LE CAPANNE DI PARIGI (3) – Paolo Gera : La città epidemica e i sentieri metropolitani.

projet-ville paris- les grands voisins- 

plan- etudes urbaines – anyoji beltrando

le corbusier- modello del plan voisin mostrato al padiglione dell’esprit nouveau (1922-1925) parigi

le corbusier- the radiant city-1924



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Rive gauche. Una strada che dalla zona di Montparnasse e dal suo glorioso e vivibilissimo cimitero porta a Denfert Rochereau, al suo granitico e buffo monumento leone. Il Genius loci è Agnes Varda , proprietaria  qua vicino di una bassa casa color vinaccia,  a Rue Daguerre, strada che un giorno volle  trasformare attraverso un ben studiato deragliamento dei sensi, in una vera e propria spiaggia.  A circa metà di questa altra via si estende “Les Grands Voisins”, centro sociale ricavato da una struttura ospedaliera dismessa. Questi spazi occupati e gestiti da gruppi di persone eterogenee dal punto di vista dell’età e dell’etnia, si inseriscono bene nei quartieri parigini e non sono avvertiti come frange marginali di extraterritorialità sovversiva. Una cultura cosmopolita radicata localmente…questa sembra la parola d’ordine. In Italia provò l’esperimento a Riace il sindaco Mimmo Lucano, che venne presto ostracizzato e penalmente perseguito. Qui i pensionati giocatori di pétanque posano le bocce e danno una mano a portare i secchi di colore  per l’affresco con cui i writer arricchiranno una parete del vecchio casello ferroviario che delimita il campo di gioco dei nonni. Rastafariani maschi e femmine, rimuovendo il loro chiodo fisso botanico, collaborano alla semina e alla coltivazione di pomodori e zucchine negli orti di una ‘ville fleurie’ a due passi dalla Tour Montparnasse.
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le grands voisins

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A “Les Grands Voisins” si mangia e si beve a prezzi contenuti in addobbati cortili psichedelici, dove i ragazzi giocano a ping-pong su un’auto capovolta. Negli spazi interni c’è un lungo ristorante arredato con allarmante cura casuale. C’è gente di ogni tipo. Anziani che parlano l’argot di Paname e giovanotti che si esprimono nello slang più aggiornato. A mascherina abbassata c’è un mercatino straordinario dove si trovano stivaletti che possono andare, vasellame stravagante e migliaia di libri divisi per categorie e acquistabili al prezzo di un euro. René Girard, “Delle cose nascoste sin dall’inizio del mondo”, prima edizione 1978.  A “Les Grands Vosins” il covid-19 sembra esorcizzato anche se si ha lo strumento antidemoni a portata di mano e l’assembramento fa comunque allegria.

Ma Parigi si interroga profondamente  sulle nuove condizioni di vivibilità urbana che si dovranno affrontare allo scadere dell’epidemia e del dopo-petrolio. Verso l’infinito e oltre!  Al Pavillon de l’Arsenal, zona Bastiglia, c’è il Centro Museo per l’architettura urbana e lì hanno allestito una mostra vastissima sulle ipotesi di trasformazione della città  come epicentro della crisi ecologica, sull’urbanesimo di transizione e sulle domande pressanti riguardo ai rapporti futuri tra territori metropolitani e biosfera che il virus, oltre allo spavento, dovrebbe probabilmente inocularci anche in Italia. Ci vado. Mi sposto un po’ a piedi e un po’ in metro. Sui muri sono attaccati semplici manifesti bianchi e semplici parole scritte col pennarello: “ Mieux vaut une paire de mères q’un père de merde.” Gioco di parole. “Vale meglio un paio di madri che un padre di merda.” Pienamente d’accordo. Percorrendo un viale di sofore che piovono fiori gialli, incrocio un ‘bus abri’ sul ciglio della strada. L’idea è quella di offrire un riparo ai barboni colpiti dal virus  e che non possono o non vogliono essere ospedalizzati. Una capanna di metallo. Il BusAbri può offrire accoglienza a dieci persone che troveranno riposo su cuccette allestite e colloquio con lavoratori sociali.

busabri

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La metro, affollatissima, senza distanziamento, ma con tutti i viaggiatori ben mascherati, mi porta a destinazione. Il museo è una specie di atrio di stazione di inizio Novecento disposto su tre piani. Al piano terra ancora manifesti bianchi come lenzuola d’ospedale calati dal soffitto. Vi sono stampati sopra i progetti di architetti e artisti più o meno affermati che propongono riflessioni, se non veri e propri manifesti sulla coscienza urbana risvegliata dalla pandemia. Mi limito ai titoli e invito chi fosse interessato a cliccare sul link. https://www.pavillon-arsenal.com/en/ “C’est le moment de changer la vie-lle”, “Faire societé, faire lieu, faire lien”, “Réaliser enfin la métropole de Paris résiliente pour tous.”, “Manifeste pour l’innovaton sociale”. Mi sembra che qui siano molto preoccupati di dare a tutti, senza differenze sociali, la possibilità di una difesa dalle catastrofi naturali/provocate dall’uomo, insieme alla possibilità di una nuova riorganizzazione dei rapporti negli ambienti della città. Come vivere insieme al tempo del distanziamento sociale. Come recuperare fisicità al tempo delle virtuose raccomandazioni virtuali. Al secondo piano  è posto l’interrogativo su come una città di spostamenti lineari possa trasformarsi in città di zone dense, diffuse, coinvolgenti. C’è un intero studio sulla riqualificazione del territorio intorno ai Champs Élysées, la linea urbana globalizzata e commerciale che i parigini cordialmente odiano.

Sotto le strutture del tetto Art Nouveau si snoda un percorso  sul significato dei sentieri metropolitani, con tanto di piantine, fotografie, documenti, dichiarazioni programmatiche.  Ci sono itinerari di marcia che si sviluppano in maniera per lo più circolare intorno a grandi aree metropolitane in tutto il mondo: Bordeaux, Marsiglia, Parigi, Istanbul, Londra, Tunisi, Colonia, Atene, Boston, Milano…si cammina in uno spazio definito da Gilles Clément come Terzo paesaggio, già non più città e non ancora natura, dove le vestigie dell’archeologia industriale si incrociano con i nuovi edifici periferici destinati all’abitazione o a nuove attività produttive, dove piante capaci di cavarsela anche su terreni inquinati pullulano accanto alle discariche o al campo dei miracoli di nuove esperienze artistiche. L’idea promossa è di combattere le distorsioni della realtà ad opera dei mass media e del marketing, attraverso l’esperienza e la scoperta del  mondo attraverso un rapporto diretto di sensi e mente. Ci sono aree metropolitane – sostengono – che si sono sviluppate al di là delle nostre coscienze e noi abbiamo bisogna di esplorare quella profonda ‘terra incognita’ per correggere la nostra rappresentazione della realtà. Le Sentier du Grand Paris, aperto nel 2020 dopo 3 anni di ricognizioni pubbliche, prevede un percorso pedestre di 615 km,  in 40 giorni di cammino. È stato realizzato in partenariato con le collettività, le associazioni locali, le scuole di architettura, di paesaggio e di urbanismo, attraverso la convergenza di moltissimi agenti che hanno ricevuto e ampliato il progetto da esperienze precedenti. 

Le vie sono più antiche delle città e i viaggiatori più dei sedentari. Più si conosce la città nella sua interezza e più si sogna un suo possibile futuro. Nel presente io vedrei una cordata di poeti nomadi che  escano dalla virtualità e facciano esperienza fisica del cammino marginale. Si farà poesia orale, individuando soste in punti nevralgici, si scambieranno parole sensibili e notizie disinformate con altri nomadi e stanziali dei grandi sentieri urbani.

Ad Atene l’8 febbraio 2020, proprio prima che il covid-19 iniziasse il suo dominio e l’epidemia si trasformasse in in infodemia, l’Accademia dei Sentieri Metropolitani ha redatto una Carta Internazionale  che vale la pena di leggere  e su cui sarebbe interessante riflettere  e discutere. Eccola in una mia traduzione e nel link che permette di risalire alla lingua originale in cui è stata stesa, il  francese.

https://metropolitantrails.org/fr/academy/about/european-charter

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le sentier du grand paris

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CARTA INTERNAZIONALE 2020

Considerando:

  1. ARTI DEL FARE

La città è prodotta da una diversità di attori -urbanisti, ingegneri, promotori, politici -ma anche dagli abitanti e dai fruitori, attraverso i loro saper-fare vernacolari. Il mondo abitato è rivestito come un atelier di pratiche creative contestualizzate, in particolare da artisti e architetti. Il problema delle nostre relazioni con il territorio è diventato centrale nelle arti.

 

  1. TRASPORTI

La città contemporanea è segnata da una dissociazione progressiva fra spazi pubblici e spazi di trasporto. Le infrastrutture dell’ipermobilità frammentano i nostri territori urbani e ci fanno perdere l’uso quotidiano del cammino, necessario alla nostra salute.

 

  1. RAPPRESENTAZIONI

Gli essere viventi si rappresentano i propri spazi di vita. Ora esiste un divario crescente fra la realtà dei nostri territori urbani  e le rappresentazioni che noi ne facciamo. Dei settori interi  delle nostre città  non beneficiano che di rappresentazioni lacunose e la maggior parte delle descrizioni metropolitane di cui disponiamo dipendono dal marketing.

 

  1. APPRENDIMENTI

I nostri luoghi di apprendimento tendono a essere dissociati dai nostri territori di vita. Il nostro ambiente urbano contemporaneo è muto dal momento in cui non si è alfabetizzati alla sua lettura. L’urbanesimo e l’ecologia sono insegnati molto poco a scuola, in modo che i cittadini hanno scarsi mezzi per prendere parte alle conversazioni vitali del nostro secolo.

 

  1. AMBIENTI

Le società umane del XXI secolo sono alle soglie di una rinegoziazione maggiore delle loro relazioni con la Terra. La reintegrazione  delle nostre città nella biosfera implica una modificazione radicale della fabbrica umana, la realizzazione di saperi e di pratiche adatte.

 

Noi proponiamo la realizzazione dei Sentieri Metropolitani:

 

  1. OPERE

I Sentieri metropolitani sono degli itinerari-delle linee, analoghi a un tratto di pittura, a una melodia o a una frase.  Queste opere sono delle continuità fisiche e giuridiche situate nello spazio terrestre. Hanno un autore- generalmente collettivo, perché si elaborano in comunità, con i territori e con gli abitanti.

  1. SPAZI PUBBLICI E INFRASTRUTTURE DI VIAGGIO

Queste continuità fisiche costituiscono degli spazi pubblici che si strutturano sulla scala delle metropoli. Invitando a ricollegarsi al cammino in città, i Sentieri insegnano a emanciparsi dalle automobili. Permettono di rimettere la città sulla scala del corpo umano e di restituire il corpo al suo movimento quotidiano. Propongono un uso della città non express, verso il dopo-petrolio.

  1. NARRAZIONI

Il Sentiero è una linea narrativa che permette di raccontare i nostri territori. Immergendoci nella galassia della storia delle nostre metropoli, i sentieri metropolitani ci emancipano dalle rappresentazioni convenzionali dei mass media. Di fronte alla crisi delle grandi narrazioni (modernità, progresso, nazione…), ci si mette in marcia incontro a vere storie situate.

  1. SCUOLE.

I Sentieri Metropolitani permettono di ottenere, acquisire e sviluppare lungo la via delle conoscenze pluridisciplinari, in relazione ai luoghi, complementari ai ‘curricula’ scolastici. Costituiscono così delle università popolari fuori le mura dove insegnanti e allievi possono scambiarsi i ruoli. Facendo atterrare i nostri saperi, fanno del mondo una scuola.

  1. STRUMENTI PER RIABITARE I NOSTRI TERRITORI

La metropoli è il luogo dell’accelerazione, della sconnessione e della deterittorializzazione. Proponendo di camminare nei territori fatti per guidare, di andare fuori dai territori fatti per starci dentro, di creare legami nei territori frammentati, i sentieri interrogano al suo epicentro la nostra crisi di relazione con la Terra. Architetture, patrimoni agricoli, botanici, bacini idrografici, spazi abbandonati, reti energetiche…I Sentieri Metropolitani aprono al piacere di frequentare i nostri luoghi di vita- in modo che il nostro ambiente quotidiano si metta a parlare con noi,  e che noi siamo capaci di influire sulla sua evoluzione.

 

Paolo Gera

 

3 Comments

  1. Non so quanto possa essere pertinente con la proposta dei ‘tuoi’ sentieri, ma mi è venuta in mente un’iniziativa dell’anno scorso qui nella mia città dove un gruppo di ex-guide turistiche tradizionali ha proposto un modo assolutamente diverso di affrontare la città. Partendo a piedi da una certa zona, ad esempio, seguendo la narrazione di una reale vicenda storica, facevano raggiungere tutti i punti della stessa, anche quando poco fosse rimasto di quella passata funzione. Comunque sovrapporre ad una restaurata facciata di casa il racconto di una prigionia o di un tribunale dell’inquisizione, allargava di colpo la diacronicità delle cose che ci circondano e le ispessiva di possibilità mutanti. Quando invece siamo stati abituati ad apprezzare nelle nostre città il CONSERVARE. Che per certi ambiti non è da negare, tutt’altro; ma è l’idea di immobilità storica, funzionale, museale che mi dà fastidio. Una volta quella iniziativa di itinerari ha proposto di girare attraverso una trasformazione socio-economica vissuta, anche orribilmente, da un territorio; E’ stata un’esperienza forte, davvero dentro il tempo, passo passo con la gente che di lì era passata e aveva fatto. Ho capito molto di più che da manuali di storia.

  2. sentieri metropolitani è una bellissima idea!riprendere a parlare con i molteplici aspetti urbani e non; anche qui sono state fatte esperienze simili a quella di cui parla Milena Nicolini, cioè una rilettura della città attraverso alcuni percorsi ben delineati storicamente; sebbene come dimensioni le nostre non siano certo paragonabili a dimensioni metropolitane, tuttavia quei percorsi allenano a guardare la città con occhi rinnovati

  3. Gentile Paolo,
    leggo solo ora il tuo post. Ti ringrazio per aver dato visibilità al lavoro che stiamo facendo con i nostri amici e colleghi europei.
    Sentieri_Metropolitani è un progetto che esiste in Italia da dieci anni e ha fatto camminare migliaia di persone a Milano e non solo (Da Napoli a Rotterdam, per dire). Se vuoi saperne di più seguici sulla nostra pag FB o cercaci sul nostro sito dove puoi iscriverti alla newsletter. Magari, covid permettendo, ci si trova sulla strada, assieme.
    Un caro saluto, G.

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