I GUANTI AVVELENATI – Adriana Ferrarini

caterina de medici & rené le florentin

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24 agosto 1572, notte di San Bartolomeo. 

Una bottega sospesa sulla Senna: Pont Saint Michel era all’epoca più gremito di case e botteghe di Ponte Vecchio e Rialto messe insieme. 

Il suo interno è saturo di profumi: garofano e rosa, fiore d’arancio e mandorla, rosmarino e lavanda e poi pepe, cannella, incenso e anche i più ricercati, gli aromi che vengono dal Nuovo Mondo, vaniglia, cacao, tabacco: tutta una miscela di profumi sontuosi sotto cui si infilano pesanti zaffate, come si apre la porta del retrobottega. Lungo le pareti rivestite di scaffali in massello di noce si allineano diligenti albarelli istoriati di blu e su un grande tavolo ampolle, storte, bilance e infusori. È questo il regno di René le Florentin, alias Renato Bianco, il profumiere o muschiere, come si usava dire allora, venuto da Firenze assieme a una schiera di poeti, pittori, cuochi e pasticceri al seguito di Caterina de Medici, la regina di Francia. Era un povero garzone, l’umile allievo di un frate alchimista nel convento di Santa Maria Novella e ora, nella Francia devastata dalle guerre di religione, è un uomo potente e temuto, più ricco di Creso.
Con i suoi alambicchi René tritura, mescola, soppesa, filtra e distilla erbe odorose, inventa essenze e veleni, ne impregna tessuti e pellami. Trama vendette a suon di profumi: ha messo a punto una sostanza inerte e letale in cui immergere indumenti prima di profumarli, soprattutto biancheria intima che verrà regalata e indossata con un fremente piacere avulso d’ogni sospetto. Tutta la nobiltà francese fa a gara per indossare una camicia profumata da René le Florentin, ignara che l’acido inodore di cui potrebbe essere imbevuta a contatto con la pelle produrrà nei giorni a venire eczemi e ulcere letali.
Anche i guanti non sfuggono a questo destino: in una cassa nel retrobottega il re dei profumieri ne ha un bauletto pieno: in capretto dorato o avorio o ancora bruno o terra di Siena, meravigliosamente cuciti e ricamati con filo d’argento e tempestati di gemme, sono più preziosi di un gioiello, ma così puzzolenti che tanto vale infilare le mani nel letame. Come potrebbe essere altrimenti? Immersi per giorni in vasche contenenti liquami di cane o vacca e poi di piccione, dove vengono poi pestati a pieni nudi per ore [1], i pellami si portano appresso questo puzzo fecale. In effetti conciatori e profumieri fanno parte della stessa gilda, l’odore e il profumo sono fratelli siamesi, inseparabili l’uno dall’altro. 

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michele abriola- conceria a fès ( marocco) per gentile concessione dell’autore

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A Grasse, capitale della conceria nel Medioevo, utilizzavano una polvere di mirto e pistacchio per trattare il cuoio, ma le mani nei guanti continuavano ad ammorbarsi finché il Marchese Frangipani non si inventò una lavorazione della pelle a base di polvere di mandorle e i guanti presero allora un profumo tanto squisito che i pasticceri crearono un dolce con il suo stesso nome; sempre per analogia olfattiva, Frangipane verrà anche chiamata, secoli dopo, la Plumeria, o fiore del paradiso, la pianta dei Caraibi i cui fiori profumatissimi, nelle isole Hawai, fanno grandi collane da appendere al collo degli ospiti.
I guanti Frangipane o “sweet gloves”, per dirla all’inglese, conquistarono Caterina de Medici e con lei tutta la Francia, o meglio, quella che contava. Regalare o ricevere in dono un paio di sweet gloves era un segno di prestigio e potere. Di predilezione. D’altronde il profumo Frangipane richiedeva un procedimento lungo e laborioso che il nostro muschiere fiorentino padroneggiava alla perfezione: bisognava immergere i guanti in soluzioni di erbe, spezie e legni, e di fiori come gelsomino, iris, violetta e poi lasciarli essiccare all’aperto, per più volte di seguito.
Così Caterina de Medici, per vincere la ritrosia di Jeanne d’Albret, regina di Navarra, e far sì che una delle sue figlie ne sposasse l’erede, appunto al trono di Navarra, inviò all’auspicata ma riluttante consuocera un sontuoso paio di guanti in regalo. Dopo due settimane la regina di Navarra morì. Si sussurrò, e il sussurrio crebbe nei secoli fino ad apparire una solida verità, che i guanti preziosi fossero avvelenati.
Gli storici ci assicurano oggi che non è così, ma la storia è fatta anche di dicerie, false credenze, superstizioni. Comunque sia, due mesi dopo, in agosto, si celebrarono le nozze alle quali sicuramente prese parte il nostro ricco e temuto profumiere, il cui naso certo si compiacque dei profumi voluttuosi che uomini e donne blasonati emanavano. Cos’erano d’altronde queste creature se non miscele di profumi da lui stesso create?
Enrico di Navarra era protestante – come la madre, Jeanne d’Albret. Margherita, la figlia di Caterina, cattolica – come la madre. Doveva essere un matrimonio pacificatore, ma non passarono nemmeno cinque giorni dai reali sponsali che la notte del santo scuoiato “furono usate crudeltà grandissime contro le donne e i fanciulli, onde erano senza riguardo alcuno uccise, quantunque molte di loro fossero gravide. Le vergini erano prima stuprate e poi uccise”[2]. La famosa notte di San Bartolomeo.
Ci vollero ancora quasi trent’anni perché un editto, concedendo la libertà di culto, riportasse la pace in Francia: a emanarlo fu proprio quell’Enrico figlio della regina con le mani bruciate dai guanti.
Il maestro profumiere era ormai morto da un pezzo. Così pure Caterina de Medici. Ma i guanti profumati di René sarebbero sopravvissuti a entrambi. 

 

Adriana Ferrarini

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NOTE AL TESTO

[1]- procedimento ancora oggi utilizzato nelle concerie di Fes, come si può vedere e leggere nel bel reportage fotografico di Michele Abriola, https://www.micheleabriola.it/storia/le-concerie-di-fes/

[2]- Da T. Sassetti, “Il massacro di San Bartolomeo”, a cura di J. Tedeschi, Roma, 1955