WILLARD WIGAN…NELLA CRUNA DELL’AGO- Adriana Ferrarini

willard wigan

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I

Creare sculture così piccole solo per dimostrare che il nulla esiste. Willard Wigan è ora uno scultore famoso, ma da piccolo si sentiva una nullità: dislessico in un mondo in cui la dislessia non esisteva, cioè non aveva un nome – il che alla fine è lo stesso – le porte della scuola e del sapere si erano chiuse davanti a lui.
Così mentre i suoi compagni procedevano spediti lungo le avventurose e mirabili vie dell’alfabeto che insegnava loro un nuovo eccitante gioco, unire insieme quei piccoli segni che le loro piccole mani avevano imparato a disegnare dentro ai quadretti per arrivare a sfidare il reale, copiandolo attraverso quelle minutissime impronte di zampe di zanzare e in tale modo scoprire: isole di storie, paesi di fiaba, laghi incantati e popolati di mostri ed eroi e principesse e fate che sbocciavano da quei segni neri vergati su pagine, cucite insieme in libri, sempre più piccoli i segni, sempre più piccole le pagine, sempre più folti i libri; mentre i suoi compagni facevano tutto questo, Willard Wigan guardava quei segni neri e li vedeva spostarsi da destra a sinistra, da una riga all’altra, mescolarsi insieme, creare grovigli malefici che lo imprigionavano.
Dove, per esempio, (utilizzerò l’italiano perché non è molto diverso essere dislessico in una o nell’altra lingua) gli altri compitavano una manciata di segni e proclamavano a voce alta: QUESTO È UN CAMMELLO, e tutti allora vedevano all’interno dell’aula quel grande animale gibboso sul quale sarebbe stato tanto bello salire, lui vedeva invece dei segni senza senso che con fatica pronunciava in qualcosa di insensato come STEQUO NU LOMMELCA, fra gli strilli e le risa dei compagni, sotto lo sguardo tra l’esasperato e rassegnato della maestra.
Così alla fine, invece di inseguire quei segni neri che ai aggrovigliavano in un incubo, Willard si mise a inseguire le formiche in giardino, poi a costruire per loro villette e appartamenti con letti e tavoli e sedie e tutto quanto serviva per sentirsi a casa. Perché, sentirsi a casa vuol dire essere liberi di mollare le redini dell’immaginazione e scoprire e creare mondi. In classe non valeva niente, ma nel suo giardino era Cristoforo Colombo e viaggiava lungo i Caraibi. In classe veniva preso in giro, ma a casa era un mago che senza bacchetta poteva ridurre il mondo in dimensioni così piccole da infilarselo in tasca. Willard iniziò con metodo a rimpicciolire gli insegnanti che lo guardavano sconsolati, poi i compagni di scuola. Tante statuine grandi come un’unghia e lui era il loro signore: un dio che troneggiava fra infimi umani di plastilina.
A scuola non imparò a leggere e scrivere, ma di notte, mentre tutti dormivano e tutti i libri si chiudevano, per anni lavorò a rimpicciolire il mondo. Più piccolo, sempre più piccolo, fino a farlo diventare invisibile. Di giorno lavorava in fabbrica, di notte creava un piccolo mondo parallelo, incidendo chicchi di caffè, grani di sale, scolpendo minuscole schegge di legno, che poteva vedere solo attraverso lenti di ingrandimento chirurgiche. Nessuno intorno a lui, silenzio, solo il suo respiro.

Quando penso a quest’uomo, al suo viso e alle spalle da giocatore di NBA, alla sua pelle scura alla Usain Bolton e agli occhi di un colore blu – non so se originale, ma non importa – seduto davanti a un microscopio, mentre fuori il cielo sta ruotando le sue costellazioni attorno al perno della stella polare, e lentamente cede alla luce del sole, quando penso a quest’artista intento a scolpire nove cammelli da infilare dentro la cruna di un ago, provo un fremito di stupore e piacere così profondo come quando da bambina mi sentivo raccontare una fiaba.
Perché allora sapevo che il mondo può essere molto diverso da come appare, che si rinnova di continuo e che esistono esseri strambi fuori luogo che di continuo inventano mondi. Ognuno di noi inventa mondi per vivere, ma qualcuno ne inventa di incredibilmente più grandi o più piccoli, nei quali incredibilmente anche noi ci sentiamo a casa.

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willard wigan

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II

Sono giunta a Willard Wigan riflettendo sulla frase evangelica secondo cui è più facile per un cammello entrare nella cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno dei cieli 1 . Da bambina trovavo l’immagine potente ed esilarante: immaginavo gli sforzi inani di infilare un bestione grande e grosso come il cammello, e per di più gibbuto, in un forellino così piccolo come quello in cui mia madre, aguzzando lo sguardo, riusciva a far passare un filo. Poi lessi di un uomo, un certo Leon Samson, detto “Strongman” che si era impegnato per via di una scommessa a mangiare un’auto. Pensai quindi che anche il cammello poteva farcela: pelo per pelo, pezzetto per pezzetto, come Strongman con la macchina. Infatti il Vangelo prosegue dicendo: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile». Le parole, come le immagini, sono infide e meravigliose: si lasciano prestare a ogni uso. Con i numeri è un po’ diverso. Ora, la parola Gimel, cammello in ebraico antico, è anche il nome della lettera ג, terza dell’alfabeto, il cui valore numerico è 3, mentre la “cruna dell’ago” è all’origine del segno ק, Qof, diciannovesima lettera che, a sua volta, ha il valore numerico di 100. Infatti in base alla gematria ad ogni lettera dell’alfabeto ebraico corrisponde un numero. Per insegnarci la divisione la maestra usava il verbo “entrare”: quindi, quante volte entra il numero 3 nel numero 100?
33,3333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333333
Willard Wigan riesce a infilare un cammello, anzi addirittura nove, nella cruna di un ago. Ma porre fine alla sequenza di quei 3 decimali è impossibile. Se anche fin dalla notte dei tempi gli umani, di generazione in generazione, per ogni giorno e ogni notte, per ogni ora delle loro singole vite, si fossero passati di mano in mano la penna con cui aggiungere il maggior numero di tre alla parte decimale di quel numero periodico – cosa che sarebbe del tutto insensata, d’accordo – mentre il cielo roteava sopra le loro teste, e il sole sorgeva e tramontava innumerevoli volte sul loro capo chino e sulla loro mano intenta a tracciare lo stesso segno, non sarebbero riusciti in nessun modo ad esaurire l’impresa, a finire cioè la sequenza di tre, come non sarebbero riusciti a contare le stelle del cielo, o i granelli di sabbia del mondo, che per l’erosione delle rocce si accumulano di continuo lungo le spiagge, via via erose dal mare.
Tuttavia una catena ininterrotta prosegue alacremente, passandosi il testimone di generazione in generazione. E uomini e donne inventano numeri sempre più grandi e sempre più piccoli e si rincorrono nell’aggiungere fantastiche code di decimali a numeri trascendenti come il π. Per ultimo un giovane informatico americano, Timothy Mullican, che ha aspettato mesi, dalla primavera all’inverno, 303 giorni, perché il suo mega computer partorisse altre 18.584.073.464.103 cifre decimali oltre alle 31.415.926.535.897 calcolate l’anno prima dalla giapponese Emma Haruka Iwao permettendogli così di strapparle il primato. Da bambina provavo sgomento di fronte all’idea di infinito o eterno, che per me si equivalevano. Mi impauriva un Regno dei Cieli che non avesse mai fine, forse temevo l’effetto noia. Ora no, potrei fermarmi a guardare i disegni della luce sull’acqua di una piscina appena appena mossa dal vento e non stancarmi mai.

https://www.willardwiganmbe.com/

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1 πάλιν δὲ λέγω ὑμῖν, εὐκοπώτερόν ἐστιν κάμηλον διὰ τρήματος ῥαφίδος εἰσελθεῖν ἢ
πλούσιον εἰς τὴν βασιλείαν τοῦ Θεοῦ, Matteo, 19:24, che ha i paralleli sinottici in Marco
10:25 e Luca 18:25

 

Adriana Ferrarini

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