I GUANTI DELLA PROTESTA- Adriana Ferrarini

Ho indossato il mio guanto nero sulla mano destra e Carlos quello sinistro dello stesso paio.
Il mio pugno alzato voleva dire il potere dell’America nera.
Quello di Carlos, l’unità dell’America nera.
Insieme abbiamo formato un arco di unità e forza

Jessie Smith

 

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Quel pugno nero alzato contro il cielo e la testa abbassata a guardare la terra. Ero piccola e la nostra TV, con il suo rigoroso bianco e nero, si accendeva solo nel dopocena, cioè quando noi, le bambine, dovevamo andare a letto. Però ricordo quella foto, relegata nelle pagine interne del “Corriere della sera”, piccola e incastonata tra i necrologi e le colonne dell’articolo in una pagina interna. Allora sembrava più importante parlare delle nozze della  vedova di Kennedy con un armatore greco: per una settimana ci furono foto e articoli in prima pagina.

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Mi ricordo di averne chiesto ragione a mio padre. Che cosa voleva dire: sarei un negro? E in generale “essere un negro”. Non sapevo che già la parola in sé era uno spregio. Avevo letto “La capanna dello zio Tom” e immaginavo gli stati Uniti come un bellissimo paese dove ormai neri e bianchi convivevano pacificamente. Quel lungo braccio levato dritto contro il cielo, chiuso da un guanto nero serrato a pugno raccontava una storia diversa. Una storia che nemmeno mio padre poteva o voleva capire: il mondo americano ai suoi occhi era luminoso, lui stesso assomigliava ad un attore dei film hollywoodiani e mia madre cercava di vestirsi come l’attrice divenuta principessa. Certo il mito si era oscurato con l’assassinio di JFK, seguito a raffica da quello di Martin L. King e poi di Robert Kennedy: questi due ultimi omicidi a ridosso entrambi delle Olimpiadi di Città del Messico, quelle appunto di Jessie Smith e Carlos John. Ma si poteva pur sempre pensare che se anche  le forze del Male cospiravano contro, quel grande paese oltre l’Atlantico restava sempre giovane, sorridente, fiducioso, proprio come il suo presidente assassinato a Dallas, la patria del “self made man”, dove a chiunque tutte le porte erano aperte, se solo ci credeva abbastanza.

Quel braccio nero raccontava però un’altra storia. Non sapevo ancora niente dei  Black Power, sapevo solo che il pugno chiuso voleva dire comunismo e mio padre, che aveva patito la dittatura fascista, vedeva nel mondo sovietico un’altra forma di dittatura: noi potevamo votare ed essere votati, vestirci colorati, leggere qualsiasi giornale, incantarci davanti alle foto del matrimonio dello scià di Persia – senza chiederci che dittatore sanguinario fosse – guardare film dove luccicavano diamanti come gocce di rugiada. Loro no. Questo era il suo mantra. C’era forse un’innocenza in tutto questo, non so.  Ma quel braccio, anzi quelle due braccia di due atleti diversi, un braccio destro e uno sinistro, entrambe alzate con un pugno nero, raccontavano un’altra storia, una storia che metteva paura e nell’immaginario si saldava a quella coltivata dalle antiche fiabe. La paura dell’Uomo Nero, il Boogeyman, cioè l’escluso, il bandito che si rifugia nelle torbiere inospitali, le bogs inglesi. L’Uomo Nero che abita nell’Impero del Male.

Eppure, nonostante fossi una bambina, capivo che quei due pugni raccontavano anche qualcos’altro, sebbene non lo sapessi  definire: erano coraggiose, fiere, osavano sfidare il mondo. Denunciavano le ingiustizie, le discriminazioni nascoste dal glamour delle imprese spaziali, del jet set, delle riviste patinate. Quando una decina di anni dopo, alla mia prima manifestazione ho tirato su anch’io  il pugno per un mondo più giusto, non so se ho pensato a loro, ma certo mi sono sentita in corpo quella fierezza.

Riguardo al fatto che uno avesse alzato il braccio destro e quello sinistro, non mi ero fatta domande: da mancina costretta a diventare destrorsa, ma irriducibilmente mancina in molte operazioni, la cosa mi pareva normale. Poi seppi che la cosa era avvenuta perché uno dei due atleti aveva dimenticato i suoi guanti e il terzo atleta, quello bianco, suggerì loro, di indossare quell’unico paio su due mani diverse. Si potrebbe dire, volendone cavare una morale, che dalla privazione vengono le idee migliori. E non solo, che nella storia, come nelle vite personali, quando le azioni sono decise e coraggiose, i simboli si aggiustano da sé, fino a rasentare la perfezione. Per quanto umanamente possibile.

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(da “La storia di Emilia”)

Da ragazza non sopportavo quando mia madre iniziava a raccontare fatti della sua vita in cui aveva più o meno la mia età, insomma aveva la vita in pugno e si credeva più o meno immortale.  Anche perché avevo l’impressione che volesse sempre farmi la morale. Adesso so che voleva soltanto consegnarmi qualcosa della sua vita. Da far salire sull’arca di Noè, per quando lei non ci sarebbe più stata. Io allora ero troppo occupata dai miei anni furiosi per lasciarle spazio, ma nell’arca del nostro cervello i racconti  restano lì, silenziosi in attesa che venga il momento.

In seguito alle proteste del BLM, mi è tornato alla memoria questo suo racconto, anche se sfumato, impreciso. Così sono andata a leggermi qualcosa sui due atleti americani: ero curiosa di cosa fosse successo loro. “Vengono cacciati dal villaggio, Smith e Carlos. Uno camperà lavando auto, l’ altro come scaricatore al porto di New York e come buttafuori ad Harlem. Sono come appestati. A casa di Smith arrivano minacce e pacchi pieni di escrementi, l’ esercito lo espelle per indegnità.”

Così ho letto nell’articolo scritto alcuni anni fa  dal grande giornalista Gianni Mura. Grazie a lui ho scoperto anche la storia del terzo atleta sul podio, l’australiano Peter Norman, medaglia d’argento. Anch’egli fu trattato da reietto per aver voluto portare al petto lo stemma del Progetto Olimpico per i Diritti Umani, un movimento di atleti solidali con le battaglie di uguaglianza. Solo nel 2012 il Parlamento Australiano lo ha riabilitato e ha riconosciuto il suo errore. Il nipote  pochi anni fa ha girato un documentario su quel momento e su di lui.

Il link dell’articolo di Gianni Mura

https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/06/28/sono-uguale-voi-quel-volto-bianco-accanto.html

Il link al post dello scrittore Riccardo Gazzaniga che nel suo blog racconta la  storia di Peter Norman

https://riccardogazzaniga.com/luomo-bianco-in-quella-foto/