ISTANTANEE- Fernanda Ferraresso: leggendo “Opera incerta” di Anna Maria Curci

alberto burri- cretto gibellina vecchia

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L’incerta trama che la vita tesse nei nostri giorni, tra realtà che sono sogni e disegni notturni in cui restiamo affissi anche al risveglio, tra un prima e un dopo mai completamente fermo, questo è ciò che si mostra tra le pagine dell’ultimo libro di Anna Maria Curci, Opera incerta per L’arcolaio editore. Tutto è un terreno smosso dove le zolle della memoria si fanno terra da lavoro, da semina e raccolto. Non sono forse così i giorni? Ognuno con un carico di cose di cui sembra non ci accorgiamo ma s’infiltrano e alla fine fanno da leganti, da legami o legacci? E quello che credevamo fosse il muro di cinta dietro cui essere salvi di fatto è quell’opus incertum che si fa dentro di noi certo, in- certum, pur senza alcuna altra certezza che quella che noi attribuiamo, ciascuno a suo modo sempre, anche quando il lavoro del terreno è su materia e materiale che pensiamo d’altri. L’affioramento di oggetti, schegge d’osso, o monete è sempre qualcosa che stava nell’oscuro di noi stessi, trama di un fitto tessuto in cui l’individuo si scopre essere quel singolare plurale noi, uomo collettivo.
Niente perciò è abbastanza distante o capace di distanziarci, di separarci dall’altro  di cui siamo corpo, voce e ripetuta eco. Attraversare il libro è un confermare l’opera incerta che noi stessi attraversiamo, senza sapere che quell’opera siamo noi e la scriviamo in una lingua frutto di semi e semantiche di tutti i linguaggi, del bene e del male, dell’orrido e del magico, della vita e della morte, che non sono mai pietre lavorabili prima, pur collimando infallibilmente le une con le altre. Serve ogni volta lo scavo, il reperimento di quelle pietre e delle sabbie, per costruire con la lavorazione, a volte difficile, complicata, dura, l’ossatura delle nostre case, tutte case del tempo, quindi momentanee, anche quando si tratta di anni o secoli, la loro valenza è l’istante e la poesia di Anna Maria Curci pone qui e là i segni che custodiscono i tracciati, le differenze delle orme lasciate, compresa quella di una si-lente attenzione, che acce(n)de (a) quella stanza in cui noi riusciamo a vederci, interi, a scoprire un io come esca della vita, fiume e riva, la grande artefice, l’architetta e l’architettura di paesi inferi, danteschi territori di ombre, voci di sabbia e brevi oasi di luce, che costituiscono l’in-certo mare-male- nostro-mostro,  quell’in-perfetto farsi, attraverso il continuo dis-aggregarsi, proprio come accade alle più piccole splendide particelle di cui anche noi, come tutto il cosmo, siamo fatti. Come a dire che non c’è da avere paura, seppur terrifica, ciò che tocchiamo,  ci nutre, ci respira, sprofonda o sol/leva  è OPERA IN(sé)CERTA.

Fernanda Ferraresso

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siccità somalia

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Testi tratti da Opera incerta, di Anna Maria Curci

 

Avvistamenti

In bilico su toni e fenditure
cerca il prodigio il varco quotidiano
senza i sipari i tuoni e le tribune.

Tu prova a decifrare
linee forme colori.
Della sciarada resta
l’anelito, l’attesa.

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Traducendo Sic transit gloria mundi di Czechowski 

Lo struggimento mi lascio alle spalle,
percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa
non separa colpevoli e innocenti,
l’alba del giorno una sollevazione
contro speranze dalla voce querula.

Tutto è già stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,
le sommosse mancate contro l’inanità.

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Controrepliche

I

Era ambulante nonno,
il padre di mio padre.
Con le pezze di stoffa
traversava i calanchi.

Serbo la discendenza
come viva memoria
sudato testimone
della lampada accesa.

II

Dal dicastero di distorte case
con sua trombetta chiama Barbariccia,
espelle verde bile e i suoi cascami.
L’inferno è qui, confermerebbe Dante.

III

Confusa inciampa
– crimine e vilipendio –
misericordia.

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 Angelos

 

Parla per me. Mi giunge questa voce
dal limbo dei ricordi seppelliti.

Parla per me. Strizzo l’occhio. Non vedo.
Da quanto tempo è in pausa la memoria?

Parla per me. Scorgo infine la cuffia
legata al mento e i fiori sgargianti.

Parla per me E’ lei che ci ha salvati
in un giorno di giugno. Affogavamo.

Parla per meQuel giorno tu gridavi
bambina per te e tuo fratello.

Lei è tornata insieme al suo compagno:
Ci portarono a riva. Comparsi solo un giorno.

Parla e racconta di imprese disperate.
Eravate due bimbi e due soltanto.

Cosa vuole da me l’apparizione
in costume da bagno anni settanta?

Tu fammi proseguire. da quel giorno
non abbiamo lasciato il mare mostro.

Quale tributo è ancora da pagare?
Lei scruta il fondo azzurro e mi previene.

Due soltanto eravate, ricorda!
Due bimbi che giocavano, rammenti?

Rammento cominciato memoria intermittente:
Che cosa c’entra mai con la Memoria?

Sono migliaia adesso e non per gioco.
Tuffarsi per salvare più non basta.

Lo schiaffo arriva. Perché ha detto “mostro”?
Non più il rassicurante “Mare Nostro”?

Li rovesciamo a mucchi, il mondo applaude.
Su canti d’elegia ghigna l’orrore.

Parlo per lei per noi che sconteremo
mani a premere teste giù nell’acqua

il lezzo criminale dei proclami
e la complicità che allaga il male nostro.

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Anna Maria Curci, Opera incerta- Editrice L’arcolaio 2020
Postfazione di Francesca Del Moro

 

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