MUTE…nuovi costumi da indossare. Ecco la scuola- Fernanda Ferraresso: Alla radice dell’inchiostro cosa c’è?

sofia salvò – ipotesi progetto eseguita con sketchup -laboratorio arch. 5° anno liceo artistico Modigliani- pd
 
 
 
 
L’esordio, come si vede in seguito, è la mia risposta alla proposta di una lettura sulle condizioni della scuola, inviata via mail, relativamente al cammino che si voleva condividere in cartesensibili. La riporto integralmente perché in qualche modo sintetizza quanto ho maturato nel mio percorso di lavoro all’interno della scuola, percorso universitario compreso. TRENTANOVE ANNI, senza gli anni di studio precedenti all’università, quelli cioè del mio percorso di studi.
Oggi sono fuori– così ho scritto nella mail di risposta- è da pochissimo  tempo che sono stata messa in quiescenza dal mondo dell’istruzione e mi sento per certi versi una traditrice, anche se di fatto l’età del pensionamento, che era a 60 poi 62 anni, è stato procrastinato a 67 sulla scorta di una previsione di durata di vita che ritengo una appropriazione indebita di un potere fasullo, come tantissime altre  leggi bastarde che hanno sacrificato la vita di molti e gli equilibri del sistema che ci accoglie. Non esiste democrazia, inutile nascondercelo. La scuola, la mietitrice di cervelli, la calcolatrice di dotazioni di capacità sulla base di necessità di un futuro che ci è ignoto, si calcola sulla macchinetta del capitale e degli interessi di industrie causa di disequilibrio ambientale, oltre che sociale, la scuola parcheggio, dove i figli stanno custoditi mentre i genitori lavorano come schiavi senza nemmeno rendersene conto, per raggiungere un podio sociale che non esiste… la scuola discriminante di un sapere a tempo in cui non c’è il tempo di scoprire chi si è ma dove le illusioni che si proiettano mettono a tacere la grande paura di scoprire i propri vuoti, o le tragedie di cui è intrisa la vita. I greci hanno scritto più tragedie che commedie, ma anche quelle mostravano la nostra piccolezza.
E la bellezza? Che fine ha fatto? La reale creatività di mettere in atto i propri gesti mentre una montagna di denaro invisibile costruisce grandi muri per chiudere le possibilità di molti di sapere, di studiare, di essere?
Domande, sempre le stesse, mi rendo conto che sono la sostanza del cammino, dopo una vita passata tra i banchi, dove l’allieva sono sempre stata io e l’unica cosa che veramente riuscivo a mostrare era proprio questa configurazione di discente non di docente. Insicurezza, fragilità e anche cocciutaggine nel voler guardare senza lasciarsi coprire gli occhi, senza lasciarsi fasciare la testa di costruzioni fasulle. Guardare a fondo come si costruisce lo sguardo e scoprirne i trabocchetti, che poi si fanno il nostro modo di vedere il mondo. Stare con i piedi sempre sul precipizio di tutto quanto è il nostro profondo senza voltarsi verso ciò che pensiamo sia erroneamente certo. 
Non ho altre soluzioni e questo trovo sia pericoloso ma credo sia l’unico modo per comprendere quanto il noi sia indiscutibilmente necessario.

Da quel preciso momento ho rielaborato annotazioni e riflessioni che avevo appuntato nel periodo d’inizio della clausura forzata e sono arrivata a questo : “Il moscerino è l’uomo, la misura di un infimo insetto è l’immenso”. Mi spiego. Il nostro orologio biologico è uguale a quello del moscerino. Il premio Nobel per la Medicina 2017, assegnato a Jeffrey C. Hall, Michael Rosbash e Michael W. Young per la scoperta dei meccanismi molecolari che controllano il ritmo circadiano, ha portato alla luce uno studio relativo a quel ritmo che consente al nostro organismo di distinguere il giorno dalla notte. Questo sinteticamente anche se quel ritmo è basilare come meccanismo  per la regolamentazione della vita. I tre ricercatori hanno rilevato che quel meccanismo è lo stesso per tutti gli organismi viventi, sia che si tratti di uomini, animali e piante. E’, potremmo dire, la spi(n)a piantata nella colonna vertebrale  che regge l’evoluzione biologica del sistema.

Hanno individuato un gene che regola il ciclo biologico giornaliero nel moscerino della frutta, un insetto, minuscolo, insignificante all’apparenza, ma  che da lungo tempo viene studiato dai biologi come organismo modello per qualcosa che gli umani sentono assolutamente desiderabile, ossia si riproduce in fretta. Questo gene codifica una proteina che di notte si accumula nelle cellule e di giorno degrada ma innesca un meccanismo che coinvolge altre proteine alla base di quell’orologio biologico in grado di regolare il ciclo del sonno e della veglia, i livelli ormonali, la temperatura del corpo e il metabolismo. Insomma l’orologio del moscerino della frutta è lo stesso regoliere di tutte le altre specie viventi ed è l’originale contenitore di quello scrigno dentro cui è conservata la nostra storia, l’evoluzione biologica, storia di un adattamento all’ambiente per cui in miliardi di anni  l’alternanza giorno- notte, luce -buio ci ha fornito l’energia capace di innescare tutte le reazioni chimiche che hanno prodotto tutte quelle MUTE  (mutazioni, trasformazioni) che ora studiamo.  L’alternanza, non solo il buio e non solo la luce, ha prodotto il cambiamento. Questa osservazione dovrebbe consentirci di elaborare uno speciale parallelismo con tutto quanto è evoluzione del pensiero, derivato anch’esso da un comportamento di sintesi efficace della trasformazione.  
Se anche fosse nata per caso si è comunque conservata, come os-servazione  profonda nel corso di centinaia di milioni di anni proprio perché semplice ed efficace è capace di evolvere un intero sistema.
Assolutamente notevole da osservare è il fatto poi che il nostro ritmo circadiano, cuore nella teca vivente dell’evoluzione, non è perfetto, anzi ha qualche difetto. Eppure, se osserviamo l’intero sviluppo, anche quei difetti sono di-fatto un elemento propulsivo del cambiamento.

Se ora mettiamo a confronto tutto questo con quanto stiamo sperimentando in ogni ambito, scuola compresa e, in primis, luogo dell’osservazione, tutto quanto non facciamo altro che considerare come malasorte potrebbe, sulla scorta di quanto sopra detto, trasformarsi in getto verso un futuro in cui l’insetto che siamo contenga e cerchi di mostrare davvero l’infinito che ospita e come quel semplice elemento, il gene che ha organizzato l’evoluzione, s’impronti allo stesso movimento a favore dell’intero sistema, non settorialmente soltanto perché ciò che è abito ed abitat ed humus non sia ancora il carcere come quello che ci stanno costruendo, anche a cielo aperto, e a cui anche noi collaboriamo per non avere una mentalità più collaborativa e davvero capace di dare risposte diversificate. L’esigenza di movimento è fondamentale, senza movimento il cervello non funziona, il cervello, il pensiero è movimento sempre, anche quando dormiamo, il cervello lavora e produce sogni. Riportando queste osservazioni al settore che mi è più noto serve nell’insegnamento come negli altri ambiti una produzione “architettonica e urbanistica”, cioè di sistema, che davvero sviluppi soluzioni legate al coabitare, al con-vivere, a sviluppare intelligenza (in-te-ligere: saper leggere dentro ma anche legare e collegare), non forza bruta, come facciamo ora, muovendoci come trogloditi distruggendo ogni cosa credendola una proprietà definitiva.
Queste osservazioni sono diventate le proposte che ho offerto agli studenti dei miei corsi, non disgiunte dall’analisi in cui si mostra, molto grave, la situazione in campo urbano a cui la progettazione è certamente legata. Grandi fenomeni migratori, da sud a nord, e da est a ovest, l’industrializzazione e la saturazione di coltivazioni e allevamenti industriali, la costruzione di infrastrutture e reti autostradali con  conseguente penuria di aree verdi  e coltivabili che siano davvero il polmone delle città, hanno continuativamente abbattuto alberi sia nelle città, che nelle campagne, si sono abbandonate le coltivazioni agricole per operazioni di speculazione dei terreni, inquinando e spopolando e ripopolando in poco spazio quanto stava prima disseminato. Sono state create le città dei ricchi dove prima abitavano tutte le classi sociali, emarginando in baraccopoli, che sono più estese delle città, larghe fasce di poveri indotti, mentre le metropoli sono diventate alveari congestionate dagli inquinanti. Malattie di ogni genere hanno portato alla perdita non solo delle fasce anziane ma addirittura di neonati e prima ancora di individui mai nati. E potremmo continuare per ore. Si è rincorso il primato senza accorgersi che continuavamo a vivere come primati noi stessi: scimmie ammaestrate da un pensiero di falso potere. Ai miei allievi, prima di iniziare un lavoro di progettazione dicevo sempre di elaborare un inquadramento storico, ovvero ricercare sì gli anni in cui il movimento si sviluppa, o l’architetto esaminato lavora a progetti di interesse (un intervallo di tempo perché l’architettura non si sviluppa di punto in bianco), ma anche  l’ambito di collegamento tra corrente architettonica e pensiero culturale-ideologico- politico-sociale in cui si evolve. Le connessioni con tutte le altre discipline sono le conseguenze in campo architettonico e si  rilevano dal confronto con quanto si era prodotto subito prima e quanto si produrrà dopo. Inoltre è doveroso studiare ed evidenziare le caratteristiche peculiari della corrente architettonica, le carenze e limiti o i suoi sviluppi nell’ambito di correnti architettoniche e produzioni edilizie seguenti. Serve vedere come si evolvono le strutture portanti di una scelta o di un movimento e perché. Non di meno è legato a tutto questo anche l’uso di materiali differenti e il perché, modelli progettuali delle correnti e/o dei singoli architetti presi ad esempio nelle epoche storiche seguenti, variano tra loro, in funzione di quale parametro. Chiedersi il perché di eventuali cambi di destinazione d’uso e funzione di edifici storicamente datati appartenenti ad una corrente o ad un progettista che sono nati con una funzione e poi sono stati modificati nel tempo (es: una fabbrica diventa museo, un’area commerciale dismessa diventa polo universitario, un ‘area portuale diventa area per il tempo libero,…) siano la matrice di un impianto diverso di relazioni sociali, culturali ed economiche. L’architettura è prima di tutto un architettare una fitta tessitura di relazioni, non ci si può fermare a guardare semplicemente l’intorno breve e paesaggistico di un intervento. Serve che chi progetta si ponga delle domande su CHE COSA ha mosso nel tempo l’edificazione e come nel tempo si sia disgiunta o abbia perseguito gli stessi modelli. A cosa rispondevano le costruzioni? Come rispondevano? Come si ponevano in relazione con il luogo e con le persone? Cosa o chi erano gli obiettivi che duravano nel tempo anche molto dopo la costruzione? Per i miei allievi ho sempre preparato una traccia di lavoro utile per i loro percorsi. Per esempio il lavoro portato all’esame di maturità ed elaborato tutto a distanza, senza i consueti materiali da utilizzare. Ricordo che a febbraio di quest’anno si era bloccato tutto, i trasporti di qualsiasi materiale erano stati sospesi, mancava carta, china, lucidi e tutto quanto prima era a disposizione con facilità è venuto a mancare da un giorno all’altro. E’ servito obbligatoriamente inventare altri approcci.  Per questo motivo, per questo scompiglio alle radici, anche il tema non è stato accademico ma uno studio delle relazioni che stavano sperimentando in prima persona e della mancanza che vivevano. La loro progettazione, oltre allo studio di ipotesi di altri architetti, molto pochi e mossi da altri obiettivi, doveva formulare una progettazione in cui i gravi problemi climatici con lo sconvolgimento degli habitat, l’inquinamento, la penuria di verde, le pandemie, i sismi, il sollevamento delle acque e ancora altro a cui andiamo incontro, portassero ad ipotesi di progettazione e costruzione che coinvolgessero davvero un sentire profondo e non speculativo solamente. Il percorso storico delle città legato a quelle di un territorio martoriato, i trasporti incapaci di risolvere i problemi di una logistica tutta improntata alla capitalizzazione di profitti non condivisibili dalla comunità. Il progetto è una scrittura che incide la sostanza della terra, ma noi tutti siamo la stessa polpa, per questo serve che lo scrivere che si porta avanti decifri la qualità del proprio silenzio o del proprio arretramento comune. 
 Serve ricordare quel gene, quello che nel moscerino della frutta quanto in ogni altro vivente, è alla base delle mute facendo di noi la materia viva di una continua evoluzione. Serve che la scuola non sia parziale, proprio perché PARTE IN CAUSA DI UNA COMUNE TRASFORMAZIONE alla base del progredire, deve abbracciare ambiti che non sono solo speculazioni parcellizzanti ma inclusive, disponibili ad aprire e non a farsi tematici e assertivi di una parte angusta rispetto all’essere…infiniti.

Porto a conclusione di queste poche osservazioni alcuni versi di Wallace Stevens, credo uno dei pochi autori che sono riusciti a dare in poesia una espressione incisiva al conflitto fra ordine e disordine, luce e buio, fra senso del sacro e sortilegio del dire, come si mostra in questi passi che ho riportato da una proposta del carissimo amico Francesco Marotta in https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/

A primitive like an orb
(Un primitivo come un globo)

I

The essential poem at the centre of things,
The arias that spiritual fiddling make,
Have gorged the cast-iron of our lives with good
And the cast-iron of our works. But it is, dear sirs,
A difficult apperception, this gorging good,
Fetched by such slick-eyed nymphs, this essential gold,
This fortune’s finding, disposed and re-disposed
By such slight genii I such pale air.


I

La poesia essenziale al centro delle cose,
Le arie che motivetti spirituali intonano,
Hanno saturato di bene la lega delle nostre vite
E delle nostre opere. Ma è, cari signori,
Una percezione difficile, questo bene che satura,
Apparecchiato da ninfe leste d’occhio, quest’essenza d’oro,
Questo tocco di fortuna, disposto e predisposto
Da genii così leggeri nell’aria così pallida.

II

We do not prove the existence of the poem.
It is something seen and known in lesser poems.
It is the huge, high harmony that sounds
A little and a little, suddenly,
By means of a separate sense. It is and it
Is not and, therefore, is. In the instant of speach,
The breadth of an accelerando moves,
Captives the being, widens – and was there.

II

Della poesia non si dimostra l’esistenza.
E’ qualcosa che si vede e si conosce in poesie minori.
E’ l’armonia alta, vasta, che risuona
Appena, appena, improvvisa,
Grazie a un senso differente. E’ e non è,
E perciò è. Nell’istante della parola,
L’ampiezza di un accelerando muove,
Cattura l’essere, lo amplia – e non è più.

III

What milk there is in such captivity,
What wheaten bread and oaten cake and kind,
Green guests and table in the woods and songs
At heart, within an instant’s motion, within
A space grown wide, the inevitable blue
Of secluded thunder, an illusion, as it was,
Oh as, always too heavy for the sense
To seize, the obscurest as, the distant was..

III

Che latte si trovi in tale cattura,
Che pane di grano e dolce d’orzo e teneri
Ospiti verdi, e tavoli nei boschi e canzoni
Nel cuore, nel tempo di un istante, nello spazio
Che s’allarga, il blu inevitabile
Del tuono remoto, un’illusione, come fosse,
Oh come, sempre troppo pesante, perché il senso
L’afferri, il più oscuro come, il distante fosse…

IV

One poem proves another and the whole,
For the clairvoyant men that need no proof:
The lover, the believer and the poet.
Their words are chosen out of their desire,
The joy of language, when it is themselves.
With these they celebrate the central poem,
The fulfillment of fulfillments, in opulent,
Last terms, the largest, bulging still with more,

IV

Una poesia conferma l’altra e poi l’insieme,
Per il chiaroveggente che non cerca prove:
L’amante, il credente e il poeta.
Dal loro desiderio le loro parole sono elette,
Dalla gioia della lingua, quand’è loro.
Così celebrano la poesia centrale,
L’impresa delle imprese, con termini finali,
opulenti, pieni, gonfi d’altro ancora,

V

Until the used-to earth and sky, and the tree
And cloud, the used-to tree and used-to cloud,
Lose the old uses that they made of them,
And they: these men, and earth and sky, inform
Each other by sharp informations, sharp,
Free knowledges, secreted until then,
Breaches of that which held them fast. It is
As if the central poem became the world,

V

Finché la terra usata e il cielo, e l’albero
E la nuvola, l’albero usato e l’usata nuvola,
Perdono i vecchi usi che si facevano di loro,
Ed essi: questi uomini, e la terra e il cielo,
Si comunicano l’un l’altro comunicazioni precise,
Precise, libere conoscenze, secrete fin’allora,
Rotture di ciò che li teneva stretti. E come
Se la poesia centrale diventasse il mondo,

VI

And the world the central poem, each one the mate
Of the other, as if summer was a spouse,
Espoused each morning, each long afternoon,
And the mate of summer: her mirror and her look,
Her only place and person, a self of her
That speaks, denouncing separate selves, both one.
The essential poem begets the others. The light
Of it is not a light apart, up-hill.

VI

E il mondo la poesia centrale, ognuno compagno
Dell’altro, come se l’estate fosse la sposa,
Sposata ogni mattino, ogni lungo pomeriggio,
E il compagno dell’estate: lo specchio e lo sguardo,
L’unico luogo e persona, un sé di lei
Che parla, e denuncia sé separati, entrambi uno.
La poesia essenziale genera le altre. La sua luce
Non è una luce a parte, in alto.

VII

The central poem is the poem of the whole,
The poem of the composition of the whole,
The composition of blue sea and of green,
Of blue light and of green, as lesser poems,
And the miraculous multiplex of lesser poems,
Not merely into a whole, but a poem of
The whole, the essential compact of the parts,
The roundness that pulls tight the final ring

VII

La poesia centrale è la poesia del tutto,
La poesia della composizione del tutto,
La composizione del blu e del verde mare,
Della luce blu e del verde, come poesie minori,
E il miracoloso multiplo di poesie minori,
Non solo in un tutto, ma in una poesia del tutto,
L’essenziale compattezza delle parti,
La rotondità che stringe e chiude l’ultimo anello

Gli elaborati grafici che accludo alle mie osservazioni sono stati realizzati dagli allievi del mio corso di progettazione architettonica del quinto anno al Liceo Artistico Modigliani dove ho concluso il mio percorso lavorativo. Contro tutte le “negatività” che abbiamo dovuto affrontare l’uso delle tecnologie, tutte quelle che abbiamo avuto a disposizione per comunicare e disegnare, mancava carta, mancavano tutti i materiali per disegnare, hanno fatto di noi i “blocchi notes ” che si evolvevano di attimo in attimo comprendendo che il cammino e la condivisione potevano dare frutti davvero succosi, ME-LA nel giardino che dal sogno si faceva segno.

Fernanda Ferraresso

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schizzi appuntati-  laboratorio arch. 5° anno liceo artistico Modigliani- pd

 

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I progetti  per il corso di Architettura ambiente presentati per la maturità 2019/20 erano 24, altri 22 i lavori seguiti per il Laboratorio di Architettura. Propongo solo una parte di quanto con difficoltà, vista la situazione mai praticata fino ad allora, ma con grande passione è divenuto un percorso di apprendimento per tutti gli studenti con cui ho avuto il grande piacere di tracciare un cammino possibile di lavoro e con cui anche io ho imparato a pro-muovermi- f.f..

 

LICEO ARTISTICO STATALE “A. MODIGLIANI ” PADOVA
Anno Scolastico 2019/2020 Classe 5^ Sezione:A
DISCIPLINE PROGETTUALI
Architettura/Design/Ambiente
Docente: Fernanda Ferraresso

RICHIESTE PROGETTUALI- TRACCIA DI LAVORO

Senso di spaesamento, di disperazione, perdita di certezze, di senso e di mancanza di solide verità a cui aggrapparsi, questo sembra il quadro clinico del nostro oggi ancora
immersi nella pandemia di cui la scienza non conosce gli esiti e gli sviluppi né sa come scongiurare. Come in altre epoche il nichilismo potrebbe fare da cancellino nei confronti delle tante illusioni su cui abbiamo fondato una civiltà di tipo capitalistico e neoliberista, in cui il libero scambio delle merci, delle idee, e addirittura delle persone attraverso i loro cervelli e le loro abilità, utilizzate come materia prima mercantizzabile, base delle relazioni che si vorrebbe riprendessero ad essere la quotidianità, mostra tutta la sua incapacità ad affrontare un virus che si adatta e muta, sopravvivendo alle cure e senza dare l’attesa produzione di anticorpi per salvaguardare il futuro.
Nemmeno un vaccino sembra capace di offrire sicurezza al domani. Alla base di tutto questo sembra sempre più evidente che la situazione in cui ci si trova sia frutto dell’elevato tasso di inquinamento, della drammatica evoluzione climatica di cui pare ci si sia scordati temporaneamente ma che non si è arrestata e progredisce giorno per giorno comunque.
Ci si rende conto che le nostre città, cresciute a dismisura (dismisura umana…ma cosa significa umanità?) senza aree verdi che ripuliscano l’aria, con altissime densità abitative in superfici abitabili minime, senza sufficienti servizi pubblici, una sanità non adeguatamente approntata ad accogliere le tante problematiche in via di incremento relative al vivere in questo genere di comunità, una carenza della ricerca, tutta mirata ad uno sviluppo tecnologico di tipo capitalistico, che non tiene conto delle carenze che comunque si sviluppano a più livelli in ambito sociale, sono oggi il focolaio di massimo incremento del virus, ma potrebbero esserlo per tante altre problematiche relative a rapidi sconvolgimenti climatici che spazzerebbero in un attimo intere parti dei continenti. In quest’ottica, in cui molte discipline sembrano essersi azzittite, ci si rivolge all’architettura come propositrice di soluzioni atte a canalizzare idee futuribili e fruibili di convivenza e sviluppo sociale, culturale oltre che economico, individuando modalità di adattabilità alle diverse situazioni di emergenza che si potrebbero creare in futuro, riequilibrando il costruito con più ampie aree di verde, con nuovi modelli di utilizzo del territorio e non solo a livello nazionale ma globale.
Anche gli studenti del quinto anno della sezione A di architettura del Liceo artistico si sono promossi alla ricerca di possibili soluzioni alle situazioni di un futuro come quello prima indicato, sviluppando in ambiti diversi le possibilità di trasformazione atte a non chiudere ma a mantenere le relazioni tra le persone e tali da offrire continuità alle diverse attività del vivere. Per non elaborare il progetto in un’ipotetica area di studio gli studenti caleranno i loro interventi progettuali nell’area dell’Eur, studiata storicamente e architettonicamente a tre livelli (territoriale, urbano ed edilizio) individuandone le possibilità di sviluppo e modifica in base agli obiettivi prima detti nei casi di crisi in cui le città sembrano con chiarezza essere indirizzate per un cronico deficitario studio e adeguato progetto da parte di tutti quegli architetti che oggi sono ritenuti superstar ma non hanno mai proposto soluzione alcuna relativamente al complesso grave problema delle nostre città.
Ciascuno individuerà l’ambito d’intervento (residenza, produzione, tempo libero, sport, cultura e spettacolo, scuola e ricerca,…) indicando, oltre al dettaglio del progetto,
le connessioni con gli altri ambiti.
Il modello progettuale studiato alle scale adeguate per comprenderne caratteristiche, tecnologie strutturali e materiali, ecosostenibilità, ecc, dovrà dimostrare un alto grado di adattabilità alle possibili future casistiche di pandemia o altre problematiche indotte da repentine modificazioni climatiche e disastri ambientali a cui sembra andremo incontro
DATI:
Studi cartografici e storici effettuati dgli studenti (issuu.com)
PRG IX MUNICIPIO DI ROMA (planimetrie interattive. web)
Tutto il materiale cartografico, letterario e videografico fornito dalla docenza attraverso classroom.  

 

 

2 Comments

  1. Fernanda parte da una mail dinamitarda in cui mette con le spalle al muro l’ipocrisia di una scuola che si basa esclusivamente sul profitto. A questo modello epidemiologico ( non investire sulla scuola, investi su cittadini ubbidienti alle tue leggi economiche) Fernanda oppone la sua creazione di anticorpi contro l’autorità, a cominciare dal suo proclamarsi discente fra i discenti. Soprattutto – se voglio collegare il suo di modello a quanto sta tristemente succedendo – si potrebbe cogliere nelle sue parole l’invito a non applicare il distanziamento anche a livello mentale tra insegnante e alunni, a non accettare come necessità emergenziale inoppugnabile le disposizioni previste, ma a continuare a sviluppare il senso critico in merito ad esse e a tutti i successivi possibili provvedimenti. L’unico dovere che debba essere preso in considerazione da un insegnante deriva dalla sua coscienza, dalla sua razionalità e dalla sua funzione intellettuale e non pericolosamente dall’accettazione aprioristica di disposizioni calate dall’alto. Bisogna far sviluppare nei ragazzi un senso critico in modo tale che le conclusioni e le norme da rispettare possono anche essere le stesse, ma far capire loro che fondamentale è arrivarci muovendo le rotelle che – dicono – abbiamo all’interno della testa e non chinandola continuamente in gesto ossequiente di obbedienza. Questo tipo di pensiero dinamico viene applicato da Fernanda sul senso storico delle abitazioni, sulla loro capacità di adattamento all’ambiente, sulla loro necessità di rivolgersi al cambiamento. I ricchissimi e articolati lavori dei suoi ragazzi hanno dell’incredibile e se non ci fosse un blocco direi ideologico tra la base e i vertici, dovrebbero essere studiati da architetti, urbanisti o anche più semplicemente da coloro che indegnamente si aggirano per i corridoi della Pubblica Istruzione. Si era in pieno lockdown e frugando abilmente e fertilmente fra i mezzi che aveva – non fra quelli che la scuola non poteva mettere a disposizione – Fernanda e i suoi alunni sono stati capaci di dare una risposta alla situazione emergenziale che avrebbe dovuto deprimerli, forse annientarli, con la prassi di progetti che rispondevano brillantemente e creativamente alla crisi , se ne prendevano carico, suggerivano soluzioni non astratte, ma perfettamente calate nella realtà urbana. Complimenti a Fernanda, Alice, Sofia, Matteo, Mattia e a tutti gli altri di cui mi sono dimenticato il nome.

    paolo gera

  2. Il lavoro si è sviluppato con momenti di interrogazione fittissima, chiarimenti sui mezzi e sul processo da mettere in atto, che doveva essere un percorso di studio ma anche di formulazione concreta di ipotesi da suggerire comprendendo che noi tutti siamo parte attiva e coinvolta di quel sistema oggi in crisi. Assicuro che non è stato facile, si sentivano inermi, impotenti davanti alla gestione di questi problemi, tale e quale mi sentivo anche io, messa davanti a problemi di gestione della relazione con i mei studenti. Per questo il mio azzeramento è stato necessario, anch’io ho dovuto cercare soluzioni a problemi mai affrontati prima, relativamente alla spiegazione non solo delle fasi progettuali, di cui già sapevano per tanta pratica precedente, ma su cosa fare leva, allievo per allievo ( e in questa vicinanza-distanza telematica produrre una stanza di ascolto per ogni singolo studente è stato fondamentale, imparando la lingua di ognuno e trovando una mediazione tra la mia linguistica e il loro vocabolario), facendo maturare in loro la comprensione che ogni loro passo era un passo all’interno della prospettabile risoluzione. Ringrazio Paolo per la perfetta lettura della genesi e della evoluzione di una pandemica ricercata rivoluzione del soggetto operante, unità fondamentale della struttura portante di un intero sistema.
    fernanda

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