MADRI CORAGGIO E FIGLI LIBELLULA- Paolo Gera: Riflessioni su “La voce sognante” di Lavinia Frati

egon schiele- portrait of herbert rainer 

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La peculiarità del poetare di Lavinia Frati, la sua elezione, la sua scelta, è quella di cogliere la realtà nel momento preciso in cui la sensazione sta per trasformarsi in idea. Nella raccolta “La voce sognante”, la seconda dopo l’esordio di “Anidramnios”, agisce con una precisione da orologiaio in quello spazio, in quella tregua, in quell’attimo sospeso: là “gli occhi sono lancette” ( Esecuzione del tempo, v.7, p.12) e possono cogliere la vibrazione di un paesaggio ( “ Eppure è incanto e perfezione/quel fiore intrappolato nell’asfalto,/è grazia e dedizione/la mano che lo sfiora come un lampo” (L’incanto, la perfezione, vv.8-11, p.14) o scegliere la dimensione temporale su cui proiettare lo stupore, il rapimento ( “il volto abituato alla speranza/svuotava negli occhi la tristezza/di un tempo che era già stato/e ora si presentava a reclamare/ un saluto per essere tornato/ un saluto per quando se ne andrà.” (Tasseomanzia, vv.7-12, p. 16). Ideali per questo accostamento al reale sono i luoghi di confine fra gli elementi: la battigia, l’orizzonte chi si scurisce, ma anche le stanze di una casa in cui l’allegria fa in fretta a tramutarsi in tristezza profonda. Allora si presenta un ulteriore elemento a non rendere freddo il procedimento di individuazione del poeta, ma a legarlo al dolore dell’esperienza biografica, di cui scriveremo in seguito, spero senza sfacciataggine, ma con il  pudore dovuto.
Andando a ricercare le radici profonde , qui pare di assistere alla riscoperta, attraverso un adeguamento al linguaggio contemporaneo, dell’idillio romantico, dove la descrizione del paesaggio vale per i cerchi concentrici di emozione che può suscitare nel poeta. Spesso le sensazioni provate sono, leopardianamente, quelle della sofferenza e del disincanto. La distinzione tra spettacolo e spettatore, oggetto e io, si assottiglia e alla fine svanisce, nel dilagare di un sentimento panico che invece di giungere ad esiti trionfalistici, ripiega  e si raccoglie in versi che sono piuttosto di matrice pascoliana e la vaga canzone di “Lavandare”, anche là lenzuola e rimpianto,  si precisa nell’esperienza personale: “Crescono le onda del lenzuolo/ come naufraghi di un corpo inospitale/s’alzano i gemiti d’amore,/ in un cielo di ginestra si colora/l’apprensione./”Dammi notizie quando arriverai”/ma il viaggio dura ancora/ e sono anni che non ti fai sentire. ( Il naufrago, vv.1-8, p. 40). La res cogitans rimane vigile, a custodire un equilibrio difficile eppure risolto, a lasciare che le emozioni non abbiano campo libero, ma assumano un rilievo e uno spessore fenomenico. Dunque semmai Montale, Caproni, ovviamente Merini e per come l’immagine si affacci a volte in uno sfolgorio di luce, anche Saba e Penna: “non è la bocca, il colore dei capelli/ o il taglio degli occhi che ti distingue/te, tra mille altri corpi similari/ma è l’avanzare allegro nella vita,/ la risata che sbuca all’improvviso/ e rende la materia evanescente/opacità in cui si rivelano le cose.” ( Anima in travaglio, vv.5-12, p.28).
Così procede la poesia di Lavinia Frati, per opposita, tra entusiasmi e mancanze. E lo stile non può che essere lo specchio di esperienze laceranti, che pure piovono un amore sicuro e assoluto. “La voce sognante”, a livello strutturale, non è semplice e casuale raccolta di poesie: non è il passeggiare rapido e svagato di un’adolescente, ma ha l’andamento fiero e la struttura piena e matura di una donna gravida, che ha in sé il mistero del dono e della perdita.
Il primo testo della raccolta ha toni elegiaci, contiene riflessioni sulla precarietà della vita e sulla sua breve meraviglia: mi riporta ad uno degli autori da me più amati Omar Khayyam e alle sue “Rubaiyat”: “Forse il vivere è uno stato di grazia,/ da cui ci si desta solo per morire (…)/una strada il cui fondale muta/come mutano le nuvole di pioggia.” (Ipotesi, vv.1-2 e 9-10, p. 11)
La poesia con cui si chiude idealmente la prima sezione e che si offre come raccordo alla seconda parte, è ancora un componimento sulla nostra fragile nudità e sulla morte, la morte dell’uomo amato, su cui Lavinia Frati aveva costruito nel corso dell’opera un leitmotiv di presenza confortante e di improvvisa assenza. Eppure il corpo gonfio per la malattia ha fatto sorgere in me il dubbio che, in una polarità assoluta, potesse essere descritto il corpo pregno di una donna. Ma i versi finali sciolgono ogni incertezza interpretativa e mi ricordano che la vita è anche dono di un ospite maschile, a volte, o per contingenza o per destino, andato via troppo presto: 

 

“Oltre quel punto non so più tornare”
Dicevi, mentre il corpo si gonfiava,
le notti insonni passate  passate a ricordare
mentre di giorno scomparivi dalle labbra

Quale angolo di vento sarai ora,
quale rima di poesia…
È dal volto di tuo figlio che sorridi,
nello sguardo che mi lancia di sfuggita
mi ritrovi.

(Se solo…, vv.13-20, p.  43)

 

Dicevo di ponte verso la seconda e finale sezione, ma potrei dire, a questo punto, di abbraccio, di saluto, di consegna. Dopo la morte del padre iniziano  componimenti in cui si dipana la visione ora accostata, ora più lontana e stupita della vita del figlio. E il figlio è “il solitario autistico”, come se la distanza incolmabile del padre, si fosse trasferita in quella relativa del bambino e del ragazzo che vive in un mondo a parte.  Non ci sono ripari, finzioni, paraventi, ma una totale, lucida, deflagrante sincerità e ancora come all’inizio questo tentativo di cogliere insieme l’emozione e l’idea. Il passo è cadenzato in una descrizione attenta anche nella trasfigurazione, perché è nella precisione descrittiva della diversità che si può pretendere la rivendicazione e attuare un nuovo piano esistenziale.

 

Ho un figlio autistico
con ali di libellula
gambe lunghissime
che danzano la terra
(Ali di libellula, vv.1-4, p.45)

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egon schiele-madre e bambino

 

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A volte la riflessione sullo stato di diversità si apre a una prospettiva mitica, in una terra originaria in cui senza travestimenti gli assassini cercano le vittime e il più debole viene immediatamente individuato come capro espiatorio.

 

Gli sguardi che feriscono i diversi
hanno corna, artigli, brama di vendetta 
d’un tempo antico
in cui le fiere sbranavano gli agnelli.
(Gli sguardi che feriscono i diversi, vv.1-4, p.47)

 

Così si alterna un punto di vista in cui l’alterità filiale si offre a un tentativo di comprensione, anche immaginifico, anche generatore di mondi paralleli non conoscibili, ma costellati di isole che si presumono libere e felici, e un altro, in cui si manifesta ancora la necessità materna della protezione. La conclusione sceglie quest’ultima strada, con momenti che ricordano  il “Compianto” di Jacopone da Todi. Se in una poesia precedente ci si rivolgeva direttamente al figlio con il pronome possessivo ( “mio sole, mia ombra”, p.51), nel componimento conclusivo questo è ricondotto alla madre universale, in uno slancio di devozione, che al di là di una questione di fede, mi commuove perché mi ricorda semplicemente che tutti, donne e uomini, alla fine, non siamo altro che incessanti richieste di aiuto.

 

Mia Madonna di bellezza
con la carne che sfracella
e il dolore dentro il petto
hai cresciuto in te il mondo,
così bianco e trasparente,
quasi un atomo di grazia
che ogni giorno, in ogni istante,
sarà ucciso e poi deriso
dalle belve inferocite
per la troppa soavità.

Mia Signora, resta al fianco
di chi ha perso la speranza
e negli occhi ha rattrappito
il trionfo della vita.

Svuota il cuore di tristezza,
come fosse un borsellino,
te lo chiedo come madre
che ha una furia nella testa
e un nodo nella gola,
per le anime lucenti
dei bambini differenti.
(Preghiera, p.62)

Paolo Gera

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RPlibri

Lavinia Frati, La voce sognante– Rplibri 2020

 

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