FINESTRE. IL BRASILE CHE VEDO – Elisabetta Chiacchella: La finestra sui caju

caju e nuvole

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Stamattina, cercando il sole, camminavo sopra il prato e mi sono fermata sotto gli alberi del caju.  Ce ne sono due cresciuti in lontananza, rispetto alla veranda, ma non hanno mai dato frutti, e anzi fanno ombra alla pianta di acerola, infastidendola.
La loro sorte pertanto è segnata: andranno tagliati per far spazio ad alberi più promettenti. Il mio amico professore almeno a questo appare intenzionato.
Nel mio animo è salita la sensazione di trovarmi al cospetto di una maestà senza corona. Dissimulata, sotto un aspetto sparuto e dimesso. Ma io l’avevo riconosciuta, senza  fanfare che l’annunciassero.
Era quasi un assaggio della perdita prima che accadesse, del dolore non percepito dai più, che la fine dell’aura invariabilmente comporta.
Quindi contemplavo riflessiva i caju, come da un tempo elegiaco e silenzioso.
Fra l’altro in casa si percepiva l’avvicinarsi dell’arrivederci. La data della mia partenza si approssimava a grandi passi, anche se aspettavamo un ultimo ospite, un giornalista argentino d’origine italiana, di carattere lieve, che con il senno di poi avrebbe lasciato dietro di sé, in quella mia ultima settimana brasiliana, l’impronta indelebile della dolcezza del vivere e della novità, come un raggio dorato e sfolgorante: un soffio, prima del tramonto inatteso.
Io mentalmente mi preparavo al commiato, e mi crogiolavo in un delizioso tepore da Belle Époque. Ancora non sapevo quanto quel gusto di destino compiuto fosse perfettamente in linea con l’arrivo del prossimo marzo 2020, che chiudeva fatalmente un’epoca.
Nell’atelier della casa, tre donne stavano preparando dei vestiti su misura che sarebbero stati pronti poco prima del mio viaggio. Avevamo comprato delle stoffe e dopo aver scelto tra le fogge, la mia amica si era messa a creare i modelli di carta, sua figlia aveva preso a tagliarli e una sarta li aveva completati, cucendoli.
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dall’atelier della casa- vestito creazione di marisbela

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Passeggiando quindi, e cercando il sole, stamattina dentro di me contavo le persone e le cose verso cui mi spingeva la gratitudine del mio canto interiore.
Mia sorella Francesca, capace com’è di comprendermi, senza la quale mai avrei potuto godere della libertà di movimento dei miei presenti anni.
I professori dell’Università federale di Goiás (UFG) Anselmo Pessoa Neto e Maristela Novaes,  padroni di casa, carissimi al cuore, incontrati quando eravamo ragazzi e rimasti sempre amici, nella variazione dei tempi e della fortuna, fra Italia e Brasile.
I loro figli João Lorenço e Isabela, che mi hanno accettato a scatola chiusa senza farmi sentire intrusa, malgrado non appartenessi a loro, ma solo ai loro genitori.
Il piccolo opificio dal sapore di lento presente, ossia quanto di più simile a una quattrocentesca bottega fiorentina mi sia mai capitato di immaginare. Nell’aspetto libertario e umanistico, questa è di fatto la realtà incantata della chácara  tropicale Novaes Pessoa a Goiânia.

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vicino alla casa

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Ora, mentre cammino, è arrivato un uccellino dal petto giallo che si è posato su un ramo del caju. Mi ha rapito lo sguardo con la sua bella esistenza.
Mi ha costretto a vedere l’infruttuosa chioma, ancora stabile di foglie.
Di colpo, ho scordato la maestà provvisoria di quell’albero.
Grazie a quel volo posato, ciò che ho visto è semplicemente un caju, per come quell’albero riesce ad essere. Persistente, pieno, ancora in piedi, ospitale nel riparare il vivente.  

Elisabetta Chiacchella

4 Comments

  1. Ancora grazie Stefania. Un abbraccio a te, con il Brasile attualmente così provato nei nostri pensieri.

  2. Finalmente ho letto quest’ultima finestra dal Brasile, che come le altre mi ha fatto sognare un mondo diverso, più bello e umano

  3. Ci intendiamo, Luisa, io e te. Grazie dell’attenzione che dedichi allo sguardo su un Paese distante, diverso, bello, umano.

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