NON LAVORARE STANCA- Paolo Gera: note di lettura a “Cuore improduttivo” di Davide Morelli

willy wonka and the chocolate factory words



.

“Questa raccolta non ha nessuna ideologia di fondo particolare (non sono schierato ideologicamente) ma ha sullo sfondo una problematica particolare: quella della disoccupazione. Ritengo che avere trattato questa problematica, da me vissuta in prima persona, sia ciò che riesce a dare originalità ai miei versi. In questa raccolta non ho cercato di esprimermi artisticamente al meglio, ma di comunicare il mio disagio esistenziale. Non mi vorrei dilungare ulteriormente ma la disoccupazione è una tematica che riguarda tutte le età. Non c’è solo la disoccupazione, ma anche il suo spettro, talora evocato dai datori di lavoro, che fa paura. Il vero collante che tiene insieme i miei frammenti comunque non è tanto la disoccupazione quanto lo stato d’animo che ne consegue: la demotivazione, l’umore nero, lo scoraggiamento.”

(Dall’introduzione, p. 5)

Come si fa a resistere a una dichiarazione di intenti così sincera? Nell’ introduzione alla sua raccolta “Cuore improduttivo”( a cui prima di inoltrarsi nella lettura va data una nota di merito per il bel titolo), Davide Morelli esprime il gran rifiuto della perfezione stilistica, per rivolgersi a una poesia che, senza fronzoli, vada diritta al punto di una condizione biografica, poi estendibile al contesto di un’epoca, di umano scontento. Io non sono mai stato disoccupato, ma ho vissuto l’esperienza di lavoro dell’insegnante che è parcellizzata, incapsulata in periodi, costretta, cosicché posso a pieno diritto di fregiarmi del titolo di disoccupato part-time. Ho molto tempo per rodermi il fegato, il pomeriggio e la sera, per fatti miei personali e per l’andamento incostante, se non rovinoso del mondo. Mi rodo il fegato pensando alla disoccupazione prevedibile per le future generazioni-mia figlia ci sta in mezzo- e alla situazione di precariato di tanti colleghi che dopo il fattaccio virale il ministero avrebbe dovuto chiamare immediatamente alla cattedra per permettere la costituzione di  classi più ridotte rispetto ai limiti, anche sanitariamente impossibili. di questo inizio anno scolastico. Ma tant’è.

 

Contraddirsi per me è salvifico.
Scrivo una cosa e poi il contrario.
In testa un bailamme che non dico,
mentre penso che ognuno qui è precario.

(Precario, p. 15)

 

Ecco. Ho iniziato rispondendo allo scoramento con lo scoramento, ho rispecchiato con le mie emozioni quelle di Morelli, senza ricorrere a nessuna acribia critica. Da uomo a uomo e da poeta a poeta. Ma già da subito, in queste quartine snocciolate all’inizio di una confessione assai lunga, il discorso sulla disoccupazione da dato economico-sociale si proietta in una congiuntura più propriamente esistenzialista e in riflessioni aforistiche sulla condizione umana. Siccome nessuno nasce saputo, allora, e siccome la mania dell’album di figurine  ancora non mi ha abbandonato, nonostante l’infanzia sia una colla di farina ormai lontana, metto quella di Morelli in un’immaginaria collezione Panini che inizia con Cavalcanti e Omar Khayyām, per arrivare a Caproni e a Pier Paolo Pasolini. Ma in un riquadro vicino al suo ci starebbe il Corazzini del “perché tu mi dici: poeta?”, perché il Morelli si collega anche bene alla poesia crepuscolare, a una dichiarazione programmaticamente minore e dubitativa dell’intenzione  poetica:

 

Sono l’eterno rifiutato in amore
e sul lavoro. Tutto qui è un no.
Non sono neanche un autore.
Ora la vita è costellata di boh.

(No e boh, p. 29)

 

Questa poesia allora si registra all’anagrafe come poesia di provincia, come predisposizione abitudinaria, come mugugno pigro  – per fortuna – in contrapposizione alle chat a voce spiegata della metropoli produttiva. La Cesena di Moretti diventa la Pontedera di Morelli, in un poemetto accorato e disincantato in cui vicoli e stradine di una condizione quotidiana conducono alla piazza affollata e deserta del mondo. Non piove e non è domenica e gli organetti di Barberia sono state sostituite dalle radio e dai riverberi di musica dalle cuffie dei ragazzi, ma è sempre la stessa vecchia noia.

 

Oggi non è neanche domenica.
È festa solo per noi disoccupati.
Oggi è un giorno che ci scorderemo.
Non c’è nulla di nuovo ormai.
Non c’è la fine del mondo oggi.
Tutto è ordinaria amministrazione.
Leggo le locandine dei giornali.
Guardo le vetrine di un locale.
Mi fermo a prendere un caffè.
Saluto la giovane barista mora.
Mi appoggio al banco del bar.
Prendo il dolcificante e lo giro
e lo rigiro più volte nella tazzina.
Pago il conto. Prendo lo scontrino.
Evito gli altri clienti. Oggi non ci sono
Erinni né contrarietà per noi
che un tempo eravamo legati
a doppio nodo. Ora tutto è passato.

(da “Passeggiate per Pontedera”, pp. 36-37)

 

Il poemetto, che vedo come episodio centrale di questa storia di umana disoccupazione, procede per secche annotazioni cronachistiche che lasciano intravedere il tempo incatenato di vertenze umane a senso unico :”Passa un signore con il motorino. Mio padre dice che è suo amico. Lavorava alla Piaggio un tempo. Ora anche lui è in pensione. Ho visto la partita insieme sabato”(p. 39), per poi procedere apoditticamente con  slanci programmatici molto terra terra, dettati dall’ umana disillusione. Non ci si aspetta né di sconfiggere il male del secolo né la nuova venuta di Cristo, ma:

 

Non ci addentriamo negli enigmi
insolubili. Non siamo criptici.
Lasciamo ad altri l’esoterismo.
Non cerchiamo uno slancio, un oltre,
un altrove. Cerchiamo un brivido
tra le cose quotidiane, un lume
fioco e intermittente nel buio.
Cerchiamo qualcosa di semplice
da reperire nelle vicinanze di casa
perché qui reale e immaginario
giocano e si rimpallano a vicenda.

( p. 41)

 

La percezione del mondo del poeta disoccupato  è ovattata e attenuata, come se la sua condizione di mancata partecipazione alla gran macchina produttiva lo trasformasse in un pesciolino rosso extracapitalista, la cui boccia sia collocata ai margini delle banche e degli uffici. Lui è la prefigurazione del distanziamento sociale, lui non ha solo la bocca e il naso coperto dalla mascherina, ma gli occhi pure in modo che veda gli affari del mondo attraverso un effetto garzato e tutto il corpo perché anche i sensi, non eccitati dallo sfrenamento dello stipendio mensile,  si affievoliscono all’ennesimo rifiuto di un abbraccio, consumistico o sincero che sia. 

 

Mi ricordo sempre più vagamente
quella stanza in affitto,
i miei coinquilini (poi morti),
i tuoi respiri,
quei nostri istanti,
le tue parole,
il loro senso,
i nostri errori,
le ferite da parte a parte
quando le nostre vite
erano dei fogli bianchi,
tutte da scrivere
 (da “Vagamente”, p. 129)

 

Spesso la mia mente è ottenebrata.
Non ho votato nessuno.
Nessuno mi darà lavoro.
Non credo in niente.
Non ho nessun
proclama da fare. Non voglio neanche
ammorbarvi con la mia vita. 

(da “Disoccupazione, p. 133)

 

 Quello scritto da Morelli è un lungo cahier de doléances per cui non ci si aspetta che il re o chiunque altro possa dare una risposta o risolvere il problema. I frutti che  Davide Morelli  raccoglie sono sorbe dal sapore asprigno: anche le busse che si ricevevano dai genitori  per contribuire alla buona educazione dei figlioli credo si dicessero sorbe. Così le offese del tempo e dell’ambiente non vengono considerate come  una suprema ingiustizia  e il lamento contro gli avversi numi è piuttosto trasformato nella  rassegnata accettazione di un regime di percosse a cui si è abituati. Anche i toni elegiaci non sono accesi e si guarda al passato come un cartellino che un tempo poteva essere timbrato e ora non più, semplicemente. Si dubita dei massimi sistemi e si rinuncia qualsiasi tipo di consolazione terrena: disoccupati o proficuamente impiegati ci guida la linea di una stupida catena di montaggio impostata dal destino.

 

C’è chi si immagina un Dio antropomorfo;
chi come il padre di tutti;
chi come il grande orologiaio;
chi si configura mentalmente
l’essere come una sfera.
Chi invece dubita o nega
perfino la sua esistenza.
Noi siamo immanenza.
Lui invece è trascendenza.
Il suo disegno è sempre imperscrutabile
e il nostro destino sempre incerto.
Non ci resta che la routine terrena. 

(“Su Dio”, p. 65)

 

E quando la vita privata diventa storia e la persistenza ciclica riguarda catastrofi e massacri, possiamo ora garantirci – riflette Morelli –  nuove e raffinate strategie di marketing che ci riparano gli occhi da visioni   spiacevoli e tengono lontano il frastuono dei crolli dalla nostra confortevole cameretta.

 

La notizia dell’ennesima strage
giunse come un fulmine a ciel sereno.
Poi ognuno subito dopo
ritornò nella sua gabbia dorata,
anzi nella sua campana di vetro,
anzi nella sua bolla di sapone,
anzi nella sua bolla di filtraggio
come al solito, come sempre.

(Bolla di filtraggio, p. 162)

 

 L’unica consolazione che si riesca a trovare è proprio nell’operazione stessa della scrittura, nell’annotazione quotidiana sulla pagina, come un adolescente che scriva giorno dopo giorno sul suo diario. Quello che mi piace di questa scrittura è il non tirarsela da poeta a cinque stelle, è  la demistificazione, è il rendere chiara e quasi banale  qualsiasi implicazione metafisica, è lo starsene alla larga da ogni tipo di ermetismo e di simbolismo, è far diventare, ad esempio, il conte di Kevenhüller e la sua caccia alla vertigine,  un semplice e sfortunato cacciatore di cinghiali. Conta la realtà fattuale, più di ogni altra cosa.

 

(…) Penso però
a tutti gli incidenti mortali
alla caccia ai cinghiali. Io non so
alla fine chi sia il carnefice e chi
la vittima. Non so alla fine
chi sia la preda e chi il predatore.

(da “I cacciatori”, p. 132)

 

La destinazione di tutta questa poesia del disincanto è la prosa  e in effetti sono proprio brevi racconti a concludere “Cuore improduttivo”. Tematicamente è ancora la ‘vanitas’ a farla da padrona, nella vecchietta che non vuole più mangiare per dare un contributo alla risoluzione della crisi economica, nei ricordi di un’occupazione universitaria, nel camionista rumeno che passa l’Epifania sul suo Tir, nel kebabbaro che invece non ha la patente e il cui unico tesoro è una bicicletta. Senza retorica affiora la solidarietà e la compassione. Non si riesce più a capire se il groppo in gola sia la sensazione di una cosa che non riusciamo a mandare giù o un laccio fatale che inesorabilmente dall’esterno, ci stringa, sino alla fine. Eppure si prova ancora una volta a deglutire e ad affrontare la vecchia strada in salita.

 

“ Pensa a quanta gente c’è al mondo ma pensa anche a quanta solitudine c’è al mondo. Ognuno ha avuto i suoi cortili, le sue balere, i suoi istanti che voleva fermare. Tra me e te ventisei anni di differenza. Tu sei della prima generazione che non ha visto la guerra. Io figlio del benessere, poi impoverito. Forse tra pochi anni sarò povero. Tra pochi anni non ci saremo più e saranno poche le persone che ci ricorderanno. Forse dei parenti molto lontani. La mano di Dio ci schiaccerà come degli insetti. Ma ora babbo, è sabato. Andiamo in quelle colline che sanno di sangue e di morte. Poi ritorneremo a casa come se niente fosse.”

( da “Le colline”, p. 169)

 

Paolo Gera

.

 

Davide Morelli, Cuore improduttivo-Edizione Le stanze di carta 2019

3 Comments

  1. Ringrazio di cuore il poeta Paolo Gera per questa bella nota su un litblog così interessante come questo. Ha capito tutto ciò che ho scritto e tutto ciò che non ho scritto in Cuore improduttivo. Lo ringrazio perché sono pochi coloro che leggono gli ebook poetici o aspiranti tali ed ancora meno sono coloro che li recensiscono con competenza e passione. Un caro saluto.

  2. Anch’io ringrazio Paolo Gera per averci proposto e guidato a questo testo, molto interessante proprio per tutte le ragioni che Paolo elenca così bene. Da qui partendo, ma non solo, mi dico che potrebbe essere molto importante aprirci alla poesia che io chiamo impropriamente ‘giovane’, per la percentuale di non-maturi non-attempati che la propone, che si colloca in uno spazio, rispetto a quello sociale-culturale dominante, borderline, nel senso di un atteggiamento critico, deluso, accusatorio, ma anche solo di non condivisione, di estraneità.

  3. Pontedera? ho ricordi giovanili importanti in quel di Pontedera, e ancora diversi parenti; la prossima volta cercherò Davide Morelli a Pontedera, mi è piaciuta molto la sua poesia e la recensione di Paolo!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.