CRONACHE DAL PERÚ- Estefania Mejia Negrete: “El oro es el diablo ”

il fiume madre de dios

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PROVINCIA DI TAMBOPATA, MADRE DE DIOS — Poco o niente è cambiato dal tempo della colonizzazione. Il metallo che provocò lo sterminio dei popoli indigeni in America Latina, durante l’invasione spagnola, oggi continua a mietere migliaia di vittime. Per colpa dell’oro, gli spagnoli uccisero gli antenati dei peruviani; oggi i peruviani si uccidono tra consanguinei. Laddove la lussureggiante vegetazione esala il respiro che dà vita al mondo, l’Amazzonia diventa il teatro di una guerra apocalittica tra la vita e la morte. Tra i fiumi, le valli, la flora, la fauna, e il vuoto, il deserto, la roccia scavata, l’acqua avvelenata, il nulla. La foresta cede il passo a un paesaggio infernale, dove il sovrano, ben s’intende, è l’unico possibile e immaginabile: il diavolo.

Ma questo diavolo non ha un volto umano né quello di una belva feroce. Non ha la coda, né le corna, né il forcone. Bensì è una minuscola pietra che grazie al suo bagliore riuscì ad emergere dal buio dell’anonimato, quando il mondo le attribuì il potere di cambiare il proprio corso. Il potere di togliere valore alla vita umana. Una piccola pietra bramata da molti e che, come ogni diavolo che si rispetti, corrompe i cuori e compra le anime che diventano le sue fedeli servitrici.

Nel cuore della foresta amazzonica, le persone lo sanno e lo sussurrano: “el oro es el diablo”. E per trovarlo bisogna scavare. Non distavano così tanto dalla realtà, le leggende popolari che situavano l’inferno nelle viscere della terra. Nella famosa Pampa, tra i km 102 e 110 della carretera transocéanica, nella regione di Madre de Dios, non governano i militari, né i sindaci, né i giudici, né sua eccellenza illustrissima il Presidente della Repubblica. Il diavolo non ammette concorrenti.

Nel suo regno non c’è nessun colpevole che non sia allo stesso tempo una vittima. Anche se ben non si capisce se è la vittima ad essersi trasformata in carnefice, o se il carnefice è sempre stato una vittima. Stanno tutti scontando una pena, anche se non ne sono al corrente. Tutti violentano e tutti sono violentati. Tutti gli oppressori sono oppressi. L’uomo sfrutta la terra, l’uomo sfrutta l’uomo, l’uomo sfrutta la donna, l’oro sfrutta l’uomo. “La banalità del male”, scriveva Hannah Arendt. Nel circolo dello sfruttamento è difficile non provare pena e ribrezzo, allo stesso tempo. Il male agisce cinicamente, sottilmente, utilizzando delle pedine che lottano per la sopravvivenza e che si distruggono a vicenda. Che avanzano come automi verso il loro obiettivo ignorando la scia del sangue versato.

Nella Pampa, ettari ed ettari di suolo deforestato aumentano ogni giorno che passa, così come i cadaveri di ragazzi, adolescenti e bambine nascosti nel suo seno e che mai più potranno riabbracciare le loro famiglie. Nella piazzola di un paesino sperduto nelle vicinanze, incontro Elisa. Siede su una panchina facendo ciò che abitualmente si fa sulle panchine: aspetta. Elisa vive a Lima ma si trova lì in visita a dei parenti. Porta un cappellino con visiera per ripararsi dal sole cocente di mezzogiorno e mi racconta che sta aspettando suo fratello. Per Elisa, il fratello è un onesto lavoratore che si spezza la schiena per offrire il meglio alla propria famiglia. Grazie ai suoi sforzi, riesce a mandare a scuola i suoi bambini mentre la moglie può rimanere a casa a badare alle faccende domestiche.

Per poter lavorare deve andare lontano, in un posto desolato dove tutto è deserto, fango, e una profonda assenza. È in quel posto, però, che si trova l’oro, nella miniera di Huapetuhe; lo stesso oro di cui ha bisogno per far vivere la moglie come una signora e per offrire ai suoi figli la migliore istruzione; quella che lui non ha mai ricevuto. La cifra che guadagna in un giorno di lavoro non potrebbe accumularla neanche lavorando un mese nei campi, o come falegname, o operaio, o svolgendo un qualunque mestiere di questo genere. E perciò se ne va fin laggiù, in quella terra di nessuno, per tornare a casa solo nei weekend.

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deforestazione nella regione madre de dios

attività mineraria illegale a  madre de dios 

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Elisa racconta che nei pressi della miniera non esistono negozi. Non c’è niente da fare, nessun tipo di intrattenimento. Il fratello lavora venti ore al giorno senza mai fermarsi né lamentarsi. La sua vita è molto dura, ogni centimetro di pelle perennemente scottato dal sole, le mani nere e la schiena incurvata. Lo obbligano a lavorare quasi nudo, con solamente la biancheria intima addosso, affinché possa lavorare più agilmente e immergersi nella conca d’acqua sporca dove cerca l’oro. O affinché il suo istinto animalesco possa riaffiorare pian piano per prendere il sopravvento su mente e corpo, e assomigli sempre di più ad una bestia facile da ammaestrare e dominare. È implicito. Ma Elisa non sa, o non racconta, che alle volte anche lui ha diritto a un po’ di svago.

Dopo una lunga giornata lavorativa, la birra e le donne sono la sua miglior ricompensa. L’unica distrazione che si possa trovare nei paraggi. E perché mai lui dovrebbe privarsene? Alcune di quelle donne sono state strappate via alle loro famiglie, persuase con l’inganno e il tradimento, alcune devono essere drogate perché non scappino, altre non sono neanche donne perché non hanno ancora superato la pubertà. Ma il fratello di Elisa non ci pensa, e se ci pensa si ubriaca per smettere di farlo. Laggiù, chi non si adatta, muore. All’ultimo che ha provato ad alzare la testa, gli hanno fatto saltare le cervella.

Ma di chi è la colpa?  Del fratello di Elisa, che violenta e sfrutta le donne? Degli altri 59.999 minatori che come lui depredano la terra e sfruttano altre donne? Del padrone della miniera che sfrutta i minatori e che in passato è stato anche lui un piccolo e insignificante minatore, proprio come loro? Delle aziende che gli vendono i macchinari? Dello Stato che concede le concessioni ai padroni delle miniere e che permette alle aziende di vendergli i macchinari? Delle imprese di costruzione che hanno asfaltato le autostrade mortifere che collegano isole e collegano persone? Dei negozi che comprano e vendono oro? Delle borse che attribuiscono un prezzo all’oro, il prezzo della vita umana? Degli innamorati che si regalano gioielli? Delle coppie che si sposano e si scambiano anelli insanguinati, e che poi Dio benedice per lavare via la colpa?

Il male più spietato è assai banale, non si nutre di odio, ma di ignavia e agisce per mezzo di un sistema efficiente e organizzato. Gli ingranaggi siamo noi.

Estefania Mejia Negrete

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1 Comment

  1. Estefania!, l’ho visto, l’ho conosciuto quel mondo che ci racconti. Mi è sembrato di tornare lì. Venezuela, foresta incontaminata. Un geologo dice: lì ci sono diamanti, oppure: lì c’è oro. Veloce concessione dal governo di turno e su quella bolla vergine si abbattono scavatrici, macchine deforestanti, macchine che distruggono ogni humus della terra, vorticando fango dentro le catene che lo selezionano per cercare le pepite, le pietre. Un deserto di fango, gravemente seminato di mercurio (che serve a selezionare l’oro) e, ai margini, il villaggio di pannelli ondulati, tirato su in due e due quattro, magari con anche una chiesa, sì, l’ho vista, per far finta che tutto è normale. Uno spaccio di tutto il possibile e tanti ‘negozietti’ di vendita-rivendita d’oro, gioiellini, pepitine, pegni. Ragazze, per lo più bambine o appena adolescenti, sedute su panche lungo la via che attraversa il villaggio, vestite e truccate meglio che possono: la ‘carne’ giovane piace ai padroni delle ‘mine’, non raramente europei, spesso di mezz’età con pancetta, con l’aria di chi è lì per avventura, gran manate sulle spalle dei propri aiutanti fidati, tanto ci sono i vigilanti coi fucili, giorno e notte, a fare la parte dei cattivi. Le bimbe, se proprio non possono trovare da sistemarsi, però sanno di poter contare su un buon piatto per la cena ( ci sono anche i ‘ristoranti’!), qualche spicciolo, qualche regalo dalla vicina città. Dove non è troppo diversa la situazione. In piazza, tra i bar all’aperto, si muovono schiere di meravigliose creature che farebbero impallidire le dive sexi di Holliwood. Sapientemente a caccia di qualcuno che possa mantenerle, hanno un preciso codice: profferte d’amore alla telenovela, sguardi e atteggiamenti amorosi, caldi, ma sottomessi, insomma niente assolutamente a che vedere con modelli ‘emancipati’ o femministi. E gli omini danarosi abboccano. Magari ne potessero uscire puniti, in qualche modo! No. La miseria è troppo grande, l’alternativa è troppo dura, e se qualcuna osa prima o poi tirar fuori le unghie o togliersi la maschera, viene semplicemente buttata via e sostituita con un’altra che subito si è fatta avanti. L’impressione che ebbi, quando andai, fu di un’intera popolazione di giovani donne unicamente impegnate, come drogate, a trovare l’uomo coi soldi. In aereo con noi, al ritorno, c’era un gruppo di baldi giovani romani, tutti pazzamente innamorati di una propria bellissima che avevano dovuto lasciare, tutti in VERE lacrime: non potevamo capire, dicevano, ragazze così dolci, così capaci di donarsi totalmente, no, da noi non ce n’era, solo nei film, nei romanzi rosa, ma queste qui erano vere, erano sincere, loro l’avevano sentito. C’era chi progettava di lasciare lavoro o studi per tornare lì, a farsi adorare. In quel momento, te lo giuro, ero tutta con le ragazze venezuelane, ma poi, pensando, sono tornata in me: non è così che dobbiamo pretendere il nostro posto al mondo. Ma la via della liberazione è molto lunga! Una diversa faccia della medaglia: al villaggio, anzi, in una capanna dentro la mina del mio amico -sì, ero andata a trovare un mio amico!- ho conosciuto invece una giovanissima donna, la compagna dell’aiutante primo, appena tornata dalla città con la corriera e un fagottino che là aveva partorito. Non conosceva nessuna, parenti assenti e comunque lontanissimi, ed era distante dal villaggio. Se lo teneva tra le braccia, il fagottino, in modo maldestro, non per disamore, ma perché proprio non ne sapeva niente di come si faceva. Chiedeva a me – che mai ho avuto o allevato o visto da vicino allevare infanti – cosa doveva fare, quando dargli da mangiare, quando e come cambiarlo lavarlo… Dissi solo: be’, se piange, dagli il latte…Ma almeno seppi dirle che presto doveva lavare tutto nella capanna, dal pavimento alle pareti ai tegami ai piatti, perché c’era appena stata la disinfestazione delle superzanzare malariche ed eravamo letteralmente sommersi nel veleno. Gli uomini della mina, poi, che ci lavorano come bestie infinite ore, capita, mi diceva il mio amico – arrabbiatissimo – che d’improvviso mollino tutto, senza avvisare. E quasi sempre se ne vanno ad un’isola venezuelana che pare Las Vegas a ‘sputtanarsi’ tutti i soldi in margheritas e fuoristrada. Per poi ricominciare con un’altra mina, finiti i soldi. E morire prestissimo per qualche accidente. Quand’era qui, a casa sua, il mio amico era sempre allegro, disponibile agli altri, dolce. Là, spontaneamente razzista, a volte sembrava vergognarsi di come era diventato, ma non mollava più, contaminato dall’oro o dai diamanti. Là non l’ho mai visto sorridere.

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