo compiti per casa, vero?». Trattenni un mezzo sorriso per non essere scortese. Portai lo sguardo verso quella ventina di persone e forse più che erano nell’aula che parlavano tra di loro, alcuni sulla porta per uscire. Cosa volevano realmente? Un’intrattenitrice culturale? Il pensiero così come arrivò lo licenziai, non era necessario il suo sabotaggio per il mio progetto. Il terzo incontro in presenza non ci fu. Corona, l’invisibile, aveva deciso per tutti. E il laboratorio di scrittura, dove sarebbe andato a finire, oltre la stanza con la porta chiusa? Noi tutte/i in fila con la mascherina per accedere al mercato, in muto silenzio, sotto il cielo di marzo, avevamo ben altri problemi.

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sonia biasi – la casetta in canadà, dettaglio

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Arrivò lo sbandamento, e come un pesce rosso che guizza nella boccia d’acqua, in cerca di vie di fuga, ne feci tanti di andirivieni nel mio studio, finchè mi misi al computer per una e-mail alle iscritte e gli iscritti del corso Cercar-sì. Chi era disposto a continuare a distanza l’esplorazione del proprio paesaggio interiore, tramite gli strumenti digitali? Dalle risposte risultò chiaro che se in una stanza reale noi eravamo in venticinque, in quella virtuale ci saremmo ritrovati in dieci. Un numero perfetto, amato dal Sommo, nel suo dispiegarsi di significati sotterranei.

E subito comparvero i primi ostacoli da superare. Il ti vedo e non ti sento o il ti sento e non ti vedo. Terribili.  Come fare a distanza, per spiegare senza mettere le dita sulla tastiera di chi chiede soluzioni? Incroci di telefonate, di messaggi con WhatsApp, di foto inviate con i cerchietti colorati indicanti la soluzione, al posto del clicca qui. A furia di Dai e Dai! Ce l’abbiamo fatta insieme e oggi dopo un anno è cosa normale incontrarsi a distanza, quando ieri era impensabile che signore e signori di una certa età potessero avere la dimestichezza necessaria per entrare nel mondo digitale che muta in continuazione. «Gli aggiornamenti mi disorientano», mi disse uno dei partecipanti.

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sonia biasi – la casetta in canadà, dettaglio

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Così ci siamo incontrate/i con le nostre telecamere piccole e traballanti, e se incorporate nel computer, incapaci di gestirle, di entrare nelle impostazioni, ma con la determinatezza di riuscirci, convinte/i che la voce potesse entrare nelle case di ognuna e ognuno di noi e farci rialzare dai panni del fantoccio in cui Corona voleva ridurci.
E il soffitto viola nella stanza del computer, illuminato poco, con le  presenze dell’altra/o, scompariva e c’era il cielo azzurro, come nella canzone scritta da Gino Paoli, cantata da Mina. Siamo riusciti a innamorarci uno dell’altro, nel senso più ampio del termine con la scrittura galeotta che ci tirava fuori dalla prigionia. L’impegno settimanale, nelle due ore e mezza davanti al video – in cui scoprire la possibilità di raccontarsi anche con l’uso dei segreti delle scrittrici e degli scrittori importanti– e nelle altre ore oltre il video, con le continue riscritture dei propri frammenti, delle proprie emozioni in scene, è stato salvifico per tutte e tutti.
Intanto, incontro dopo incontro, in una nebulosa, si modellava  in me un’idea che è diventata il progetto di un libro: La casetta in Canadà. I testi scelti di tutte e tutti con le interpretazioni pittoriche di Sonia Biasi. Ricordate il Pinco Panco che con sistematica periodicità incendiava la casetta di Martin? Non vi viene in mente? E’ qui.
Pinco Panco chi altro è se non il Corona che vorrebbe fermare la nostra vita, la nostra creatività? Noi quella casetta la ricostruiremo ogni volta che lui ce la incendia con i nostri pensieri in parole, le nostre scene di vita sul foglio di carta e inchiostro. Con il nostro esserci. Vivi. Convinti che l’arancio nasce dal rosso e dal viola.


Elianda Cazzorla

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