MUTE…nuovi costumi da indossare.Ecco la scuola- Sergio Pasquandrea: …scuola?

ieri

.

È facile pensare che insegnare sia una missione, una vocazione, un atto di fede verso l’umanità, e che il bravo professore sia quello che, come il professor Keating, fa strappare le pagine dai libri e sale in piedi sulla cattedra.
Facile, bello, ma ovviamente falso.
Un po’ come pensare che la professione dell’architetto consista solo nel progettare la Casa sulla cascata o la Sagrada Familia, o che quella del medico consista in eroiche operazioni a cuore aperto che salvano in extremis la vita dei pazienti, o che l’avvocato passi la vita a scampare dal patibolo innocenti ingiustamente perseguitati.
Ovviamente non è così: l’architetto passa molto tempo a calcolare cubature e a decidere se mettere la tazza del gabinetto a destra o a sinistra, il medico trascorre ore e ore in pronto soccorso a ricomporre fratture e a consigliare pomate antiemorroidali e l’avvocato deve fare il difensore d’ufficio per lo scippatore sedicenne o negoziare se lo spacciatore beccato per la quarta volta meriti o no il foglio di via.
Allo stesso modo, una buona parte della professione docente consiste (sempre più, negli ultimi quindici o vent’anni) di scartoffie e burocrazia da compilare.
Anche quando si entra in classe, poi, c’è sempre da mandare in bagno qualcuno, c’è da parlamentare per decidere se oggi possono o no giustificarsi, controllare se i genitori hanno firmato l’avviso per la gita scolastica o hanno consegnato la liberatoria per la privacy.

Prima, però, si poteva girare tra i banchi, si dava un buffetto a quello che si era distratto giocando al cellulare, si aiutava quella in difficoltà con l’esercizio. Ci si guardava in faccia, muovendosi, sfiorandosi. Si scherzava, per sciogliere la tensione.

Ora chi è in classe ha la mascherina, e anche se non la tiene è confinato nel banco, a un metro dai compagni e a due metri da me. Non possono passarsi nulla tra di loro, se lo faccio io devo disinfettarmi le mani prima o dopo. Non possono uscire a ricreazione, ne’ fermarsi a parlare con un amico in corridoio.
L’altra metà della classe è a casa, in didattica a distanza. Spesso i computer della scuola non funzionano, la rete salta, l’audio è pessimo. Io registro tutto ciò che faccio e poi lo metto online, perdendoci tempo e fatica: ma almeno tutti riescono a seguire.
I ragazzi affrontano la situazione con una calma e una disciplina ammirevoli, ma si accorgono benissimo che così non va, proprio per niente.
Oggi, poi, la scuola era chiusa perché non hanno ancora finito di sanificare dopo il referendum: quindi, tre ore di didattica a distanza.
Prima ora: discretamente, tutti connessi, audio decente.
Seconda ora: non riescono a connettersi, ci riescono dopo dieci minuti di tentativi, il tempo di fare l’appello e salta la connessione, si riconnettono, comincio la lezione, dopo quindici minuti mi scrive il rappresentante su WhatsApp perché non si vedeva né sentiva più nulla, mi riconnetto, l’audio è pessimo; alla fine ho detto di disconnettersi, preparerò una videolezione e la metterò online.
Terza ora: non riescono a connettersi, poi sì, ma l’audio è pessimo; ho registrato e metterò tutto (audio e Powerpoint) su Google Classroom.
Si può lavorare così? No, ma si deve.
Anche se le LIM non ci sono, i proiettori non funzionano, i laboratori non si possono usare. Io sto cercando capire cosa fare per riuscire a insegnare, comunque, in qualche modo.
Sento i colleghi rassegnati: quest’anno riusciremo a fare il minimo, sarà tutta lezione frontale, spiegheremo il libro di testo e basta, metteremo un paio di voti e contenti tutti, tanto a breve si torna in quarantena.
Io rispondo (a me stesso, con gli altri ci ho rinunciato): no, quest’anno io voglio fare quel che facevo gli altri anni, e se possibile di più e meglio; magari in modo diverso, ma lo devo, lo voglio fare.
Come, ancora non lo so. Ci sto pensando.
Ma sempre meglio che arrendersi già a settembre.

Sergio Pasquandrea

.

oggi

2 Comments

  1. In un suo ultimo intervento il primo ministro Conte ha ribadito la necessità di investire i fondi europei per rinforzare l’aspetto di comunicazione digitale della scuola e formare i ragazzi tramite i mezzi elettronici alle nuove professioni del futuro. Non una parola sui problemi ordinari del presente, non un richiamo alla necessità della scuola di essere fisica e corporale, come ai tempi di Don Milani e come si sforza di conservarla Sergio, nonostante distanziamenti e mascherine. Le dichiarazioni del premier e le linee guida del ministero, che si ostinano a imporre come necessaria la Dad anche se bisognerebbe recuperare invece in ogni modo i mesi persi in presenza, fanno presagire che si vogliono formare dei tecnocrati e non dei cittadini con capacità di spirito critico e di giudizio.

    1. Penso che la volontà di modificare gli assetti sia lavorativi che dell’istruzione siano ormai in atto e non si fermeranno. Ciò che si dovrà fare sarà trovare una strada dove la presenza sia viva anche dietro uno schermo, o nel corpo di un messaggio, di una mail, che non sia barriera ma mezzo per raggiungersi, in qualsiasi situazione ci si trovi. Penso al segnale SOS che si lancia a distanza, ognuno di noi dovrà essere questo segnale senza SOSTA, inviando tutto quanto è una verità che non resta barricata e chiusa in una galera, ma naviga nelle trame della rete ben oltre i limiti che vorrebbero erigere per creare distanziamento davvero sociale, con ricchi e poveri, non solo di crediti ma di umanità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.