SAGGIO- Milena Nicolini: Con Marco Molinari su sentieri che attraverso il vissuto arrivano ai “confini del mondo” e anche alla “fine di noi”

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Marco Molinari, Il grande spettacolo di guardare in alto- Ronzani Editore, Crocetta di Montello (Tv), 2020.

E’ un libro composito: ci sono parti e temi realissimi, in descrizioni tanto puntuali da farteli toccare con mano; e ci sono spezzoni e argomenti oscuri, difficili da interpretare e capire, o difficili da affrontare, ragionare, a volte fino ad arrivare ad una surrealtà da sogno, che si apparenta all’anima di Come per una stagione breve 1. In questo testo, di pochissimo anteriore a Il grande spettacolo di guardare in alto, in exergo Molinari, citando Goethe, ci motivava la sua scelta poetica di spaesamento, di sottrazione di senso, di oscurità, che lì era dominante e che in Il grande spettacolo di guardare in alto compare solo a tratti:
Penso che un’opera di poesia, quanto più è incommensurabile e non comprensibile all’intelletto, tanto migliore essa è.
Non conosco il contesto di questa affermazione, ma credo che il riferimento fosse all’impossibilità di ridurre pienamente ad un’esposizione razionale e definitiva la polisemica molteplicità della poesia, limite che condivido e che mi è sacro per il rispetto che porto alla potenza della poesia, anche se faccio parte di quei lettori analitici che affondano lame e coltelli nella polpa dei versi per cavarne quanto più possibile sensi e sovrasensi. Ho quindi letto, riletto e pensato questo testo soprattutto per il suo carattere composito, in aperta sfida verso una poetica che mi vorrebbe fermare troppo al di qua del mio desiderio. Ripropongo, come mi è consueto, passo passo il lavoro di analisi. Sarà più facile vedere dove sono stata abbagliata, dove ho osato ingerenze intollerabili, dove non ho capito e forse sentito. Mi perdoni l’autore, che stimo sinceramente. E mi si permetta di preannunciare che in questo testo ho trovato un vero tesoretto.
Tagliare per i campi
E’ la prima sezione, che ci fa arrivare subito ai “confini del mondo”, alla “fine di noi” (p.26), i cui caratteri si incontreranno simmetricamente verso la fine del libro-percorso. Se “tagliare per i campi” vuol dire prendere –come diciamo dalle nostre padane parti – i traversi, le scorciatoie, qui è anche un mettersi a traverso rispetto al senso comune dell’accettato degrado, alla realtà della “camionabile” (p.17), che – facile e apparentemente ordinata – è da lasciare: per depistarla, scostarsi da un presente malsofferto, sia attraverso una sua critica senza appelli, sia attraverso un setacciare il passato, che era certo molto duro ma più umano. Tornare è un dovere. Anche se “è tardi”: come per il Bianconiglio di Alice, quest’ossessione continua per tutta la sezione; l’ansia poi di non perdere tempo, di sbrigarsi, di recuperare il tempo perso, la paura di sbagliare strada, di trovare “la porta sbarrata” percorrono anche altre sezioni. Ma è una fretta fuori dal tempo reale: ”guardo l’orologio ma è solo/ una vecchia abitudine non ho orologio” (p.23). C’è fretta, ma il tempo non si misura più secondo le convenzioni. Si è nei pressi della catastrofe. Il tempo ormai è solo quello della fine. E non si sa “neppure/ che giorno è oggi” (p.24). Tornare dove? I ritorni, come ci insegna Francesco Roat in Miti, miraggi e realtà del ritornoi 2, sono tra le più difficili intenzioni e realizzazioni della vita. Il ‘dove?’, poi, qui è sospeso. Solo la penultima sezione ci proporrà più che una risposta, le possibilità dell’arrivo. Se non ci orienteremo – molto diversamente allora leggendo il percorso da come, invece, qui io lo proporrò – all’ultima sezione, con i luoghi, i tempi, i modi di uno stare della memoria che
dal taglio nostalgico si staccano e si plasmano a mitici. D’altra parte il sentiero che si imbocca è “quasi sconosciuto/ per recuperare le strade perse/ le soste inutili i vuoti tra un giorno/ e l’altro tra i mesi e gli anni…” (p.24). La ridondanza – stilema non infrequente in questo autore – qui: “tra i mesi e gli anni”, sostenuta dai puntini di sospensione, forse è voluta per appesantire-riempire di noiosa ripetitività questi “vuoti” e quindi sottolineare il motivo del ritorno. I “vuoti” sono buchi negli anni individuati dalla memoria:
quindi non si passerà per cose, eventi, tappe eclatanti; si tratterà invece di faccende di “piccolo cabotaggio”
(p.17), di parti minimali (apparentemente) del vivere.

(…) Continua qui Con Marco Molinari sui possibili sentieri versione corretta

Milena Nicolini

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crown shyness

2 Comments

  1. Seguo da anni Marco Molinari, la sua opera, la sua onestà, la sua
    sensibilità flessa verso le persone più fragili, verso quegli anziani
    feriti e soli, che trovano il conforto in una condivisione sincera
    della parola e del gesto. Qui, dopo il lungo e prezioso saggio di
    Milena Nicolini, schizzo solo con calore poche tracce della mia
    lettura: la bellezza di tagliare per i campi e incrociare la vita nella
    sua mobile visione, spesso oscura, cantata con garbo e delicatezza
    dolente e consapevole; qui si stende e viene camminata la terra del
    territorio di Molinari, si aprono acque, apparizioni di memoria, case
    intese fisicamente e come correlativo oggettivo, a volte sventrato dal
    tempo. I passi del poeta vanno incontro a sé stesso e al cielo, in
    alto. Queste mie righe sono un saluto affettuoso al suo inchiostro e
    alla sua cara persona.
    Anna Maria Farabbi

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