OGNI TANTO UNO SGUARDO- Elisabetta Chiacchella: Sant’Angelo di Ischia-II parte

dal molo di sant’angelo di ischia

 scorcio da una terrazza

 

Questo sguardo è dedicato ai fratelli Iacono di Villa Egidio: senza la cornice della loro casa,
permeata di intelligente affabilità, nessun racconto sarebbe diventato un fatto. 

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Nell’estate del luglio 2020 per ben due volte arrivo a, e parto da, Ischia. E sì che il viaggio è bello lunghetto. Ma quest’anno, col covid 19, capita così, perché accompagno persone diverse a conoscere l’isola felice, di cui molti hanno veramente bisogno.
Durante il primo viaggio, un giorno tutti insieme affittiamo una barca per l’intera mattinata. Pattuiamo un prezzo, decidiamo dove andare e a che ora tornare. Siamo in sette, e il nostro barcaiolo si chiama Dino. Un bell’uomo sui quarantacinque anni, con occhiali da sole d’ordinanza.
Già salendo si comincia a parlare di cultura greca, perché Ischia è la antica Pithecusa, l’isola dei vasai; gentilmente Dino illustra un po’ di storia locale, e ci mostra le diverse calette e le forme che le rocce hanno assunto con l’erosione (ad esempio ce n’è una che ricorda un elefante); intanto continuiamo a conversare, parlando d’amore. Le parole prendono un tono alto, fra il Simposio di Platone, Socrate e Diotima. 
Da cosa nasce questo sentimento? Cosa lo produce? Varie le ipotesi. E di spiegazione in spiegazione, via di questo passo, si nominano la povertà (o penuria), e l’espediente (o ingegno), che nel Simposio sono indicati come genitori di Eros.


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baia di sorgeto- acque termali

spiaggia di citara

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I ragazzi ascoltano mentre i grandi parlano, e intanto si ride, ci si ferma in mezzo al mare, si va a Sorgeto, presso le piscine di acqua bollente dove qualcuno di noi fa il bagno, poi l’ultimo tuffo prima del ritorno sarà a Citara, nell’intenso blu. 
Goffamente risaliamo a bordo per la scaletta, aiutati dal nostro barcaiolo. Ormai a fine mattinata, i ragazzini abbracciano, chi più chi meno, le proprie mamme. 
Io e Dino siamo ancora in conversazione: parla soprattutto lui e mi racconta di una storia d’amore finita male. Con l’allontanamento sprezzante da parte di lui, che è andato via da una donna incapace di capire il suo dolore per un grave lutto in famiglia. 
Lui parla e parla, io ascolto e ascolto. Un buon quarto d’ora, soli.
D’un tratto, la dodicenne figlia della mia amica, vedendo quella situazione confidenziale, si stacca dalla mamma, si muove istintivamente verso di me e mi apostrofa dicendo: “Ma ti pare che ti metti a parlare d’amore così?” Poi polverizza la distanza a sedere fra me e Dino, e comincia a interloquire direttamente con lui.
Manovra di taglia fuori per me, e di conquista territoriale per sé.
Passano cinque minuti ed è già innamorata, trionfante. 
Sento la sua voce che dice: “Dino, non ci fermiamo. Andiamo a Capri.” 
Seguono il selfie e il messaggio whatsapp col cellulare della madre. 
Dino, rassicurante e caro, le regala un innamoramento felice.
Arriviamo al molo, paghiamo con tanto di saluto corale per lui, ciao Dino! 
E io, fra me e me, recito il mantra: Sant’Angelo, questa creatura te l’affido. 

.gli adolescenti

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Nel secondo viaggio, che compio assieme a un’amica parigina che si dice perugina, avviene un episodio in tre tempi, fra le urne termali e il ristorante Stalino. 
L’addetto al riempimento delle vasche è un uomo piccolo e proporzionato, dai capelli sale e pepe, con i baffi, sotto uno sguardo buono. Gli dico che vorrei immergermi nella “Cicerone”, e lui esegue calmo, lasciando scorrere l’acqua nell’urna di roccia. 
Più tardi, la mia amica parigina mi dirà che si chiama Amedeo, e aggiunge che queste fisionomie di ischitani sono molto simili al tipo nordafricano. Si era rivolto a lei in dialetto però, quindi doveva essere del posto. Io non mi ricordavo di averlo visto lì nel primo viaggio ischitano, compiuto con amiche-mamme e ragazzi.
Finito il bagno andiamo da Stalino e lungo la strada ragioniamo sul nome Amedeo. Ipotizzo che il padre sia uno dei nostalgici monarchici che abbondano qua a Sud, poteva avergli messo quel nome come segno di fedeltà a casa Savoia, chissà… 

.taverna da pietropaolo stalino

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Arrivate al ristorante, lo vediamo davanti a un bicchiere di vino bianco, seduto insieme a un bambino che sta mangiando un piatto di spaghetti. Il caso vuole che siedano proprio al tavolo da due che avevamo prenotato prima di andare alle terme. Li salutiamo e per non mettergli fretta ci guardiamo intorno, perdendo tempo. Ma quasi subito arriva qualcuno dei camerieri a farli alzare, così il bambino prende su il piatto di pasta e va in cucina. 
Io parlo con Amedeo, gli dico che non c’è fretta, che possono tranquillamente finire prima di alzarsi… ma niente, c’è un posto per il ragazzino in cucina e anche per lui, nessun problema.
Alla fine del pranzo, chiuso coll’amaro ischitano, il rucolino, come se non fosse bastato lo spaghettino a vongole, le alici marinate, l’orata e il vino aromatizzato con pesche percocche, torniamo alle terme. Dopo la salita, sotto il sole torrido del primo pomeriggio, arrivo sfinita. 
Amedeo è all’ingresso. 
“Adesso riposatevi, qui sulla panchina” dice, e mi indica un lungo sedile azzurro. Un’occhiata gli era bastata per capire che ero in bambola. Io obbedisco molto volentieri, mi sdraio e lui arriva con un asciugamano bianco ripiegato in quattro, che sarà il mio cuscino. Dormo sotto il pergolato per quaranta minuti. 
Appena sveglia c’è Amedeo nelle vicinanze. 
Grazie alla complicità immediata che si crea fra persone intuitive, quando si indovina l’umanità dell’altro nei medesimi bisogni, gli chiedo se non sarebbe possibile rifare un bagnetto caldo nell’urna, nel corso del pomeriggio. So che nel prezzo d’ingresso è compresa solo un’immersione, ma chiedo comunque. Lui risponde che no, un bagno solo basta, l’acqua ha proprietà molto intense… Va bene, dico, capisco, e intanto io e la parigina-perugina ci mettiamo a parlare con lui. 
“Lei è ischitano?” domando.
“No, marocchino. Sono tornato qui il 20 luglio, la quarantena l’ho fatta a casa.”
Ecco cos’era l’Amedeo! Un adattamento di Mohamed! Più pronunciabile, meno problematico: geniale! 
Morale della favola: sempre meglio chiedere direttamente agli interessati, dopo aver almanaccato da sole.
“Ah, dico, certo che è tornato nel paradiso: infatti lei si comporta come un angelo!”
“No, fa lui, qui è bello, ma il paradiso è per dopo. E solo per chi è stato buono. Se siete stati malamente, non ci andate…”. 
Penso al bicchiere di vino bianco che stava bevendo da Stalino, sicuramente offerto, come il piatto di spaghetti per il bambino che era con lui. Anche Amedeo sta facendo senz’altro qualche deroga al suo codice religioso. Qualche onorevole adattamento.
Mentre penso questo, divertita come la mia amica, commentiamo il buffo delle nostre congetture e ci rimettiamo sotto l’ombrellone.
Passa una mezz’ora, ed ecco Amedeo.
“Cicerone!” mi dice. 
“Venite a farvi un altro bagno, la vasca è pronta, e anche quella per la vostra amica.”
L’isola felice. Dove può succedere, se non a Napoli?
Stavolta, l’acqua è ancora più calda, la vasca è piena fino all’orlo. 
Quando Amedeo tira il drappo bianco che chiude lo spazio dell’urna alla vista altrui, comincia il vento leggero. Si muove la tenda. È lo spirito che soffia.
Da sotto vedo la gola di Cava scura. Sentire sé, e gli altri. Filosofia, e gioia. Nell’urna, da vivi.
Inutile, è comm ‘o ccafè. 
Sulo a Napole ‘o ssanno fà.

 

Elisabetta Chiacchella

 

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