MUTE…nuovi costumi da indossare. Ecco la scuola- Paolo Gera: Io solo in classe ed i ragazzi a casa

istituto professionale g.vallauri – carpi

Open Day al Vallauri - Temponews

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Nell’Istituto professionale G.Vallauri di Carpi, la scuola da dove insegno da più di trent’anni, l’orario della prima settimana ci viene comunicato giorno per giorno. Alla seconda ora di venerdì 18 settembre io dovrei recarmi in aula 13 e da lì fornire una lezione a distanza alle mie alunne che seguirebbero le mie parole da casa. Voltare le spalle ai banchi vuoti, digitare il codice meet sul computer, trovarmi di fronte ai bollini colorati con le iniziali, non alle persone che dopo sette mesi ho finalmente incontrato nei giorni precedenti.

L’ordine mi sembra assurdo, mi provoca rabbia e scoramento. Ne parlo con le alunne sulla chat che ci ha tenuti legati durante la segregazione. Abbiamo fame di presenza, di confronto, di interazione fisica. Abbiamo il desiderio degli innamorati, la voglia di vederci, di guardarci negli occhi e di parlare di noi, se ancora non è possibile toccarci. In Collegio Docenti il preside ha spiegato che una parte dell’orario, secondo le disposizioni ministeriali, dovrà essere dedicato alla didattica a distanza anche se non si presenteranno situazioni di chiusura forzata. Bisogna continuare proficuamente nella sperimentazione e allenarci a un secondo possibile lockdown. Qualcuno pensa che il training debba essere condotto anche quando, come prima, ci si riunisce tutti in aula. 

In questi ultimi anni la scuola, e in particolare un istituto professionale come il nostro, ha sviluppato metodi e strategie che non riguardano solamente la pura trasmissione di dati sapienziali, attraverso il vecchio impianto didattico idealistico, crociano e gentiliano. Innanzitutto in una scuola professionale il cervello è direttamente collegato alle mani attraverso le pratiche del fare E poi la scuola si è aperta alle esperienze e al coinvolgimento motivazionale di ogni singolo alunno: spesso abbiamo interrotto le lezioni per ascoltare i problemi familiari dei ragazzi, ci siamo riuniti in circle time, abbiamo attivato i facilitatori, ci siamo ritrovati sportelli di ascolto e non distributori automatici di didattica. Le nuove norme riguardanti il distanziamento fisico ( mai e poi mai userò il termine sociale), prevedono una forte limitazione di questo approccio, in vista di una specie di digitalizzazione anche della didattica in presenza, in cui, a classe ferma, il docente fa lezione come se fosse ancora già dall’altra parte dello schermo. Ma io mi muovo fra i banchi come un vecchio guitto, ammicco, spio sui fogli, provo a comunicare passione per il sapere anche attraverso i miei movimenti. Le mie ragazze usano i laboratori, progettano e cuciono abiti, progettano e realizzano le panchine dell’intercultura, strutture circolari sulle cui sedute e sugli schienali vengono dipinte le bandiere delle nostre nazioni di appartenenza e i disegni di oasi, leoni, castelli, pagode, pizze, maschere africane. La metà della popolazione scolastica del Vallauri è di origine extracomunitaria, vari alunni sono appena arrivati e non conoscono l’italiano. Occorre che i docenti si confrontino su questa emergenza dentro l’emergenza. Ma l’aula insegnanti, dove di solito si discute e ci si chiarisce le idee, prevede un accesso limitato a poche persone. È cassata la sua vocazione assembleare, la possibilità di scambiare idee e opinioni, la costruzione nucleare di proposte. In aula insegnanti si faceva conoscenza, ci si scaricava, si discuteva, si firmavano petizioni e documenti, si festeggiavano matrimoni e nascite. Il piano predisposto in ossequio alle norme anti-Covid rischia di disumanizzare i rapporti fra i colleghi, di renderli sempre più istituzionalizzati e di non farci trovare pronti attraverso un confronto dialettico efficace, di fronte a ordinanze non più discutibili e contestabili come prima. 

L’idea che sta passando a inizio anno scolastico è che la scuola, per alunni e insegnanti non possa essere più anche casa, ma semplice e spiccio luogo di lavoro  e di studio a cui accedere e staccarsi nel modo più rapido possibile. Si oppone a questa la concezione opposta che prevede che il lavoro e lo studio possano essere organizzate tra le mura domestiche, in solitudine,  attraverso la Dad e lo smart working.

In Collegio docenti il preside ha illustrato pagine e pagine di nuovo regolamento con i provvedimenti disciplinari da applicare nei confronti degli studenti che non terranno un comportamento adeguato durante le lezioni della Dad. La scuola approfitta del momento di emergenza sanitaria per esasperare la sua vocazione al controllo, alla sorveglianza, alla punizione dei colpevoli. I ragazzi, soprattutto quelli vivacissimi delle prime, devono stare per cinque ore nei banchi, senza muoversi, con le mascherine calate sul volto, seduti e rassegnati anche  durante l’intervallo, per evitare il rischio di pericolosi assembramenti. In questa situazione è più che mai urgente pensare a efficaci pratiche di decompressione. La scuola proprio in questo momento complicatissimo non deve isolarsi completamente, ma realizzare la sua vocazione a diventare ‘civitas’. A Reggio Emilia varie istituzioni come musei, ex istituti bancari, associazioni hanno allestito nei loro spazi aule per gli alunni le cui scuole non garantivano sufficiente capienza. È una buona indicazione, ma il tracciato deve ampliarsi e diventare una pratica comune. La città deve farsi incontro alla scuola e, senza dimenticarsi delle necessarie regole sanitarie, far uscire gli alunni  e dare loro ospitalità, in luoghi di cultura e lavoro ricchi di esperienza teorica e pratica. Occorre un progetto globale che preveda interazione intelligente fra le istituzioni della città e non la predicazione dell’isolamento, la progettazione per compartimenti stagni. Mai come in questo momento di distanziamento, è necessario connettere. 

Venerdì scorso ho deciso di non andare a scuola per svolgere la mia Dad, ma di organizzarla da casa. Un po’ programma e un po’ discussione in cui ho chiesto alle mie alunne di offrire un contributo con le loro idee a questo articolo che sto scrivendo. Come titolo hanno trovato un endecasillabo che ricalca il Petrarca su cui verteva la prima parte della lezione. “Io solo in classe ed i ragazzi a casa.” 

Teniamo il più lontano possibile questa prospettiva.

Paolo Gera

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la scuola ieri

…e oggi

 

4 Comments

  1. La DAD è il paradosso della docenza indecente che ci ritroviamo- nostro malgrado- ad esercitare.
    Una decomposizione del processo educativo con destrutturazione di quella umanità sociale che lo contraddistingue. Se ne svilisce la maieutica, annientata da uno schermo che riduce il docente a robotica presenza virtuale di gendarme atto al conteggio di- bollini colorati, appunto!- da registrare con affanno, mentre è inscatolato nei vincoli di una connessione da remoto che ne limita e condiziona fortemente il diritto di espressione e di condivisione del proprio io, tramite essenziale nella trasposizione di qualsiasi altro contenuto, perché si verifichi una docenza, che non è pura somministrazione nozionistica. Quello è il libro. La docenza è l’operato di una persona fisica che sia docente nella misura in cui attraverso tutto il suo mondo emotivo e bagaglio umano-conoscitivo confezioni ad arte l’operabilità della didattica.
    Il ritorno alla scuola in presenza, che dopo lo scorso lockdown sembra una grandissima conquista, del resto sa essere ancora più triste: poter guardare a qualcuno la bocca mentre parla e il naso quando respira, è diventato il più grande e il più raro dei privilegi, quasi simbolo di intimità. Ci sono gli estranei estranei e quelli un po’ meno estranei, di fronte ai quali la restrittiva misura dell’obbligo di indossare la mascherina può, improvvisamente, ammorbidirsi e subire qualche lieve deroga. Speravo che potesse essere così anche nell’ambito di una classe, ma a quanto pare mi sbagliavo. Vedo i miei allievi biascicare parole e non li sento. Dico vedo per abitudine, ma in realtà non li vedo neanche. La maggior parte dei loro volti sono coperti. Ci hanno privato di una delle esperienze più belle dell’insegnamento: la conoscenza. Chi stabilisce la familiarità con un individuo? Chi può assicurarci che non sia letale o pericolosa? Forse, può farlo solo il bisogno di ripristinare una cieca fiducia nell’altro, di abolire le barriere della diffidenza che lo hanno reso il nemico temibile e minaccioso che è, in nome di una fisiologica necessità di ritorno all’umanità che ci riscopra tutti uguali, per quanto vulnerabili. Evitare la condivisione per paura del contagio e “prepararsi” ad un nuovo lockdown è un cotidie morimur che ci spegne sempre un po’ di più, fino a privarci definitivamente della nostra vita

  2. Ringrazio Martina Barbieri per questa bellissima riflessione.Se lo smartworking può essere accettato in un’ottica aziendale, quando l’ambito del lavoro riguarda merci e servizi, ben diversa è la prospettiva per l’insegnante, quando si tratta di stabilire una relazione educativa con persone.Eppure anche la didattica in presenza sembra andare nella direzione del controllo digitale: a questo punto sembrare contare soltanto gli occhi, addestrati fin dalla prima infanzia a seguire schermi luminosi; le bocche che si dovrebbero aprire al dialogo e imparare a contraddire, a esprimere una propria fondata opinione, sono oggi imbavagliate. La phoné che ne esce, privata della fisicità del movimento delle labbra, dell’espressione del viso, diventa tristemente virtuale.
    Paolo Gera

  3. Sono fortunata, i miei ragazzi appena seggono al loro posto tolgono la mascherina. Lo possono fare perché l’aula è un laboratorio di architettura. Li ho voluti tutti in presenza ( ventotto), perché la didattica mista è impraticabile a mio avviso. Ti trovi sempre a voltare le spalle a un gruppo..
    Eppure oggi, anche così tutti insieme, ho provato preoccupazione e pena per i corpi inchiodati al tavolo, chini sul foglio.
    Il corridoio vuoto è sempre più irreale, così il cortile muto.

  4. L’idea della città che potrebbe aprirsi, con i suoi musei e gli spazi monumentali all’aperto, per diventare scuola (cioè un’idea di apprendimento fuori dalle aule), cioè la tua idea Paolo, sarebbe la più sensata: organizzando bene i trasporti, farebbe da volano anche come ripopolamento di musei e piazze. Ma con la paura diffusa, che prospera nelle menti di moltissimi ormai, ogni luogo non canonico viene vissuto come rischio ingiustificato.
    Avanzare idee ancora non comporta sanzioni, comunque, perciò grazie Paolo per quel che hai scritto.

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