TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea e Paolo Gera: Il poeta e l’anarchico

léo ferré- immagini di repertorio

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Ecco, ci siamo: gli chansonniers francesi.

In questa rubrica, arrivata ormai alla sua trentunesima puntata (la prima uscì nell’ormai remoto aprile 2017), la canzone francese è sempre stata il convitato di pietra. L’appuntamento era inevitabile, ma l’ho rimandato a lungo.

Perchè? Beh, innanzi tutto devo confessare un mio fastidio per il suono del francese. È un’idiosincrasia tutta personale: non metto in dubbio lo splendore della cultura o della letteratura d’Oltralpe, anzi i poeti e i romanzieri francesi, soprattutto quelli dell’Ottocento e del primo Novecento, sono al nocciolo della mia formazione culturale; ma a me la fonetica francese dà proprio un fastidio fisico, non posso farci niente (mentre invece, in totale controtendenza rispetto alla media italiana, trovo bello e persino musicale il tedesco).

Di conseguenza, ho sempre frequentato poco anche la canzone francese, con alcune eccezioni: Brassens, a cui sono arrivato ovviamente tramite De Andrè; Henri Salvador, per le sue radici jazz; Jacques Brel, perché le sue canzoni me le suonava alla fisarmonica mio padre, da piccolo; Charles Trenet, che mi è sempre stato simpatico; qualcosa di Yves Montand, orecchiata non so più nemmeno io dove; Nino Ferrer (e come si fa a non amarlo?); e poco altro.
(Ah, e Françoise Hardy, ma quando c’è lei la vista prende il sopravvento sull’udito, ahimé).

Ringrazio quindi l’amico Paolo Gera per avermi stimolato, presentandomi questa splendida canzone, da lui tradotta.

Léo Ferré, dunque. Anarchico, irriverente, profondo conoscitore di poesia (sulle sue mises en musique di Baudelaire, Verlaine e Rimbaud dovrò prima o poi tornare) e anche legatissimo all’Italia, perché sua madre era piemontese ed egli stesso soggiornò a lungo nel nostro paese, sin da bambino.

Ma qui lascio la parola a Paolo.

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léo ferré– anarchistes,maggio 1968

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Il primo ricordo di Léo Ferré è legato alla mia infanzia televisiva. Già a sei anni avevo i miei idoli musicali ed ovviamente erano tutti giovani e yéyé: non c’entrava la genialità musicale, il mio plauso andava indistintamente ai Beatles, a Gianni Morandi, ad Antoine che cantava “Pietre”. Credo fosse un’edizione di “Canzonissima”: attraverso lo schermo mi apparve  questa figura aggressiva di clown bianco che mi destabilizzò completamente. Aveva i capelli candidi portati lunghi dietro la testa completamente calva e aveva lo sguardo disperato. Cantava “Avec le temps”, in una versione italiana. La sua figurina non andò a completare il mio album dei cantanti Panini. Era, come si diceva allora negli scambi fra ragazzini, una “scartina”. 

Solo parecchi anni dopo conobbi la sua originalità, il suo furore anarchico, la sua passione erotica e politica. Ascoltai le sue canzoni tradotte e interpretate dai Têtes de Bois, mi parlò di lui e dei suoi insegnamenti il suo sodale italiano Mauro Macario, poeta e ora mio grande amico. Andai in pellegrinaggio al pont Mirabeau di Parigi, perché la sua versione musicale della poesia di Guillaume Apollinaire mi aveva colpito al cuore.

 

La canzone qui proposta da Sergio fa parte di un disco straordinario del 1969 “Amour et Anarchie”, dove il suo repertorio da chansonnier arrabbiato, anche quando parla d’amore, si apre a influenze rock accentuate. Subito dopo il maggio francese! E infatti in questa canzone Léo Ferré paradossalmente mette in scena un controllo della polizia – non raro in quel periodo ai danni di studenti e intellettuali – , in cui l’autorità gli chiede di esibire il suo certificato di poeta. Ferré ne approfitta per stilare un elenco lunghissimo e corrosivo di tutti i tic e le manie poetiche del secolo breve. 

Per un commento più ampio e puntuale rimando al dialogo tra me e Sergio Pasquandrea sulla rubrica “T9” di questo numero. Qui posso soltanto aggiungere che la traduzione del testo è stata lunga e assai complicata: ho provato,  attraverso licenze realmente anarchiche, a catturarne il senso ironico e trasgressivo anche in Italiano, ma credo che certi giochi di parole, a volte coltissimi, possano essere apprezzati solo in francese.  Mi appello in ogni caso allo spirito libertario di Léo per essere perdonato!

Buona lettura e buon ascolto.

 

Sergio Pasquandrea e Paolo Gera

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Testo originale

 

Poète, vos papiers!

 

Bipède volupteur de lyre
Epoux châtré de Polymnie
Vérolé de lune à confire
Grand-Duc bouillon des librairies
Maroufle à pendre à l’hexamètre
Voyou décliné chez les Grecs
Albatros à chaîne et à guêtres
Cigale qui claque du bec

Poète, vos papiers !
Poète, vos papiers !

J’ai bu du Waterman et j’ai bouffé Littré
Et je repousse du goulot de la syntaxe
A faire se pâmer les précieux à l’arrêt
La phrase m’a poussé au ventre comme un axe


J’ai fait un bail de trois six neuf aux adjectifs
Qui viennent se dorer le mou à ma lanterne
Et j’ai joué au casino les subjonctifs
La chemise à Claudel et les cons dits ” modernes “

Syndiqué de la solitude
Museau qui dévore du couic
Sédentaire des longitudes
Phosphaté des dieux chair à flic
Colis en souffrance à la veine
Remords de la Légion d’honneur
Tumeur de la fonction urbaine
Don Quichotte du crève-coeur

Poète, vos papiers !
Poète, Papier !


Le dictionnaire et le porto à découvert
Je débourre des mots à longueur de pelure
J’ai des idées au frais de côté pour l’hiver
A rimer le bifteck avec les engelures

Cependant que Tzara enfourche le bidet
A l’auberge dada la crotte est littéraire
Le vers est libre enfin et la rime en congé
On va pouvoir poétiser le prolétaire

Spécialiste de la mistoufle
Emigrant qui pisse aux visas
Aventurier de la pantoufle
Sous la table du Nirvana
Meurt-de-faim qui plane à la Une
Ecrivain public des croquants
Anonyme qui s’entribune

A la barbe des continents

Poète, vos papiers !
Poète, documenti !

Littérature obscène inventée à la nuit
Onanisme torché au papier de Hollande
Il y a partouze à l’hémistiche mes amis
Et que m’importe alors Jean Genet que tu bandes

La poétique libérée c’est du bidon
Poète prends ton vers et fous-lui une trempe
Mets-lui les fers aux pieds et la rime au balcon
Et ta muse sera sapée comme une vamp

Citoyen qui sent de la tête
Papa gâteau de l’alphabet
Maquereau de la clarinette


Graine qui pousse des gibets
Châssis rouillé sous les démences
Corridor pourri de l’ennui
Hygiéniste de la romance
Rédempteur falot des lundis

Poète, vos papiers !
Poète, salti !

Que l’image soit rogue et l’épithète au poil
La césure sournoise certes mais correcte
Tu peux vêtir ta Muse ou la laisser à poil
L’important est ce que ton ventre lui injecte

Ses seins oblitérés par ton verbe arlequin
Gonfleront goulûment la voile aux devantures
Solidement gainée ta lyrique putain
Tu pourras la sortir dans la Littérature



Ventre affamé qui tend l’oreille
Maraudeur aux bras déployés
Pollen au rabais pour abeille
Tête de mort rasée de frais
Rampant de service aux étoiles
Pouacre qui fait dans le quatrain
Masturbé qui vide sa moelle
A la devanture du coin

Poète… circulez !
Circulez poète !
Circulez !

 

Note:

Grand-Duc bouillon des librairies (v. 4): gioco di parole di difficile traduzione. Duc de Bouillon, con l’appoggio di Enrico IV, fu tale Henry de la Tour d’Auvergne che risulta essere stato importante capo politico degli ugonotti. Ma ovviamente ‘bouillon’ in francese è il brodo. Da cui la mia scelta di tradurre: “gran giansenista che sbrodola nelle librerie”. 

 

J’ai bu du Waterman et j’ai bouffé Littré (v. 11): Waterman è una famosa marca di penne stilografiche e Émile Littré è l’autore ottocentesco del monumentale e normativo “Dictionnaire de la langue française”.

 

Papier d’Hollande (v. 47):  il “papier Hollande” è una carta di lusso usata per edizioni a tiratura limitata.

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Traduzione

 

Poeta, documenti!

 

Bipede in calore per la lira
Sposo castrato di Polimnia
Confettura di vaiolo lunare
Gran giansenista che sbrodola nelle librerie
Furfante da impiccare all’esametro
Delinquente declinato in Grecia
Albatro in catene e ghette
Cicala che fa la claque col becco

 

Poeta, esibisca i documenti!
Poeta, documenti!

Ho bevuto del Waterman e mi sono ingozzato di Littré
E ora ho l’alitosi da sintassi
Per far sparire i preziosismi al momento dell’arresto
La frase mi ha colpito allo stomaco come un asse

Ho stipulato un contratto sino a nove anni con gli aggettivi
Che hanno indorato il moccolo alla mia lanterna
E mi sono giocato al casinò i congiuntivi
La camicia di Claudel e quei coglioni dei “moderni”

Sindacalista della solitudine
Muso divorato dai tic
Sedentario delle longitudini
Fosforo degli dei carne da flic
Pacco in sospeso senza vena
Rimorsi della Legion d’onore
Tumore della funzione urbana
Don Chisciotte del crepacuore

Poeta, i documenti!
Poeta, documenti!

In bella vista il dizionario e il porto
Io sborso parole a lunghezza di pelo
Ho delle idee in frigo da parte per l’inverno
Per  far rimare la bistecca con il congelatore

Tuttavia Tzara inforca il bidet
All’hotel dada la merda è letteraria
Finalmente con il verso libero e la rima in congedo
si potrà poetizzare il proletario

Specialista della miseria
Migrante che piscia sulle Visa
Avventuriero della pantofola
Sotto il tavolo del Nirvana
Morto di fame che plana in prima pagina
Scrittore pubblico dei buzzurri
Anonimo che si intrattiene 
Con la barba dei continenti

Poeta, si identifichi!
Poeta, documenti!

Letteratura oscena inventata di notte
Onanismo pulito via con carta di lusso
C’è un’orgia con l’emistichio, amici miei
E che m’importa allora che Jean Genet ce l’abbia duro

La poetica liberata dal bidone
Poeta, prendi il tuo verso e faglielo bastare
Mettigli i ferri ai piedi e la rima sul balcone 
E la tua musa sarà vestita come una vamp

Cittadino che si sente il capo
Paparino dell’alfabeto
Pappone del clarinetto
Seme che cresce dai patiboli
Chassis arrugginito sotto le demenze
Corridoio imputridito dalla noia
Igienista del romanticismo
Insulso redentore del lunedì

Poeta, documenti!
Poeta, salti!

Che la visione sia impertinente e l’epiteto perfetto
La cesura subdola, ovviamente, ma corretta
Tu puoi vestire la tua Musa o lasciarla nuda
L’importante è iniettarla col tuo ventre

I suoi seni obliterati dal tuo verbo arlecchino
Gonfieranno golosi l’insegna alle vetrine
Solidamente inguainata la tua lirica puttana
Potrai portarla fuori nella letteratura

Ventre affamato che tende l’orecchio
Predone dalle braccia spoglie
Polline scontato per le api
Testa di morto rasata di fresco
Scala di servizio per le stelle
Tirchio che la fa nella quartina
Segaiolo che svuota il suo midollo
Alla vetrina d’angolo

Poeta, circolare!
Circolare poeta!
Circolare!