ISTANTANEE- Paolo Polvani: Giulia oggi è un melograno. Paolo Polvani: a “Il condominio S.I.M.”di Alessandro Canzian.

bozza cover non definitiva  e dettaglio cover finale

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All’inizio del libro l’autore ci avverte che negli anni ’70 il condominio S.I.M. era stato in realtà progettato come albergo, in seguito la società costruttrice si rese conto che come albergo non avrebbe potuto funzionare e, modificata la destinazione d’uso, venne riqualificato come condominio destinato a civili abitazioni.
Mi sembra molto interessante questa notazione preliminare, è come se l’autore volesse avvertirci che questo errore di prospettiva si sia riverberato sui futuri abitanti di quegli appartamenti, come se quell’errore di progettazione iniziale evidenziasse l’esistenza, sempre e comunque, di un errore nella prospettiva individuale, e che quindi ognuno dei condomini abbia dovuto riconvertire la propria traiettoria, rivedere il proprio percorso soggettivo.
Osservando in controluce le piccole finestrine in cui ogni condomino viene inquadrato, si intravvede un intoppo nel percorso, un inciampo, una mancanza, un esubero di solitudine e di incompiutezza.
Appena ogni singolo protagonista si affaccia alla ribalta, si intuisce che gli attori di questa rappresentazione sono in bilico davanti a un precipizio, dentro una sfasatura temporale: “ – e noi / che non saremmo / comunque arrivati in tempo”-.
Anche i bambini che alle nove di sera s’incontrano, e giocano, e urlano e a volte sporcano “non / sanno quand’è ora di rientrare”.
Così Silvio al ritorno dal supermercato dove ha acquistato pizze e birre per dimenticare, evidenzia uno squilibrio, un’aporia esistenziale, una condizione di disorientamento: “Il tempo che ci è dato non coincide con la vita”.
Va riconosciuto all’autore il merito di far balenare l’idea dell’abisso in pochi tratti, nella rapida, nitida ed essenziale sequenza dei versi, per ognuno dei protagonisti sono sufficienti poche parole, pochi segni di matita, per delineare la minima epopea del quotidiano che porta la cifra del naufragio, del disastro.
Oltre le mura del condominio, che cosa hanno in comune Olga, Carlo, Anna, Giulia, Silvio, Alberto, Alina, Aldo?

 

Alberto m’ha confessato
di sentirsi solo, ogni tanto.
La solitudine è una frattura,
un arto fantasma. E’quasi
un ritornello dei nostri incontri
il suo dialetto stentato
la puzza di pipì, l’amaro.

 

La solitudine accomuna ognuno di loro. In tutte le formelle, come vengono definite le finestrine cui si affacciano i protagonisti del libro da Maurizio Cucchi nella prefazione, si respira un’atmosfera di solitudine: affiora in Olga che prega Dio con le ginocchia, oppure quando “Non si può essere più soli / di quando non si è soli”; o Carlo, il ragazzo della porta accanto che “butta / le immondizie, la sera, come / la vita, una volta alla settimana”.
E Anna, che “passa mezz’ora nello specchio”.
“Se vuoi essere universale parla del tuo villaggio” è una famosa frase di Tolstoi, che potrebbe essere rimodulata sulle dimensioni più ridotte di un condominio, un condominio in fondo non è che la miniatura di un villaggio.
In questo libro affiora tutto l’odore della realtà, tutto il rumore che può fare un bicchiere di vino o un fazzoletto lasciato in giro perché racconti una storia, e il pollo da fare al forno, e le buste della spesa, e “un pacco di cerotti per / quando ci si fa male nella vita”.

 

Alina è la rumena che pulisce
le scale il giovedì mattina
e passa lo straccio e avverte
che è bagnato. Sa che
è sempre bagnato da qualche parte
e non si può tornare indietro.

 

La lingua di questo libro è molto terrestre, perfettamente adeguata alla qualità terrena dei suoi protagonisti, così aderenti al quotidiano, alle sue fatiche e alle sue scale quasi sempre in salita, e alla sobrietà delle dolcezze, così parcamente elargite dalla vita, e sempre pagate a carissimo prezzo. Ogni finestrina di questo libro regala la possibilità e la profondità di una storia, offre l’opportunità di scoprire cosa si cela dietro le tende illuminate nella sera, di carpire piccoli segreti, di affacciarsi sui mondi misteriosi, enigmatici, dei nostri coinquilini.

 

Aldo vive nei locali
più piccoli dove trovano
rifugio immigrati e separati.
Ha un odore buono, Aldo,
di vent’anni di matrimonio e
un’amante che gli voleva bene.

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Quando si è soli tutto è buono.
Anche la cinquantenne trovata
a ballare mezza nuda e che
non chiede niente. Non fa
differenza l’età, direbbe Aldo.
La solitudine non invecchia.

 

Tutte figurine accolte e raccontate in uno sguardo di indulgenza, non affiora mai neanche il sospetto di un giudizio, o peggio di condanna, perché è chiaro che l’universalità contenuta in quella miniatura di villaggio che è un condominio in realtà ci racconta, parla esattamente di noi, accende le sue luci sulla nostra minima saga esistenziale, familiare, illumina le piccole miserie, le inconcludenze, le infinite precarietà, e non potrebbe avere altro colore se non quello della comprensione e del rispetto.

Paolo Polvani

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Alessandro Canzian, Il condominio S.I.M.- Stampa 2009 edizioni giugno 2020

4 Comments

  1. Mi ha colpito l’ultimo verso di Canzian citato da Paolo, “la solitudine non invecchia”. Il condominio di Canzian è uno specchio veritiero di come si possa vivere l’isolamento in una grande palazzo affollato di persone. Certo, si avrebbe voglia di farsi avanti, di presentarsi, di stabilire un inizio di relazione, sulle scale, in ascensore, ma poi si ritorna con un nulla di fatto nel proprio isolamento. Si prova a immaginare una vita dietro il volto visto di sfuggita migliaia di volte, ma la persona che vediamo affacciarsi ogni al balcone sul fronte opposto del cortile, ci è maggiormente estranea di chi stiamo appena conoscendo su una chat. La virtualità in questo momento avvicina di più di una fisicità prossima ma distanziata.

  2. Bussare alla porta non è così difficile ne inutile. Due solitudini posono fare una soletudine.

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