INTERVISTA – Paolo Polvani: Tradurre Rilke. Alcune domande a Raffaela Fazio su “Silenzio e tempesta”

r.m.rilke

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In piena esplorazione adolescenziale del pianeta poesia, in una traduzione dai versi di Rimbaud, m’imbattei nella parola eliotropi, usata dal traduttore invece della più comune girasoli.
Quale criterio aveva suggerito quella scelta? Obbedienza alla fedeltà lessicale? Corrispondenza sonora con la parola francese? Dubbio di natura scientifica?
L’uso di quella parola desueta e polverosa avrà scoraggiato altri adolescenti a caccia di poesia?
Se avesse scelto girasoli avrei amato di più, e prima, Rimbaud? Mi chiedo se su quella alternativa abbia riflettuto chi ha tradotto, se si sia immedesimato nel lettore giovane.
La responsabilità che grava su ogni traduttore è questa, facilitare l’accesso al mondo di un poeta, stendere un bel tappeto rosso perché possiamo entrare nei versi dalla porta principale.
Una poesia di Pasolini in Teorema dice: I primi che si amano / sono i poeti e i pittori della generazione precedente / o dell’inizio del secolo, prendono nel nostro animo il posto dei padri.
Rilke rientra nei passaggi obbligati per quanti hanno avuto e hanno fame di poesia, certamente ha incarnato il ruolo di padre per tanti che l’hanno amato.
Chi non si è sentito destinatario dei consigli illuminanti, perentori, definitivi, contenuti nelle lettere a un giovane poeta? Chi non sì è commosso viaggiando nelle elegie duinesi?
Raffaela Fazio ci offre un’occasione importante per amare, o per tornare ad amare, la poesia di Rilke, con una scelta di testi raggruppati sotto il titolo “Silenzio e tempesta”, edizioni Saya 2019.
Ce ne restituisce il dettato piano, carico di suggestioni, in un riverbero di attualità, nella luce della contemporaneità, lo rivitalizza senza tradire il tempo in cui è vissuto.

1) Quando hai incontrato la poesia di Rilke? Cosa rappresenta per te?

Ho conosciuto la poesia di Rilke nell’adolescenza e non l’ho più lasciata. Ogni volta (e lo dico col rischio di sembrare banale) si tratta di un incontro che avviene in maniera nuova, perché Rilke ha la rara capacità di rivelarsi sia familiare che sfuggente, di illuminare e, al tempo stesso, di disorientare. È il poeta dell’ambivalenza. Più di altri, sa attingere alla parola per restituirne sia la forza astratta, sia la carica sensuale. Egli riesce a conciliare magistralmente gli opposti: profondità di sguardo e leggerezza di immagini, attenzione costante all’interiorità e ricorso irrinunciabile ai sensi, densità e visionarietà, sobrietà e fervore. E tutto questo accade in una lingua raffinata, estremamente musicale. Il tedesco, lingua per eccellenza della filosofia, diventa con Rilke veicolo, più che del concetto chiarificatore, dell’intuizione scardinante, anche quando cristallina. La sua scrittura è intelligenza estetica. Il suo pensiero ha una forza immediata, che non rinuncia però alla suggestione dell’indicibile e dell’inafferrabile, e che apre squarci improvvisi: mai facilmente consolatori, sebbene pieni di luce.
L’attualità della sua poesia dipende da tutto questo, e dal fatto che Rilke era uno spirito aperto, sensibile alla contraddittorietà della vita e alla sua dolorosa fragilità, ma sapeva amarla nella sua interezza, convinto dell’importanza dell’attesa e del lavoro interiore.

2) Quando sì è manifestato in te il desiderio di tradurre Rilke?

In realtà, questa “avventura traduttoria” non è nata da un mio desiderio spontaneo, ma da una richiesta esterna, alla quale all’inizio ho opposto resistenza. Nell’ottobre del 2018, Sonia Caporossi, come direttrice di una nuova collana di classici italiani e stranieri che stava nascendo (“La costante di Fidia” per Marco Saya Edizioni), conoscendo il mio lavoro e le lingue da cui traduco, mi ha chiesto se mi
andasse di tradurre un poeta di mia scelta. La mia prima reazione è stata: non ci penso neppure. Ho sempre amato la poesia, nutrendo la convinzione che è intraducibile, convinzione che, in un certo senso, ho tuttora (ho letto in lingua originale fin dalle superiori e non mi sono mai troppo preoccupata delle varie traduzioni). Non volevo dunque iniziare un’impresa destinata ad avere un esito comunque imperfetto e un percorso potenzialmente frustrante. Poi, pian piano, la mia prospettiva è cambiata. Un
po’ per amicizia, un po’ perché in fondo sentivo che si trattava di una sfida arrivata al momento giusto.
Ho iniziato a prendere in mano le traduzioni di Rilke e ad analizzarle attentamente. Ho visto che c’era spazio per proporre qualcosa di diverso. Non ho più pensato in termini di “perfezione”, ma di possibilità di aprire uno scorcio inedito su una poesia straconosciuta. E ho cominciato, a piccoli passi, operando, a un certo punto, perfino un cambiamento di rotta. È stato un esercizio al quale mi sono davvero appassionata. D’altronde, ora che ci ho preso gusto, non intendo smettere…

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r.m.rilke 

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3) Tradurre è anche tradire. Quanto hai tradito nella traduzione? E in base a quale scelta?

Certo, tradurre è anche (un po’) tradire. Infatti, quando si parla di traduzione, c’è un termine che salta sempre fuori: “fedeltà”. Il concetto non è così scontato come può sembrare, perché, essendo la traduzione una riscrittura, la fedeltà non è mai assoluta: si tratta piuttosto di scegliere a cosa rimanere più fedeli. Per spiegare a cosa io mi sia sforzata di rimanere più fedele, mi riallaccio al discorso di prima e aggiungo che, nell’esaminare le traduzioni disponibili in commercio, ho notato che, dopo
Giaime Pintor (che rende il tedesco di Rilke in una forma italiana musicale ed esteticamente godibilissima, prendendosi però diverse libertà a livello lessicale), le versioni proposte non hanno quasi mai tentato di restituire la rima dell’originale. All’inizio, neppure io l’ho fatto. Poi è avvenuto il cambiamento di rotta sopra accennato: ho cercato di far corrispondere alla rima non necessariamente la rima (operazione che risulterebbe forzata), ma un’assonanza/consonanza tale da suggerire la musicalità di partenza. Oltre a questa restituzione della musicalità, ho ritenuto essenziali altri tre elementi a cui attenermi: la rievocazione delle stesse immagini; la resa concettuale che non tradisca il senso e l’intento dell’autore (evitando invenzioni o sconti o innesti che modifichino il significato); il rispetto, per quanto possibile, del lessico originale. Le libertà che mi sono permessa (e che a mio parere non sono veri tradimenti) si situano a livello sintattico: spostamento di parole o di sintagmi; resa implicita di similitudini esplicite, e ellissi (per alleggerire il testo ed evitare traduzioni prosaiche) o, al contrario, ridondanza (a fini metrici e di ritmo); uso di metonimie; sostantivazione; resa di verbi o aggettivi come predicati nominali; passaggio dalla forma attiva alla forma passiva del verbo e viceversa; dal polisindeto all’asindeto; da frasi paratattiche a frasi ipotattiche; traduzione dell’ambivalenza/ polisemia di un termine con l’impiego di due; accorpamento di due sinonimi (soprattutto se usati in un’allitterazione non riproducibile) in un’unica parola, ecc.

4) Tradurre ed essere poeti comporta vantaggi e/o svantaggi? Quali?

A mio parere (ma il mio parere per sua natura non è oggettivo), comporta vantaggi. La mia formazione è prevalentemente linguistica e, da vent’anni, faccio per lavoro la traduttrice (dal francese, dall’inglese e dal tedesco). Questo mi ha permesso di affinare strumenti “tecnici”, rodati nel tempo, e di praticare il rigore necessario. Ma per tradurre poesia non basta. Per tradurre poesia, oltre al rigore e alla conoscenza linguistica, occorre creatività. La creatività è essenziale se si vuole produrre un testo che sia anch’esso poesia e non semplicemente una trasposizione da una lingua all’altra. Il poeta ha un orecchio allenato (ad esempio sa quando un termine è usato anche per la sonorità e non solo per il significato), è sensibile al peso di ogni elemento e alla corrispondenza delle parti che compongono l’insieme. E, soprattutto, davanti alla difficoltà, conosce vari escamotages che gli permettono di evitare la prima soluzione, e di arrivare a qualcosa di più soddisfacente. Non credo che oggi ci siano molti poeti che, nel tradurre, sovrappongono il proprio stile e la propria “natura” a quelli dell’originale. Mi pare che non si corra più questo rischio. Come dicevo, però, non deve mai essere scordato il giusto equilibrio tra estro e disciplina (dovuta alla pratica seria della traduzione, che non ha nulla a che vedere con un hobby improvvisato).

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r.m.rilke

 

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5) Perché hai scelto di inserire in “Silenzio e tempesta” anche poesie da “Il libro d’ore”?

Quando ho deciso di tradurre Rilke, mi è parso necessario restringere il campo tematico, per offrire al lettore una raccolta sia snella, sia orientata. Ho dunque optato per le “poesie d’amore”. Il filo rosso all’origine del libro è dovuto non solo all’importanza attribuita da Rilke all’amore, considerato “l’opera suprema di cui tutte le altre non sono che la preparazione”, ma anche alla multidimensionalità dell’espressione amorosa rilkiana, nella quale convergono gli elementi caratteristici della sua scrittura e del suo pensiero, gli stessi a cui accennavo prima: densità e leggerezza, visionarietà plastica e acume introspettivo, irrequietezza e accettazione fiduciosa. Per presentare un quadro più completo, ho voluto includere anche alcuni testi da “Il libro d’ore”, in cui l’amore si sposta dalla sfera terrena a quella spirituale, preservando tuttavia la sua sensualità (Rilke ha dato voce a un monaco russo pittore d’icone, come suo alter ego orientale). Si tratta di poesie forse non molto conosciute in italiano. Anche questo mi è parso un buon motivo per inserirle nella raccolta.

6) Quanta voce di Rilke si è sedimentata nelle tue poesie? Ritieni di aver assorbito qualche aspetto della sua poetica? E se sì, quale?

È una buona domanda, ma alla quale sinceramente non so rispondere. Sicuramente, negli anni, ho assorbito Rilke come ho assorbito tante letture che si sono intrecciate a comporre il mio sostrato sia culturale che emotivo-psicologico, senza che io ne abbia coscienza. La mia voce (come la voce di tutti, credo) è il risultato di un’urgenza personale e di tutto ciò che, per un motivo o per un altro, mi ha toccato a fondo. La vicinanza che sento quando leggo Rilke dipende anche da un affine desiderio introspettivo, desiderio che mi caratterizza fin da bambina, e da un equilibrio di forma nel quale mi riconosco, oltre che dalla convinzione che la realtà sia esperibile sempre nel gioco tra elementi opposti, in una tensione permanente. Forse la risposta più giusta alla tua domanda non può venire da me, ma da chi legge i miei versi, e conosce Rilke. Sarei proprio curiosa di avere un riscontro in tal senso…

Paolo Polvani

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 Raffaela Fazio, Silenzio e tempesta–  edizioni Marco Saya 2019

 

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Note sull’atrice da http://www.marcosayaedizioni.net

Gemma Mondanelli legge “L'ultimo quarto del giorno” di Raffaela ...  Raffaela Fazio, nata ad Arezzo nel 1971, si è stabilita a Roma, dove lavora come traduttrice, dopo aver trascorso dieci anni in vari paesi europei. Laureata in lingue all’Università di Grenoble, si è poi specializzata presso la Scuola di Interpreti e Traduttori di Ginevra. In seguito, ha conseguito un Diploma in Scienze Religiose e un Master in Beni Culturali della Chiesa alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Nel campo dell’iconografia, ha pubblicato Face of Faith. A Short Guide to Early Christian Images (2012). È autrice di vari libri di poesia. Tra gli ultimi: L’arte di cadere (Biblioteca dei Leoni, 2015); Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press, 2017); L’ultimo quarto del giorno (La Vita Felice, 2018); Midbar (Raffaelli Editore, 2019). Di prossima pubblicazione: Tropaion (Puntoacapo Editrice) e A grandezza naturale, 2008-2018 (Arcipelago Itaca).

1 Comment

  1. Veramente interessante e bella questa intervista di Paolo Polvani a Raffaela Fazio. Le traduzioni oggi sono un bene raro e prezioso, spesso a fondo perduto, che vive della passione e della generosità del traduttore o traduttrice. Ci sarebbe ad esempio da rivedere attraverso l’ uso di un linguaggio più comprensibile e aggiornato tutta l’opera di William Shakespeare, le cui opere tradotte in italiano spesso risalgono, se va bene, a una settantina di anni fa. Cesare Vico Lodovici è sicuramente un classico, ma provate a far leggere le sue traduzioni di Re Lear o di Romeo e Giulietta in una classe delle superiori! Il problema è che nessuno ha l’interesse economico per una revisione accurata e una traduzione accessibile. Si rischia di perdere in questo modo veri tesori della letteratura internazionale, tenendoli lontani dall’interesse dei giovani, eclissandone completamente la memoria. Amleto ricordato in un riassunto di wikipedia, che tristezza!

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