11 COSE SVAGATE …SUL FILO DELL’AGO- Adriana Ferrarini

aghi ritrovati nella caverna denisova, sui monti altaj in siberia

 

Proseguo l’excursus che mi ha portato nello studio dello scultore Willard Wigan e quindi davanti all’Hari-Kuyō, la Festa giapponese degli Agli Spezzati, con 11 voci sulla storia, l’etimologia, la manifattura e, oserei dire, la filosofia dell’Ago. Credo ci sia un filo che le lega, ma anche se fossero singole voci, senza cucitura, spero che chi le legga possa lasciarsi ispirare da loro e guardare con maggiore curiosità questo piccolo oggetto affilato che unisce e guarisce – vedi l’agopuntura cinese e le nostre siringhe. Il mondo è pieno di storie, ogni cosa, ogni suono, ogni odore ne racconta una, e gli aghi, cucendo da millenni ferite e tessuti, in fatto di storie la sanno lunga. 

Comincio dagli Arabi:

1- Aghi arabi. L’algebra, l’alchimia, la numerazione, detta per l’appunto araba, il carciofo, le melanzane, gli spinaci, l’astrolabio, l’almanacco: oltre a tutto questo, e a molto altro, gli europei devono agli arabi anche la manifattura degli aghi in acciaio, lavorazione lunga e complessa.  

2- Aghi e guglie. Ago, guglia, gugliata (di filo), ma anche acanto, acre, aceto, hanno la stessa origine etimologica: indicano qualcosa che punge. Le guglie del Duomo di Milano pungono il cielo. Se nel corpo di una guglia si aprono finestre, gugliate di cielo vi si infilano attraverso e così le guglie cuciono sogni.

3- Aghi filosofici. Secondo il filosofo e mistico persiano Abū Ḥāmid Muḥammad Ibn Muḥammad Aṭ-ṭūsī al-Ghazālī, che visse al tempo della prima crociata ed è autore di un’opera dal titolo suggestivo come “Alchimia della felicità”, gli aghi sono un esempio di cooperazione umana, dal momento che un ago “passa attraverso le mani di un artigiano almeno 25 volte ogni volta andando incontro a una diversa lavorazione”(dall’Iḥyā′ ‘Ulūm al-Dīn, La Rinascita della Conoscenza Religiosa). 

Settecento anni dopo Adam Smith, l’economista scozzese ritenuto il padre dell’Economia, raccontò di aver visitato una fabbrica di spilli con 10 operai che, compiendo operazioni diverse, producevano 48.000 spilli al giorno: se, al contrario, ogni operaio avesse compiuto tutte le fasi del processo, la produzione si sarebbe ridotta a 100/200 spilli al giorno.

4- Aghi in bobina. In effetti, nella lavorazione industriale, il sottile filo d’acciaio di una grossa bobina deve essere: 1. raddrizzato, 2. tagliato in sezioni che corrispondono a due aghi, 3. di nuovo raddrizzato a caldo; 4. i pezzi ottenuti vanno affilati, 5. modellati, 6. bucati, 7. tagliati a metà, 8. limati, perché raggiungano la dimensione e la forma finale, 10. portati ad alte temperature, 8. cosparsi d’olio e di polvere detergente, 9. chiusi in un telo di plastica cucito, a sua volta avvolto in altri numerosi strati; 10. il pacco va infilato in una macchina rotatoria, 11. lasciato nella macchina a ruotare per due giorni in modo che gli aghi diventino lisci; 12. gli aghi vengono quindi gettati in una macchina che rimuove le impurità, 12. cromati, 13. disposti tutti in una unica direzione, 14. controllati manualmente. 

5- Aghi inglesi. La Spagna fu il primo paese europeo a fare aghi d’acciaio. Gli arabi fuggiti dalla Spagna per evitare la conversione forzata portarono in Inghilterra questa loro abilità. Nella Londra di Enrico VIII (1509-1547), l’unico fabbricante di aghi d’acciaio era appunto un immigrato spagnolo. Oggi diremmo un rifugiato, un chiedente asilo. Quindi, dietro le quinte degli iperbolici vestiti di scena di Elisabetta I, forse c’era qualcuno che recitava il Corano. 

6- Aghi marxisti. Redditch è una quieta cittadina inglese, ormai quasi sobborgo di Birmingham, ma nel 1800 irradiava aghi in tutto il mondo.  Il 90% delle numerose sartine che si sfinivano a cucire e ricamare e rifinire di pizzi le sontuose crinoline delle gran dame e le redingote severe dei loro superbi mariti, usavano aghi prodotti qui. La famosa sartina di Marx, la crestaia Mary Anne Walkley, che per finire in tempo il prezioso vestito di gala della principessa di Galles morì di sfinimento dopo ventisei ore di lavoro in uno scantinato sovraffollato, sicuramente con le sue dita fini e callose in punta avrà infilato e cucito con aghi di Redditch. (Marx, Il Capitale, libro I, Roma, 1989, pp. 289-290).
A Redditch oggi si trova il Museo nazionale dell’Ago.

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7- Aghi malati, ovverossia la malattia degli affilatori di aghi. Si chiama Pointer’s Rot. L’affinamento della punta veniva realizzato a mano ed era il lavoro meglio pagato, ma anche il più pericoloso, dal momento che piccole schegge di metallo potevano accecare l’operaio e, non solo, le mole, su cui si affinavano le punte, potevano rompersi tra le mani e cadere sui piedi di chi le usava. Ma c’era un pericolo ancora più insidioso, perché invisibile: la polvere mista di metallo e pietra della mola che veniva inalata causava  malattie polmonari simili alla silicosi. 

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particolare da un vestito datato 1858, conservato al V&A Museum.
In seta marezzata, foderato in seta, organza e cotone è rifinito con ciniglia, osso di balena e metallo fuso, ottone e nastro di seta.

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8- Aghi ponteficali. L’orto degli Aghi ad Assisi. Ad Assisi, che allora era parte dello Stato Pontificio, sorse agli inizi del XIX secolo una Fabbrica degli Aghi e degli Spilli che impiegava maestranze sia maschili che femminili per i quali il regolamento prevedeva  orari e spazi diversificati, in modo che non vi fosse commistione tra i due sessi. Per essere assunti bisognava presentare un Certificato di Moralità, una sorta di lettera di referenze attestante l’integrità e la buona condotta di vita del futuro lavoratore della fabbrica. Ovviamente la lettera era redatta dal parroco del proprio paese: chi meglio di lui, in uno stato teocratico come lo Stato della Chiesa, poteva fornire referenze a chi era in cerca di lavoro?

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9- Aghi poetici. Il rapsòdo è il cantore professionista che nell’antico mondo greco recita e canta a memoria poesie epiche di Omero e di altri autori, ma anche poesie liricheelegiache e giambiche. Il termine inizia ad apparire nella letteratura greca nel V secolo a.C. e da un passo di Pindaro (Nemea, 2.1) se ne ricava l’etimologia, collegabile al lemma ῥαφί[δ]ς, (“ago”), da cui viene il verbo verbo ῥάπτειν (“cucire”), per cui il rapsodo sarebbe il “cucitore di canti”. Imparai questa cosa al liceo. Non l’ho più dimenticata.

10- Aghi siberiani. Nel 2018 sono stati trovati lungo il fiume Inya River nella Siberia Sudoccidentale degli aghi da cucire che risalgono a 20.000 anni or sono, molti dei quali usati non per confezionare insieme pelli, bensì per ricamarle, cioè a fini estetici. Quindi, già prima della rivoluzione neolitica che trasforma gli umani da cacciatori/raccoglitori in agricoltori/allevatori, segnando un abisso sempre più profondo tra homo “sapiens” e animali (=esseri inferiori da dominare e costringere al proprio servizio), gli umani  utilizzavano l’abbigliamento per comunicare la propria identità sociale, esibire il proprio legame a un clan, e anche per il piacere di realizzare e poi indossare precisi ed elaborati disegni.

Sembra che gli umani abbiano fatto uso di aghi con la cruna qualcosa come 45.00 anni or sono in zone come la Siberia e la Cina, mentre in Europa circa 26.00 anni fa. 

11-  Aghi (per) unire. Si racconta che il grande mistico e poeta egiziano,  Ibn al-Fāriḍ,  autore tra l’altro dell’“Ode al vino”, abbia rifiutato un prezioso paio di forbici tempestate di diamanti al re che giene voleva far dono, chiedendogli invece un semplice ago. 

 ‘Le forbici tagliano e separano – avrebbe detto –  io non voglio servirmene. Un ago, al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere». Così si legge in Jean Vernette, Parabole d’Oriente e d’Occidente. 

Adriana Ferrarini

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RIFERIMENTI IN RETE

Sugli aghi siberiani:

https://www.sapiens.org/archaeology/fashion-history-sewing-needles/

Sulla Fabbrica degli Aghi e degli Spilli ad Assisi:

https://www.aboutumbriamagazine.it/2017/09/14/la-fabbrica-degli-aghi/

Sulla malattia degli affilatori:

https://www.pharmaceutical-journal.com/news-and-analysis/opinion/blogs/pointers-rot-one-of-the-oldest-known-occupational-diseases/20067297.blog

Sul Museo dell’Ago di Redditch:

https://www.forgemill.org.uk/web/

 

 

 

 

 

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