LE CAPANNE DI PARIGI- Paolo Gera: La capanna Yanomami a Montparnasse – prima parte

yanomami- il ragazzo nella tenda

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Parigi, oggi come al tempo dei surrealisti, è la città delle possibilità.  Bisogna  aggiornare la lotteria al contemporaneo, certo. Occorre fare in modo che l’itinerario spaziale scelto si possa ben coniugare agli eventi temporali, stabili o effimeri, che la città, alleggerite le misure riguardanti la pandemia, anche in questo periodo complicato non si stanca di produrre  e di proporre. Bisogna sintonizzare il proprio stato mentale, la propria predisposizione culturale del momento, con l’offerta vastissima della metropoli e crearsi un itinerario che, nel mio caso, è riuscito a ricalcare tanto le mie esigenze politiche che quelle di scrittore e a fornire nuovi spunti germinali di riflessione, nuove prospettive di impegno e di lavoro. Tutto quello che riporto succede in 15 giorni, dal 6 al 21 luglio 2020. Ci sono svariate capanne che presenterò in varie puntate all’interno della capanna di cartesensibili.

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fondazione cartier-parigi

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La prima tappa è la fondazione Cartier. Si trova a poca distanza dall’appartamento in affitto di mia figlia e quando arrivo a Parigi mi informo subito sulle mostre che accoglie nei suoi spazi. La fondazione Cartier è stata progettata da Jean Nouvel nel quartiere di Montparnasse, anno 1994, ed è un esempio efficace di come una precisa scelta urbanistica e architettonica possa riverberarsi vocazionalmente sulle iniziative culturali che il centro promuove. È un parallelepipedo di vetro immerso in un’area verde, dove sono state distribuiti in maniera armoniosa piante e alberi arrivati da ogni parte del mondo e dove si tutela la biodiversità in maniera non ossessiva, ma ospitale, affettiva. È una bella oasi dove si può rimanere a lungo a leggere, a meditare, a osservare le foglie che si muovono e i fiori che cambiano forma e colori. Da qualche anno è stata accolta una ‘cabane’ realizzata da Agnès Varda in ricordo del suo gatto Tzsgougou e il tumulo simbolico in cui giace il felino,  non può non riportare alla mente la tomba in cui lei riposa, al vicino cimitero di Montparnasse, allestita l’ultima volta che l’ho visitata, secondo sue indicazioni registiche post-mortem, alla maniera messicana de ‘la fiesta de los muertos’, segnica e coloratissima. Ancora immagina, Agnès, ancora progetta, e i suoi occhi non posso crederli chiusi per sempre. Così la richiamo ancora come spirito guida per questo viaggio parigino, senza tetto né legge. 

Le esposizioni allestite dalla fondazione Cartier hanno questa caratteristica: si rivolgono all’etnologia e all’arte del Sud America e offrono un importante servizio di informazione e tutela sulla condizione delle popolazioni indigene, strettamente collegata, come tutti sanno, alla brutale modificazione dell’habitat originario. Appena arrivato a Parigi ho visitato qui la mostra dedicata alla fotografa Claudia Andujar. Claudia nasce una novantina di anni fa a Neuchâtel in Svizzera, ma prima della guerra la sua famiglia di origine ebraica si sposta in Romania, dove subisce la deportazione e l’annichilimento a Dachau.  Claudia riesce a rifugiarsi negli Stati Uniti, ma in poco tempo capisce che la casa dove deve stare è la capanna degli indios Yanomami (“gli uomini”), trasferendosi nel loro territorio fra Brasile e Venezuela: la prima spinta è di natura estetica, ma progressivamente cresce in lei la certezza che la documentazione fotografica sia fondamentale per diffondere nel mondo notizie di prima mano sulla lotta del popolo Yanomami, contro lo sfruttamento del governo brasiliano, per la propria sopravvivenza genetica. Anche gli Yanomami si rendono conto di quanto la fotografia possa aiutarli, ma soltanto dopo che Claudia Andujar  si è  guadagnata la loro fiducia, convincendoli della bontà e dell’efficacia del suo progetto: all’inizio  le immagini dovevano essere distrutte alla morte del soggetto fotografato, in modo che questo lascito terreno non potesse impedirgli di seguire il percorso indicato dagli antenati sino al dorso del cielo. Ultimamente gli Yanomami – nuovi piani di deforestazione sono stati predisposti da Bolsonaro e dalle lobby economiche – hanno ammorbidito la loro linea e lasciano che le loro fotografie possano circolare liberamente. È gioco forza, ormai. Se muore l’ultimo Yanomami, si perde anche la memoria dei loro riti, della loro vita in simbiosi con la foresta, della loro teogonia. Se muore l’ultimo Yanomami, si perde anche la possibilità della proiezione mitica ultraterrena e la memoria del popolo. Muore il racconto.

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capanna yanomami

maloca yanomami

Una bella storia è quella di Claudia che a novant’anni passati torna fra gli indigeni: la porta un camioncino con rimorchio, lei è su una carrozzella e sorride, tutti la abbracciano. La sua invalidità e la sua forza indomabile coincidono con quelle del popolo che l’ha adottata.

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Le foto sono splendide e terribili e come ho anticipato, da un’idea di partenza estetica, diventano arma di denuncia politica, si organizzano, protestano, marciano. Mi colpisce il bambino ritratto all’interno della grande capanna circondata dalla fitta selva. È una foto sciamanica, ma Orfeo che si volta a guardare Euridice per imprimerla, uccide l’arcano e lo fa scomparire. Così l’oggetto tecnologico si getta in una tensione ibrida e spuria per ricreare una situazione impossibile da registrare. Il ragazzo dentro la capanna  è trafitto dalla luce degli spiriti antenati che invece sono ricreati da giochi di flash, trucchi del mestiere.  È avvolto dalla  polvere dei millenni e nello stesso tempo dal  primo magnesio che ha scatenato la ridda globale delle  immagini impresse. Eppure un po’ di magia è stata catturata. Al piano inferiore gli indios Yanomami, uomini donne bambini, sono ritratti con un numero al collo. In una serie sono come riassorbiti dalla foresta. Claudia Andujar ha voluto testimoniare un piano di vaccinazione obbligatoria governativa per i senza nome dell’Amazzonia, ma l’eccidio riporta ad altre spietate impressioni numeriche. 

Eppure gli Yanomami non vivono nel rimpianto, ma nella speranza. Il passato e il futuro sono la corteccia dello stesso albero assiale. Non si lamentano della malattia che abbiamo portato insieme alle scavatrici. Ci guardano e sorridono delle nostre maschere, dei nostri sistemi di protezione, dei nostri codici di sicurezza. Un giorno ci siamo svegliati di soprassalto perché ci è stato ricordato che siamo impastati di morte. Per loro morte e vita sono la collana delle bacche e delle ossa bucate. Si siedono in cerchio e neppure hanno un nome. Sono insieme.

 

Paolo Gera

 

1 Comment

  1. bellissimo questo resoconto, attendo di leggere le prossime “capanne”; ricordo bene che uno dei primissimi giochi da bambini è costruirsi una capanna, un luogo che ricrea il ventre materno, un luogo protetto, un luogo della felicità

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