TRA LA PAROLA POETICA E LA MUSICA- Sergio Pasquandrea e Paolo Gera- A proposito di “Poète, vos papiers”, di Léo Ferré

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In questo numero di “Carte Sensibili”, nella rubrica “Tra la parola poetica e la musica”, trovate un articolo a quattro mani sulla canzone “Poète, vos papiers”, di Léo Ferré. Abbiamo pensato di approfittarne per intavolare un dialogo intorno all’idea di poesia che quel testo propone.

 

Paolo Gera

Nel testo della canzone “Poète, vos papiers” Léo Ferré redige un micidiale, incalzante elenco delle vanità poetiche e la figura del lirico alla fine ne esce disfatta. È un vero gioco al massacro dove, senza una vera e propria scansione temporale, vengono ammassati autori e tendenze in un vero e proprio attacco anarchico alla miseria della poesia, ovvero alla sua pomposità, alla sua ufficialità, al suo prendersi troppo sul serio… Qui tutto si corrode e si decompone: il malinconico è butterato dal vaiolo lunare, il prosaico è “un insulso redentore del lunedì”, l’elegiaco è un “onanista che si pulisce con la carta di lusso” e poi ci sono i dadaisti con Tzara su un bidet, c’è Claudel e quei coglioni dei “moderni” etc. etc. Chissà con chi se la prenderebbe oggi Léo e se, in questo periodo, dove non esistono più scuole e ogni poeta fa per conto suo smerciandosi con l’autoproduzione, la sua vena anarchica sarebbe ancora valida…

Sergio Pasquandrea

A me quella canzone ha fatto venire in mente un vecchio pezzo di De Gregori intitolato “Poeti per l’estate” (è sul disco Scacchi e tarocchi, del 1985), nel quale i (cattivi) poeti vengono descritti come “ipocriti, gelosi come gatti”, pronti a “pugnalare alle spalle gli amici più cari” per un premio letterario, ma anche a “firmare grandi appelli per la guerra e la fame / vecchi mosconi ipocriti, vecchie puttane”.
Per quanto riguarda invece la tua domanda sull’oggi, per me il problema non è tanto che i poeti si autoproducano o che non esistano scuole, quanto piuttosto il fatto che siano completamente spariti dallo sguardo pubblico. Fino agli anni Sessanta o Settanta, Montale scriveva sul Corriere della Sera, Ungaretti appariva in televisione, Pasolini era un opinionista. Oggi, se si chiedesse a un italiano preso a caso per strada di nominare un poeta vivente, o perlomeno contemporaneo, la risposta sarebbe uno sguardo vuoto. Oppure nominerebbe certi fenomeni da baraccone dell’instapoetry (Francesco Sole, Rupi Kaur, Gio Evan), o Franco Arminio (che è noto soprattutto per questioni extra-letterarie), o Catalano (che è un bravo cabarettista ma non certo un poeta), o ancora la povera Alda Merini, che è stata oggetto di una speculazione vergognosa, pre- e post-mortem. Insomma, personaggi noti non in quanto poeti, ma per visibilità mediatiche variamente acquisite.
Quindi, secondo me, Ferré oggi avrebbe difficoltà a lanciare le sue frecciate per mancanza (o invisibilità) del bersaglio.

Paolo Gera

Interessante il riferimento alla canzone di De Gregori che non conoscevo e giusta la tua osservazione sulla scarsa visibilità mediatica dei poeti. In effetti anch’io non conoscevo né Sole né Kaur né Evan. Arminio ho avuto anche modo di presentarlo, ma la sua è una strategia ben studiata e ruffiana di uso dei social per ottenere seguito e discutibile fama. I poeti hanno sempre criticato i poeti, dall’epoca di Cecco Angiolieri e del Dolce Stil Novo o ancora prima nella poesia latina.
Rimbaud ha pisciato sui Parnassiani, il Futurismo voleva spazzare via il vecchiume rimaiolo, Montale e Pasolini se le sono date di santa ragione, proclamando la loro reciproca avversione a suon di versi. È lecito attaccare i poeti contemporanei, proclamando nell’affondo critico una propria visione ideologica della poesia? Assolutamente sì. La poesia progredisce se esistono avanguardie che ne vedono una progressione stilistica e contenutistica attraverso la rottura con i moduli del
passato e con chi se n’è fatto alfiere. Ma ecco che ritorna prepotente anche la formulazione di “poesia anarchica” come spazio assoluto di libertà al di là delle scuole e dei movimenti. Gli outsider veri. A me viene in mente Antonio Delfini e i suoi versi: “È mio dovere scrivere la mala poesia”.
Ecco, io oggi apprezzo i poeti che abbiano nella loro scrittura una dimensione di progettualità, se è possibile radicale. Attenzione dunque: poesia anarchica non significa per me libera espressione di una propria dimensione egotica, ma la capacità anche intellettuale di rapportarsi alla società, di far vivere nella carne dei versi la protesta contro l’oppressione dorata o plumbea a cui ci sottopone. La poesia anarchica deve rappresentare una riflessione agguerrita sull’uso del linguaggio poetico,
contro la miriade di linguaggi istituzionalizzati.

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testi da  “poète, vos papiers” di léo ferré

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Sergio Pasquandrea

Ogni evoluzione è inevitabilmente un parricidio. Per progredire, bisogna uccidere i maestri e liberarsi della loro influenza: è un po’ la visione di Harold Bloom nel celebre saggio “The Anxiety of Influence”. Però c’è anche la teoria opposta, quella esposta da T.S. Eliot in “Tradition and Individual Talent”, in cui si sostiene che ogni scrittura letteraria si inserisce in un continuum che ingloba i maestri del passato. Sono due visioni entrambe vere, ognuna a suo modo: l’avanguardia è necessaria, così come è necessario trarre linfa da chi ci ha preceduto. Ogni operazione testuale è sempre anche intertestuale. E del resto la storia della letteratura (così come di qualunque altra arte) si può leggere come una continua dialettica fra queste due tensioni contrapposte. Però vorrei porre l’accento su un altro tema che sollevi: quello degli outsider. Che non necessariamente, attenzione, sono gli avanguardisti. Nel Novecento italiano, ad esempio, due outsider sono stati Sandro Penna e Umberto Saba, che formalmente erano molto meno “rivoluzionari” rispetto ai loro contemporanei, ma si ponevano in una posizione appartata proprio perché recuperavano e rinnovavano un linguaggio apparentemente usurato, quello della tradizione, con tanto di metrica e rime. Penna, poi, era tanto più outsider proprio per il suo totale, quasi ostentato rifiuto dell’impegno politico (“Sempre fanciulli nelle mie poesie! / Ma io non so parlare d’altre cose. / Le altre cose son tutte noiose”…).
Insomma: chi era più anarchico e più outsider, Saba o i futuristi? Penna o (per fare un nome a te caro) Sanguineti?

Paolo Gera

Se si vuole parlare di marginalità direi senza dubbio Penna o Dino Campana o in tempi più vicini a noi, la straordinaria Claudia Ruggeri. Il dato biografico risulta importante anche per lo sviluppo del canto del poeta. È chiaro che Sanguineti ha contribuito in modo determinante all’evoluzione dello sperimentalismo poetico in Italia, ma aveva un posto accademico consolidato all’Università di Genova, si riconosceva, anche se da indipendente, nella linea del Partito Comunista Italiano di cui fu deputato, si era formato una famiglia che è spesso citata come porto sicuro nelle sue composizioni. Eppure lo scardinare le regole della poesia e dei generi letterari in generale, il mostrarne l’aspetto ludico, il divertimento formale, l’aspetto laboratoriale del linguaggio, insomma tutte queste cose insieme, lo possono fare individuare come “anarchico”. Tutto è estremamente complesso. Non era un outsider Rimbaud? Eppure l’influenza che ha avuto sulle esperienze di scrittura successive è incommensurabile. Spesso chi presenta la propria opera come eccezione ha in sé germi di novità tali, che successivamente si diffondono universalmente e assurgono a norma. Per chiudere il cerchio, Leo Ferré è stato indubbiamente un outsider e nel testo che abbiamo proposto, tradotto e sviscerato si pone in un atteggiamento di totale mancanza di riverenza, unita a una profonda conoscenza di ciò che critica e sbeffeggia, in modo tale da potere a giusta ragione essere definito anarchico. Anche lo stile incalzante attraverso cui esprime la propria derisione oltrepassa le regole a cui in quel periodo erano soggette le canzoni. Ma l’anarchia sfugge per proprio statuto al carcere di ogni definizione. Lascio a te le conclusioni.

Sergio Pasquandrea

Ho sempre avuto un penchant, un bias per dirlo all’inglese, per i marginali, per coloro che il canone letterario sembra aver lasciato indietro o ai margini. Sarà forse (anche) per le mie origini meridionali (il Sud è da sempre il margine d’Italia: per rendersene conto, basta contare gli scrittori meridionali presenti nelle antologie di letteratura italiana). Una riflessione che mi sento di fare, in conclusione, è proprio sul concetto di “canone”, che negli ultimi decenni è tornato spesso nella discussione letteraria, soprattutto in riferimento al “Canone occidentale” (1994) di Harold Bloom. In opposizione a Bloom, io vedo il canone non come un monolito, bensì come una realtà fluida e metamorfica: non solo perché – ovviamente – varia nel tempo (Rimbaud ai suoi tempi era un outsider, oggi è canonizzato) e nello spazio (per un persiano, sono “canonici” Firdūsī, Rumi e Nezami, per un cinese Confucio, Du Fu e Li Bai, per un arabofono Abu Nuwas e Nagib Mahfuz, per un indiano il Mahābhārata e Tagore, e così via); ma soprattutto perché esso ha senso tanto per ciò che include quanto per ciò che lascia fuori: gli inclassificabili, i fuori norma, gli irriducibili.
Insomma, gli anarchici. Che hanno la funzione, sempre sacrosanta, di provocarci, ricordandoci che nessun idolo è talmente consacrato da non poter essere abbattuto.

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edizioni autografate di “poète, vos papiers”, di léo ferré