L’OLTRANZA DELL’ESTASI- Lucia Guidorizzi: Note di lettura critica a proposito di “Voglio vedere dio in faccia”di Gianni De Martino

gianni de martino- disegno dell’autore

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“La letteratura è sempre stata magica e nera, fin dall’Antichità.” 

Gianni De Martino

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Ci furono momenti, nel secolo e nel millennio trascorsi, d’irripetibile grazia e bellezza, in cui la vita fluiva in tutto il suo splendore e stupore.
Ciò avvenne ad opera di giovani ricercatori sensibili e riflessivi, appassionati dell’invisibile che non aspiravano ad altro che non fosse sperimentare le infinite possibilità dell’Avventura, poiché la loro ricerca non era tesa a riconoscimenti accademici ed ufficiali, ma spinta dall’ardente pazienza di “possedere la verità in un’anima ed in un corpo”.
Nati all’ombra dello sterminio degli Ebrei in Europa, della bomba di Hiroshima e della fine della Seconda Guerra Mondiale, questi esploratori ad oltranza, “una generazione sospettata– scrive De Martino- di godere di più e meglio, e quindi accusata di aver fatto troppo, sempre troppo”, sperimentarono gli stati multipli dell’essere; vissero gli ultimi fuochi dell’esistenzialismo e lessero, dopo Gide, Sartre e Camus, i libri di Nietzsche e “Realtà dell’anima” di Carl Gustav Jung, studiarono il Libro Tibetano dei Morti, consultarono l’IChing e viaggiarono in paesi lontani seguendo l’appello dei poeti della beat generation, gruppo di giovani scrittori che si raccolse a San Francisco negli anni Cinquanta del XX secolo intorno a figure come Jack Kerouac e Allen Ginsberg e scoprirono la saggezza antica delle discipline dell’Oriente, operando uno strenuo e coraggioso lavoro su di sé, senza esitare a confrontarsi con tensioni forti e a “gettare il proprio corpo nella lotta”. Ascoltare le voci dell’invisibile aprì scenari e possibilità inaudite di conoscenza e di accomunamento tra giovani viaggiatori di tutte le nazioni, o forse di nessuna, in tende tribali e sacchi a pelo invece delle bandiere.
Furono cancellati i confini tradizionali dell’identità sessuale binaria maschio-femmina per scoprire l’essenza perfetta dell’Androgino Primordiale, emblematizzato nella figura di Ardhanarishvara e del Two Spirit  – espressione usata da alcuni nativi americani per descrivere le persone particolarmente dotate di spiritualità presenti all’interno delle loro comunità, oltrepassando così ogni ruolo istituzionale. Tutto questo costituì un’esperienza ed una testimonianza senza precedenti che spinse questi ricercatori molto lontano, in Messico, in Asia, nel Nord Africa, in luoghi dove ancora era possibile vivere la dimensione  più profonda del Viaggio negli spazi dell’Interzona, come tra visioni lisergiche e lucida strategia culturale li definiva William Burroughs, e nelle zone temporaneamente autonome o TAZ, descritte dal poeta anarco-situazionista e scrittore statunitense Peter Lamborn Wilson, più noto con lo pseudonimo di Hakim Bey.
Il libro di Gianni De Martino Voglio vedere dio in faccia, a cura di Tobia D’Onofrio per Agenzia X, raccoglie interviste ed articoli che fissano questi momenti di sommovimento psichedelico e visionario a cavallo degli anni Sessanta e Settanta in cui in Italia e nel mondo stavano avvenendo profondi mutamenti che diedero luogo a quel fenomeno complesso e controverso di cultura underground che venne definito “controcultura”.
In realtà si trattava di un fenomeno profondamente eversivo dal punto di vista dell’immaginario, in grado di traghettare verso dimensioni totalmente altre. Speleologi del profondo il cui capostipite fu Arthur Rimbaud seguito poi da Aldous Huxley, Henri Michaux, René Daumal ed in seguito da Alan Watts, Ronald Laing, Timothy Leary, Richard Alpert (psicologo statunitense meglio conosciuto come Ram Dass), Georges Lapassade (il “professore della transe”, di cui De Martino è stato tra i principali collaboratori) , Albert Hofmann, Michel Foucault, avevano aperto varchi nella coscienza e sentieri che portarono molto lontano, in territori “ai limiti della percezione”. Scrive Gianni De Martino “Entrammo nel bosco della ricerca interiore, desiderosi di scoprire le moschee, il buddhismo, i deserti, un pianeta fresco e il potere della compassione.”
Maestri e guide di questo inner space furono i mèntori immaginali, cioè degli autentici maestri cui è stato assegnato nella modernità il compito della trasmutazione alchemica del mondo e della sua guarigione mediante l’immaginazione creatrice, come, tra gli altri, i Lama tantrici esuli dal Tibet come Geshe Rabten Rimpoce, Lama Yeshe e Chögyam Trungpa (erede e maestro di meditazione dei lignaggi di Milarepa e Padmasambhava), i sadhu incontrati in India e in Nepal, gli sciamani di varie culture del viaggio spirituale e della visione, i maestri del sufismo o tasāwwuf (la dimensione mistica dell’islam) ed Henry Corbin, orientalista poliedrico che insieme alla filosofia di ‘Ibn Arabi faceva riferimento ai viandanti dell’invisibile e al Paese del Non-Dove aperto a uno spazio di non-morte. Il potere dell’immaginazione creatrice, potenziato grazie all’uso sacramentale di sostanze psichedeliche riportava in scena i pluriversi già investigati da Giordano Bruno e che gli erano costati il rogo. Essere in contatto con le arcaiche culture della visione condusse ad una conoscenza nuova, a riscoprire che l’Io era un Altro, come aveva profetizzato Arthur Rimbaud.
Scrivere per tracciare un significato nel caos del mondo, lo sperimentare la cultura dell’estasi e della gioia, permise di scoprire la profonda interazione tra mente e corpo come sosteneva lo psicoanalista Elvio Fachinelli che dedicò la sua ricerca ad indagare intorno a queste potenzialità estatiche, trascurate e dimenticate dalla cultura occidentale. Essere in contatto con le energie inesplorate di paesi inauditi fu la posta in gioco che indusse questi accaniti ricercatori ad abbandonare l’Europa, dove l’autenticità di queste esperienze cominciava ad impaludarsi in derive politiche ed ideologiche che nulla avevano a che fare con la loro sete ardente di avventura.
Tante sono le suggestioni e gli spunti presenti in questo libro. Nell’articolo “La scrittura di Dracula”(pagg. 193-206) sono formulate interessantissime considerazioni sul potere e sul significato della scrittura. Gianni De Martino sostiene che “conservare uno strano equilibrio nell’assedio” è il lavoro funambolico operato da chi scrive. L’Autore considera che la vocazione alla parola presupponga l’afasia (non dimentichiamo che maestri del linguaggio quali Baudelaire, Nietzsche e Pound negli ultimi anni della loro vita approdarono al silenzio) e che “la scrittura è un lavoro immenso svolto ai bordi della tomba”. La scrittura infatti fin dall’antichità è stata una sorta di operazione necromantica che risveglia le voci dei morti che portiamo dentro di noi. Più avanti l’autore scrive: ”La vocazione alla scrittura presuppone l’esperienza intima e divina della mancanza, di un’assenza, implica un’assidua frequentazione con l’abisso.” La scrittura si configura così come una sorta di ars moriendi che costringe ad affrontare i propri fantasmi interiori. Gianni De Martino afferma che “scrivere è il mestiere più solitario che esista (…) Condividere con spettri, demoni e fantasmi le notti bianche e la sete di vita, di vera vita. Esiste forse una migliore compagnia?”

E se scrivere permette di spingersi in territori lontani, Gianni De Martino racconta bene altre zone di frontiera come la transe e l’estasi, due esperienze percepibili attraverso l’organo visionario dell’ anima, che l’Avesta chiama Daena: “luce che fa vedere e luce che è vista, visione qui sulla Terra del mondo celeste, quindi la fede in una appartenenza alla Terra dei Viventi che abbiamo smarrito”.
Sempre lucido nel raccontare l’Invisibile e l’Imponderabile, cronista e testimone dall’umorismo sottile e capace contemporaneamente di coinvolgimento e di distacco, Gianni De Martino ha saputo cogliere il fenomeno della controcultura nella sua essenza più autentica, offrendo con questo libro una testimonianza che fa luce su un periodo importantissimo quanto obliato e oscurato dalla storia ufficiale.

Lucia Guidorizzi

 

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Gianni De Martino, definito da Fernanda Pivano “nato apposta per scrivere”, da Giuseppe Pontiggia “uno dei pochi narratori veri” e da Corrado Augias “giocoliere della lingua, della parola”, è giornalista, scrittore e critico letterario. Cofondatore di “Mondo Beat”, ha diretto “Mandala. Quaderni d’Oriente ed Occidente” e collaborato con diversi giornali e riviste, tra cui “Il Mattino”, “Lotta continua”, “il Manifesto”, “Rolling Stones”, “Pianeta fresco”, “Alfabeta” “L’erba voglio”, “Re nudo”… Dopo aver viaggiato per alcuni anni tra il Marocco e l’India, ha pubblicato “Marocco e Nordafrica. Una guida diversa per viaggiare differente” (Arcana Editrice, Roma, 1975) e curato i racconti di Paul Bowles & Mohamed M’Rabet, “M’ashish. Cento cammelli nel cortile”, (Arcana Editrice, Roma, 1975), La cultura dell’harem. Erotismo e sessualità nel Magreb di Malek Chebel (Leonardo 1992, Bollati Boringhieri 2000). Ha pubblicato in seguito i saggi Odori (Urra-Apogeo 1997, 2006), I Capelloni (in collaborazione con Marco Grispigni, Castelvecchi 1997) ; Arabi e noi (in collaborazione con Vincenzo Patanè, DeriveApprodi, 2002), Viaggi e profumi (in collaborazione con Luigi Cristiano, Apogeo, 2007) e Capelloni & Ninfette (Costa & Nolan, 2008). Ha esordito nella narrativa con “Hotel Oasis” (Arnoldo Mondadori Editore, 1988; Zoe, 2001), tradotto in francese con una Prefazione di Alberto Moravia per Editions Biliki, Bruxelles, 2008. È autore, tra l’altro, di “Adiòs muchachos”, in: Belpoliti, Bergamini, Bifo, Binaghi, De Martino, Giorgini, Ramina, Valcarenghi, ‘L’altro mondo. I giovani e l’utopia dopo il ’68‘( Edizioni dell’Apocalisse, Milano, 1980); “L’ultima lettera di Vlad il Vampiro“, (edizioni di Barbablù, Siena, 1993); “La casa dell’amico”, con “Ipotesi per un soggetto” di Mario Spinella”, (coll. “Clessidra”, diretta da Umberto Eco, A. Guida Editori, Napoli, 1991); L’ uomo che Gesù amava, (Editore Croce, Roma, 2004); “I profumi della notte ghnaua”, in: Elémire Zolla, ‘Il Dio dell’ebrezza. Antologia dei nuovi dionisiaci’, (Einaudi, Torino, 1998); “Vita privata fra Haram e Halal”, in Rosamaria Vitale, ‘L’amore altrove’, (Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano 2004); “I beat e l’Oriente”, in AA.VV. , ‘1965-1985 venti anni di Controcultura’, (Gallino editore, Milano, 2016); “La taverna delle piccole streghe” in AA.VV. ‘I Figli dello stupore. Antologia di poesia underground italiana’, a cura di Alessandro Manca, (Sirio Film, Trento 2018); Voglio vedere Dio in faccia. FramMenti dalla prima controcultura, a cura di Tobia D’Onofrio, (Agenzia X, Milano, 2019). Ha curato numerosi libri, tra cui il Saggio sulla transe di Georges Lapassade (Feltrinelli, 1980; Apogeo, 1997, con il titolo “Dallo sciamano al raver. Saggio sulla transe“, 1997, 2008 ); “Sabba negro“, di Georges Lapassade, Moizzi Editore, Milano, 1980; i libri di Lama Yeshe “Il suono del silenzio” ( Chiara Luce edizioni, Pomaia, 1985) e “Buddhismo in Occidente” (Chiara Luce edizioni, Pomaia, 1990); “Il mio Aids“, di Jean Paul Aron, Tullio Pironti editore , Napoli, 1991; “La cultura dell’harem” di Malek Chebel (Bollati Boringhieri, 2000); “L’interprete delle passioni” di Ibn ‘Arabi (in collaborazione con Roberto Rossi Testi, Apogeo, 2008). 

 

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Gianni De Martino,  Voglio vedere dio in faccia. Frammenti della prima controcultura- Agenzia X -2019

a cura di Tobia D’Onofrio

 

 

 

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