‘NA/TALE…ma chi é, da dove viene e cosa vuole?- …era il Natale 2014

martin pallottini


.

Il presepe di Gaspare

Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un’oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.
I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.
I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo, la sorella Lauri ha esalato l’ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.
Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attrocigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore.
–Gli anni portano con sé la debolezza generale dell’organismo e l’appannamento mentale. La nostra vita è un fuoco spento, c’è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c’è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare–.
Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio.In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui ha un’altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall’alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.
L’uomo-vecchio prepara la colazione mentre l’uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.
Il fratello minore chiede:
«Perchè ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».
Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde:
«Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».
«Ma allora perchè Lauri non ha ancora allestito il presepe?».
Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.
«Lauri non c’è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».
La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.
«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».
«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».
Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:
«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».
«Certo, dietro la casa, dove c’è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi».
I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l’altro per radici e pezzi di corteccia.
Prima di rientare passano nel ripostiglio, recuperano un’asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.
Gaspare bisbiglia soddisfatto:
«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d’inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».
Con un pezzo di tela riveste le gambe in vista del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.
Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n’è mai rotta una.
Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l’altro il bue, l’asino, San Giuseppe, la Madonna, l’angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell’acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta –Tanto arriveranno solo all’Epifania, devono fare ancora tanta strada–.
Innocente sorride nell’attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l’Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino, sospeso in una bolla d’intimità porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.
L’amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l’animo puro e semplice.
L’Incantato è l’unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l’unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.
«L’Incantato non lo metti?».
«Oh certo, passamelo».
«Qui non c’è, dove l’hai messo?.Solo tu puoi saperlo».
Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.
Fin dall’infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.
«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline Lauri aveva regalato il re del pollaio ad una cugina proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l’orrore delle quindici teste mozzate.
Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe, incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il Bambino nella culla.
Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un’ulteriore vita in chi le ascolta:
«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto. Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perchè giuro che sarai benedetto».

Fausto  Falconiere  Dal Bosco

.

martin palottini


.

GLI ANNI ’50, DEL POCO E DEL TANTO

Quando eravamo povera gente
avevamo in tasca un Natale alla grande,
la sublime pochezza di vivere insieme
quattro parole di fila
da non interrompere.
Avevamo pudori irrisolti da caccia alle streghe,
ma l’alibi di fare felice la gioia
per forza d’inerzia:
c’era sempre nel mondo una ruota di giostra
con precise pretese
e il dovere era in piena per farvi salire la gente
senza tema di scendere.
Bastava tentare la vita
e lei rispondeva, ogni volta
con natura di luce possibile,
comunque sovrana.
Ciaveva (*) le antenne:
sapeva capire e fare di conto
con chi la cercava appena quel poco
al di fuori del mondo
per calarvi la poesia di un minuto
e ricominciare, daccapo
a chiamarla per nome

Leopoldo Attolico

da Il parolaio, Campanotto, 1994

(*) “aveva”, in romanesco

.

Venti gennaio del quarantadue

Sono nata ai margini
della vecchia città
fra un canneto
e un melo gemmato
e non furono serene
le foglie tenere:
quel giorno a Wannsee
sfuggì di mano ai conferenzieri
la freccia insanguinata:
firmarono un patto scellerato
e sui prati d’ogni dove
i fiori respirarono
lacrime di sale e rugiada.

Nella vigoria
lasciai la via asfaltata
mulo testardo che il carico
sopporta e cerca slarghi
nei crocevia di cardi e dirupi
avvistare camosci e ritrovarsi
a guardarsi dai binocoli
in evoluzioni d’animali esotici:
fare la ruota e rimanere in bilico
sotto il sole che solchi rivela
e nella monodia
d’un cielo esagerato
sulla cruda terra
amare più di quanto il cuore serra.

Città reduce
dal tempo rigata
mi salvò dalla voragine
l’avvento del Natale
che nel rinascere
in forma non usuale
mi proponeva
come fatto naturale
che è vita
a se stessi
morire.
.
Caterina Franchetta
.

martin palottini


.

Prospettive
.
Dialogo sintetico – ancorché pedagogico –
con giovane senegalese piombato
a bordo treno lungo il tratto adriatico.
Sprofondato nel sedile a bruciapelo fa:
Ciao capo, come va? Io di lavoro
faccio il vu cumprà.

Ecco si accomodano nello scompartimento gli ombrelloni, uno stabilimento,
salgono i bagnanti, e i sandali che incespicano nella sabbia, le merci taroccate, sale l’orizzonte
e il sole accecante di un bel giorno di luglio, sale anche il mare, e lo splendore dei saluti.

Munu di nome. Non sprovveduto anzi avveduto
e con spiccata vocazione mercantile,
affondato esausto nel sedile.

Lui chiesto: che lavoro tu ?
Risposto: non più.
Spiegare troppo non posso
mi pare un sarcasmo, un paradosso
illustrare la cassa integrazione
a un disintegrato vu cumprà.
La semplificazione linguistica mi fa difetto,
non mi diletto di concetti improbi e vaghi,
tipo il fondo esuberi, affronto di petto
e taglio netto con quel: non più.

Segue gesto dei soldi con la mano.
Non mi allontano,
ma gioco al ribasso:
circa mille. Allora ricco tu, mi fa,
forse sollevato, o ammirato, il vu cumprà.
Validità e utilità di certi
repentini cambi di prospettiva.

Paolo Polvani

.

 

Fiati oscuri della Notte
Vedovili silenzi
In cerca di aurore

Verste di buio iarde di tenebra
Consumano i nostri passi di erranti

Inseguiamo non so quali
Luminose aperture
In un tacere che oltrepassa
Ogni pena
In una resa che oltrepassa
Ogni attesa

Si approssima meta ignota
Mentre Parola smuore
Languendo in gole serrate

Sgorgherà lacrima
Purissimo cristallo di rocca
Rendendo l’incontro possibile

Quanta caligine
Dovremo macinare ancora
Prima di scorgere le luci
Dell’altopiano

Eppure già la forza motrice
Del Tempo si affatica
Per produrre l’Arcano
Del Solstizio

Lucia Guidorizzi

.

martin palottini


.

altro zen II

un mondo perfetto era l’idea
perfetta – per sbagliare tutto –
misurare il vento non cambia la vita
la terra sarà anche senza di noi:

magari fermarsi per una formica
stare così nel suo stare e essere
altro – non c’è un modo giusto
di capire – non basterà niente –

solo un’altra forza ecco –
un segno nuovo – come chi
comincia qualcosa di bello
da un errore.
.

Nadia Agustoni

 

.

 

da  Il segreto delle fragole – LietoColle2015

l’albero è ancora nella scatola, il fusto piegato.
ieri sera abbiamo scritto i desideri sul pupazzo bianco
e due palloncini lo hanno portato in alto.
tanto in alto sopra le nostre teste
che lo abbiamo guardato scomparire
e forse anche tu lo hai potuto vedere.
l’albero è ancora nella scatola.

Claudia Zironi

.


.

…e lei piangeva e cantava:
ninna nanna
infante da cuna
il mio bimbo patisce la luna
ninna nanna
bambolino da culla
il mio piccolo patisce il suo Nulla.

Fiammetta Giugni

 


.

Gli anni sono divenuti affronti,
scindibili dalle certezze, in provvisorie costruzioni.
Ci si sente ospiti a vivere così
ma ogni santa mattina non dormiamo
la sola luce è cometa e dubbio, andiamo in strada
disarmati percorriamo le città sorde
e gli interi continenti sono luoghi da ricomporre
gli altri non ci guardano, non esiste il peso
in fila al sottocosto dell’Iper o alla mensa dei poveri
fili di dita fra le monete dei carrelli, i libri per i figli
termiti indebitano le spalle,
sta arrivando l’inverno – dicono – e sarà nero
ci vestirà tutti, srotolandosi in sordina, sottocute
ma del resto fanfare e parole ci sono spesso poco
e non c’è mai stata un’umana apocalisse
nemmeno quando il Natale è andato esule dalla vita
noi non siamo stati risarciti
e non è nato più nulla.

 Simonetta Met Sambiase

.


.

La notte di Natale appena fuori
.
Ci sono sassi aguzzi che premono
sul coccige osso sacro dissacrato
da punte di dolore che scavano
come trapani pneumatici indefessi
e lasciano scorie di lentezza scura
sulla pelle assottigliata di freddo.
.
Ci sono sulla strada negli angoli
urinosi cartoni buste di plastica
qualche bicchiere mezzo pieno
piatti scoperti di frattaglie di pensieri
coperte sdrucite teli di nylon giornali
su cui parole e foto non parlano
né guardano lontano oltre la siepe
di neve fuligginosa di desideri.
.
La notte di Natale è appena fuori
uomini soli stanchi appesi
sotto le loro palpebre calate
su sogni non desiderati.
.
Natale è una passione che si annuncia
la stola viola nelle martingale
della vita che nasce appesa ad un cilicio

Maurizio Soldini

.


.

Non serve servire.
Riverire
ancora meno.
Ma serve
servire.
Se servo
io ci sono.
Se non servo,
io non nasco.

Se nasci e
non servi,
resti solo
serva,
serva
inutile
di
te stessa.
Nata morta.

Cristiana Pagliarusco

 .

martin palottini

Un giorno come un altronome e cognome già scritti nel petto
all’io nostro bambino _annunciazione_
d’angeli scesi invano sulle culle
di tutti i gesucristi appena nati
di quelli morti e quelli mai vissuti

io non faccio presepi, guardo il mare
e piccoli pastori galleggianti
talmente taciturni
_furono messi in croce e accatastati_
sotto quel cielo finto a lampadine
e li spazzava il faro
li rispediva a chi, non essendo mai nato,
da lontananze siderali
poteva sopportare che un destino
di sistema binario, avesse reso
agli uomini di buona volontà
il pacco originale
sopra le schiene chine

e sulla crosta di slivellamenti
d’un pianeta ridotto al lumicino
si dovrebbero appendere striscioni
ghirlande d’aghi e sale
di tutto il pianto che dalle foreste
dalle rive dai monti dalle forre
dai deserti e dai campi insanguinati
piove sui resti dell’umanità
illuminata mai da una cometa

Cristina Bove


.

L’Annuncio
.
Quale timore stringono al cuore
le mani / il viso non si vede
vasi d’oro ha profuso il pittore
da Michelangelo ha tratto il piede

dell’angelo nunziante le vesti
della fanciulla del vento sono
spagnole nelle vene di lei pulsano
raffiche di rebus come negli alti

sbalzi luminosi che inseguono
serie infinite di silenzi e varchi di
storia da dove in fuga le parole

prorompe un nudo classico un uomo
perfetto un dio? non è dato il volto
e la porta rimane aperta su ‘Na tale …
..
Marisa Madonini
.

 martin palottini


.

Quanti auguri
spesi ogni anno a Natale
speranze vane illusioni
sospese
Quanti pensieri
costruiti
come castelli
dentro ai nostri
sogni fragili come cristalli
Quanti momenti
parole tormenti
intrecciati a mille
fraintendimenti
Quanto amore
tramutato in dolore
destinato a ferire
colpire annientare
Quanti cassetti
chiusi dentro ai
nostri cuori
in attesa che
si aprano e nascano fiori
Quanta poesia
dentro a ogni stella
in un istante
mi porta via e
mi fa sentire bella
Quanta bellezza
dentro a un silenzio profondo
mi illumina dentro
e subito si accende
il mondo…
.
Beatrice Impronta


.

Natale 2014 a Belfiore

I bambini cantavano e la musica mi ha dato gioia
nell’aia l’odore di legna ha riempito il cortile
e la luna sembrava voler cadere nelle nuvole.
Il cancello si è ricamato di ragnatele d’argento
lontano sulla collina brillavano luci nel bosco
Chiudo la porta di casa, torniamo piccoli,
facciamo un presepio noi due. Ci sei tu, ci sono io
e c’è in noi quel bambino che rinasce ogni volta
Ce lo portiamo dentro da sempre
piccolo grande pezzo di cielo
che ci rende immortali.
Oggi è Natale e siamo vecchi insieme.
Seguiamo la sua stella, ci porterà lontano.
.
Vittoria Ravagli.

.
martin palottini

.

Uccelli delle tempeste

Devo bucare le pareti del tempo e come un imbuto infilarmi là al centro della tempesta, un vortice d’acqua e terra che ulula ulula. Lì una giovane donna sfiancata dalla paura dal male ha appena smesso di urlare – le sue urla più alte del cielo. Sulle lenzuola rosse di sangue, eccomi, sono un grumo di carne e pianto e muco che il suo ventre ha plasmato in un lavoro di mesi.
Intorno al letto le fate: atavici zii contadini e pastori e massaie e i re magi già in viaggio. Mi prendono in braccio, ma nessuno sa spegnere il pianto.
E’ primavera e sui rami maturano pesche e susine e pomodori negli orti.
Arriva l’autunno e il mio pianto continua a bucare le notti.
Poi come le maglie di lana, così anche i giorni si stringono e già il buio ingordo s’è mangiato fette intere di luce. Ma niente sazia quel pianto.
Mio padre è stremato e una notte improvviso partorisce un pensiero selvaggio: uccidere il pianto, gettarlo dalla finestra.
Mia madre accanto a lui dorme un sonno inquieto. Fuori viene la neve. Il vento ulula alle porte.
Quel pensiero mi attraversa come una lancia. Inghiotto le lacrime e di colpo comprendo che devo essere il padre e la madre di mia madre e mio padre, che anche loro hanno dentro una riserva di pianto grande come gli oceani. Basta ascoltare.
E’ la notte della vigilia. Depongo il mio regalo sotto l’albero. Un argine che fermi il diluvio.
Non piango più. Non piangerò più.
Ho da allora l’orecchio fine al dolore dentro le cose e gli umani e le bestie. Cresce ogni giorno. Rivoli di lacrime che tutte scendono al mare.
E ho ali come quelle degli uccelli delle tempeste.
Ma sulla terra i miei piedi hanno il passo leggero dei pettirossi.
.
Adriana Ferrarini.

.

Na-tale e quale, o forse no
.
Na-tanti voti di ogni bene espressi
in piedi, ai banconi, in fretta e furia
di sganciare gale e lustrini a norma
(mandria sedata recita il copione).
.
Na-tale e quale a tutti gli altri
o forse no, se non hai smesso di cercare il volto
dimesso e splendente, se ti volti ancora
al tocco leggero sulla spalla.
.
Na-scosto agli incalliti torcicollo,
non ha più boccoli, non ha pelle di rosa.
Le rughe schiudono un sorriso malmenato.
In silenzio, tendete le braccia.

.

Anna Maria Curci

.

martin palottini

tu che non sei
come ti penso
.
tu che non sei
come ti sento
nel bianco tra le righe
inquieta in crescendo
il tuo silenzio

.

aldilà delle parole
oltre la sponda
di ogni verso – sul rovescio
di ogni vibrazione
nel bianco tra le righe
tace il tuo silenzio

.

nell’orlo degli occhi e del respiro
al bordo del percorso prigioniero
del bianco tra le righe
se fossi un abbraccio
di neve il tuo silenzio

.
bruciata ogni voce dal tuo fiato
non resta che bianco
pudore di vuoti pensieri d’attesa
la brace di tutti i colori

.

bianco di luce improvvisa
.
Angela Chermaddi

.

martin palottini


.

 Il chiodo

Giungono ogni anno a dire
che oltre quella stalla
muta sostanza il fiume

Alla foce dei passi
si portano setacci
s’indossano canizie
da trovatori d’oro

E a sera sporte sature
di nulla commerciale
alludono alle braccia
_ illudono la guardia

Quando si viene al peso
l’autoindulgenza è il chiodo
che stara la bilancia

Patrizia Sardisco