ISTANTANEE- Anna Maria Farabbi: ” La complicità del plurale” di Marco Bellini

raechel romero- “ti condurrò al deserto e parlerò al tuo cuore”-  dal libro del profeta osea

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Entriamo nella soglia estrema della nostra umanità. Là dove il corpo si dissolve e, al tempo stesso, intensifica la sua sensorialità, in quell’impermanenza terribile che, con un colpo di coda, ci rende volatili. Entriamo con il canto di Marco Bellini in quella tensione del dolore al limite dello strappo, al limite dell’annichilimento per la perdita irreparabile. Entriamo con il poeta in quell’uscio tra l’insipirazione e l’espirazione. Per giunta, di una creatura amatissima, il padre.

Proprio in questa dimensione spazio/temporale, noi lettori/ascoltatori di tale canto, riceviamo il mistero, la percezione, lo svelamento, l’epifania, di un linguaggio complesso e composto che oltrepassa il registro verbale: si manifesta dopo la morte della creatura amata, in compresenza, direbbe Aldo Capitini, in un tessuto di segni e corpi che ci contaminano dettando, in modo creaturale, vivo, il defunto. Nasce un colloquio intimo, profondo, accorato e al tempo stesso colmo di pienezza segreta, tra chi rimane e chi se ne è andato. Non è solo un colloquio duale, ma corale, perché pregno di un mondo pullulante, caldo di cose e persone, gesti, suoni, che ha investito vivi e morti in questo rapporto filiale e paterno.

La complicità del plurale è il titolo chiave di questa opera: una chiave nominale che getta immediatamente apertura esistenziale, direi che sfonda addirittura l’immobilità definitiva della morte. Rovescia il destino della singolarità dell’io nel plurale. 

L’io è un crogiuolo di relazioni. La sua morte riverbera in mille sonorità esistenziali e spirituali da continuare in compresenza.       

Il canto e il fiato di Marco Bellini sorge e continua il suo volo raso terra nel quotidiano, fin nelle pieghe del gesto, nel vuoto tra le cose. Riavvolge il filo di un gomitolo apparentemente perso nella morte, lo vitalizza in coni di luce esistenziale che non scadono in retorica.

E, a poco a poco, il padre, dalla dissolvenza, si ricompone con interezza. Emerge in una fisicità toccante, imprimente. Ne vediamo la pelle, le rughe del collo, l’attacco della nuca, le unghie. Conosciamo la sua lingua, i suoi modi di dire, la sua saldezza, il  suo sanguigno nodo con i figli. E con la terra.

Il giardino e l’orto vivono direttamente nel canto. Come estensioni del padre. Magari scomposti, squassati dalla sua assenza, ma esistenti ancora emanando le azioni passate delle sue mani.   Non posso non pensare qui a Pia Pera, maestra. A quel mirabile capolavoro Al giardino non l’ho ancora detto. C’è, ne La complicità del plurale, un trionfo vegetale che invasivamente, nell’accensione di tutti i sensi, partecipa in complicità intima al linguaggio plurale che accennavo. L’ultimo testo dell’opera,  Post scriptum, porge in modo sacrale, emblematico, cerimoniale, il senso e il significato di questa amorosa  liturgia cantata al padre. Voglio scrivere  non alla morte del padre, ma al padre, alla sua persona, al suo sé infinito.

Chi canta, come sempre, anche Marco Bellini qui, cantando si canta. Cioè sente nell’altro non solo un’appartenenza, non solo la lacerazione della perdita, ma anche i filamenti della propria umanità affine. Il suo stesso destino, suonando il senso tragico della vita in sé. 

La poesia si diffonde in vento plurale infinito. Fa vivere il padre che incontriamo, sentendolo presente. Vicino. Ma non solo. Oltre il dato personale, Marco Bellini canta l’ombelico dell’umanità, la consapevolezza dolorosa della sua impermanenza. L’amore che non muore a attraversa il lutto.   

 

 

Tu nella stanza vicina ancora non riposi.
Io in cucina. Il libro è lì sul tavolo.

A distanza esito.
Aprirlo, entrarci dentro meglio di no
che poi magari ti piace
e il dolore potrebbe distrarsi.

 

  

 

Anna Maria Farabbi

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Marco Bellini, La complicità del plurale– Lietocolle 2020

 

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