L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE ovvero del vedere delle donne- Milena Nicolini: L’amore degli stilnovisti

dante gabriel rossetti- dante saluta beatrice

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L’anniversario della morte di Dante mi ha portato a ripensare quell’amore così raffinato e attivamente gentile che un pugno di poeti stilnovisti avvolse intorno alla donna, elevandola ad altezze angeliche. Lo sappiamo, come peraltro suggerisce Remo Ceserani, che probabilmente la donna era una “scusa per parlar d’altro”, fosse quest’‘altro’ l’indagine intorno all’individualità interiore o il senso stesso dell’esistere. Ma c’è, secondo me, nella costruzione di questa ‘idealità’ femminile, comunque, un coraggioso andar oltre il punto raggiunto dalla letteratura cortese, ferma alla leggiadria, alla ‘signoria’ ideale, alla lode della donna:  per fare della donna, invece, i poeti stilnovisti, il punto focale da cui partire nell’indagine intorno a temi ‘novissimi’ come l’interiorità, i sentimenti, le emozioni, in quanto la donna è sentita misterioso fulcro propulsore di forze spirituali e sensoriali che guardano e fanno guardare il mondo e se stessi in modo diverso. E che fanno migliore l’uomo. E’ una stagione che dura pochissimo. Già nel Trecento con Boccaccio torna a prevalere una ‘gentilezza’ più mondana e sensuale, e con Petrarca la donna si divide in due: l’eterea sublimata e la carnale desiderata. In questo brutto passaggio del nostro tempo, tra pandemia e massacri di donne, propongo il mio sguardo su un fenomeno che non fu, secondo me, solo letterario e che, con tutti i limiti del tempo, avvicinò come poche altre volte l’uomo alla donna.  

     

L’amore al tempo del Dolce Stil Novo

L’amore è il tema dominante dei poeti stilnovisti, che anche pensano e discutono profondamente della giusta maniera di parlarne. L’amore, infatti, strettamente legato al cuore gentile, esige una forma espressiva  raffinata, che implica una conoscenza approfondita ed una grande capacità di selezione delle tecniche di versificazione e dei vari strumenti linguistici, dal lessico alle strutture sintattiche [1]. Ne risulta un codice che, pur nelle tante innovazioni, è aristocraticamente chiuso, dove le singole voci dei poeti devono far risaltare la propria originalità in sottilissime variazioni di un ristretto numero di figure, di analogie, di aggettivazioni, di sostantivi, di schemi metrici. Anche il pubblico è selezionato, infatti la poesia stilnovistica per una piena comprensione richiede una cultura non comune, nonché una raffinatezza del sentire e dell’ ‘intelligere’  che non è certo consueta nella classe sociale preminente dei nobili e dei magnati, e neppure in un ceto intellettuale che sia principalmente impegnato in funzioni giuridiche e politiche. Essere poeta d’amore è quasi una missione, è certamente anche una scelta di vita che impone priorità etiche. Non per caso tra gli stilnovisti ha tanta forza sia l’accusa che l’autoaccusa di ‘sbandamenti’ erotici che non solo ‘tradiscono’ e offendono la Donna Amata per eccellenza, ma sviliscono, abbassano a volgare, l’amore e il cuore che ama. E’ vero che tutto questo non impedisce loro di lasciarsi prendere da passioni per varie donne, ‘petre’ o ‘schermo’ o ‘simiglianti’ che siano, espresse a volte anche in termini che oggi definiremmo decisamente ‘maschilisti’ [2]. Ed è vero che nelle tenzoni o nei testi di più amicale comunicazione, emergono atteggiamenti non propriamente cortesi né rispettosi delle donne [3]. Ma è importante, secondo me, che, nella poesia e nella teoria che loro ‘lavorano’ con estrema puntigliosità perché sia il più alta e il più magistrale possibile, propongano una visione della donna che per le sue qualità può migliorare eticamente chi sa a lei affidarsi. E siamo in un tempo di grande quotidiana normale accettata condivisa violenza. Dove le donne non hanno nessuna voce e nessun proprio valore. Non posso non pensare che il Dante capace di sentire e aderire con tanta umanità alla vicenda di un uomo come Ugolino della Gherardesca, persona certo a lui sgradevole, non fosse altro per il luogo e il come lo colloca all’Inferno, quel Dante – dicevo –  sia davvero stato intimamente modellato dalla lunga frequentazione, emozionale e teorica, con “l’intelletto d’amore” di Beatrice e delle donne gentili. Poeti e donne gentili e anche il selezionato pubblico sono insieme coinvolti in un’aristocrazia del pensare e del sentire che ne fa un’élite più che sociale, umana. Nel senso più ampio del termine, essendo le donne prime portatrici di autentica gentilezza.
Per Dante Amore e poesia sono strettamente connessi: “Quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando”. Amore vive, conosce, ispira da “dentro”, nell’intimo, nell’‘io’ più individuale e profondo. Che non è, l’‘io’, un aspetto dell’uomo così  dispiegato come oggi lo conosciamo, in quanto le radici dell’uomo ‘singolare’ nel Duecento e Trecento affondano ancora nella famiglia, nel ceto sociale, nella fazione politica, nell’associazione di mestiere, nella confraternita religiosa, nel quartiere urbano, ecc.. L’attenzione alla fenomenologia dell’amore va di pari passo con l’interesse per l’interiorità dell’individuo, essendo certamente l’amore tra i sentimenti più individualistici, perché informa di sé il nucleo più irriducibile dell’‘io’ in modo abbastanza misterioso anche oggi e soprattutto in modo spesso anarchico rispetto alle regole della convenienza sociale, della ragionevolezza e della religione. La poesia è forse la voce più fedele per descrivere gli effetti d’amore nel loro immediato proporsi , ma anche per indagarli, sembrano pensare gli stilnovisti. L’amore è un’emozione, una passione, un’affezione dell’anima e del corpo, un sentire non controllato dalla ragione; la poesia ne osserva e registra gli effetti quasi con  spirito empirico-sperimentale: lo sbigottimento, l’ottenebramento e la perdita di controllo, lo spaesamento, la sensazione potente di gioia, quiete, grazia, ma anche la sensazione di dolore lancinante, la sensazione di morte, spesso mescolate insieme.

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dante gabriel rossetti- sogno di dante nel giorno della morte di beatrice


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Cavalcanti era guidato dai suoi studi filosofici, soprattutto l’aristotelismo mediato da Averroè e diffuso negli ambienti universitari bolognesi. L’‘anima sensitiva’ governa la parte fisiologica ed irrazionale dell’uomo ed è l’essenza dell’individualità; invece la parte razionale, uguale per tutti gli uomini, proviene  da un’intelligenza universale al di sopra ed al di fuori del mondo umano. L’amore è l’esperienza più soggettiva dell’uomo, non controllabile dalla ragione. L’amore provoca un tale sconvolgimento dell’‘io’, da spezzarlo in monconi incapaci di raccordo. L’amore accresce al livello massimo la sensibilità dell’individuo, ma questa condizione è quasi intollerabile, al punto da distruggere l’integrità della persona. Se l’amore può  essere osservato, vissuto, studiato, mai però può essere compreso nella sua completezza. La teatralizzazione così frequente nei testi cavalcantiani [5] corrisponde formalmente alla dispersione dell’‘io’ in tanti “spiriti” autonomi e disarmonici. Per Cavalcanti, quindi, l’amore è “un accidente – che sovente – è fero/ ed è sì altero – ch’è chiamato amore” [6], passione sconvolgente e desiderio bruciante, capace di destabilizzare gravemente l’equilibrio personale. Per Dante, invece, quel Dante che si rivolge alle donne perché hanno “intelletto d’amore”, l’amore è più spesso sereno, “soave”, forse perché adiacente a una spiritualità religiosa, che congiunge Beatrice all’amore divino,  quindi ne è sua rivelazione. Beatrice è portatrice di grazia, cioè di una felicità spirituale che agisce sull’anima e la sospende quasi dal mondo fisico (“va dicendo all’anima: Sospira”). La morte di Beatrice ha certamente rafforzato questa idealizzazione, ma Dante da molto prima andava dicendo di Beatrice e delle donne di cui si circondava che portavano salute spirituale e morale a chiunque sapesse accogliere i loro ‘benigni’ effetti. Per Dante “Amor e ‘l cor gentil sono una cosa” [7] sola, coincidenti, anche fatalmente, come mostrerà nel canto V dell’Inferno la vicenda di Paolo e Francesca. Che è più, secondo me, di quell’attrazione reciproca per cui Guinizzelli diceva che “Amore in gentil cor prende rivera”. In Dante il poeta che prova le emozioni e gli sconvolgimenti  indotti dalla donna amata, non è staccato da lei, separatamente analizzato, come a volte ancora un certo schematismo di Guinizzelli, ma è a lei gentilmente connesso, comunque in con-tatto. Nel canto V Dante è tutt’uno anche con Francesca, tanto da cadere “come corpo morto cade” per la profonda partecipazione alle sue emozioni. È a lei che ha dato la voce per raccontare, la prima volta che una donna della sua poesia prende la parola per parlare dell’amore, e per me è un grande segno della profondissima assimilazione intima della teoria stilnovistica da parte di Dante. Mentre Paolo tace e piange, ma, appunto, non scompare. Francesca  sa, sente, racconta di sé e di lui come fosse oltre che se stessa anche lui, una cosa sola, anche nella “bufera infernal”; anche la morte fu per loro “una”: “Amor condusse noi ad una morte.” In Cavalcanti pare esserci invece una frattura incolmabile tra il poeta e la donna, che resta spesso quasi estranea, esteriore, al di là della sfera intima del poeta, senza comunicazione, senza possibilità di essere conoscibile: due entità quasi in reciproca esclusione. Anche Cino da Pistoia tende a sentire l’amore in modo tragico, come Cavalcanti: “Amore è uno spirito ch’ancide” [8]. L’amore, comunque sia vissuto, nel tempo dello Stil Novo non tende all’appagamento fisico; non si presenta mai come possesso soddisfatto, anche quando le emozioni con cui si accompagna sono felici e dolcissime; la donna è “mia” non nel senso di un dominio del poeta-amante effettivo o ambito, ma nel senso opposto di una donna-domina d’amore che è ‘signora di me’.  La donna è una visione, quasi un’immagine onirica, che ‘appare’, si manifesta come un miracolo. L’apparire è una delle pochissime sue azioni, in un contesto sempre indefinito. A volte lei è definita per similarità con luminosi splendenti elementi della natura, soprattutto da Guinizzelli; a volte è colta in eleganti movenze da statua gotica: volge lo sguardo (mai la testa, solo gli occhi), sorride, saluta, cammina per una indefinita ‘via’; a volte è solo mirabile manifestazione dell’amore divino. Se ha un’identità  storicamente accertata, però è assente ogni sua descrizione particolare: poche volte un aggettivo definisce il colore dei capelli o degli occhi; e la “labbia”, il viso, può essere definita al massimo come perlacea o del biancore della neve. Il suo nome non è quasi mai pronunciato. La sua bellezza è
un’armonia d’insieme: perfetta raffinatezza di lineamenti, eleganza  di portamento, sensibilità e gentilezza d’anima e di cuore. Lei avvolge il poeta e chi la incontra, beato e/o sconvolto, in uno stordimento per il quale la si può vedere, e quindi descrivere, solo nei modi più generici ed astratti. Eppure la donna non ne viene disincarnata, perché l’astrazione di lei è colmata, concretata  dall’emozione interiore di lui, sempre individualissima e sensoriale, se pur anche spirituale. Sempre ancorata in un vissuto che, oltre ogni astrazione, si sente palpabilmente nell’intensità della parola poetica. Ciò che, infatti, davvero determina la donna sono gli effetti della sua gentilezza e dell’amore sul poeta e sui gentili che la incontrano. La donna, comunque, è una rivelazione. E, soprattutto per Dante, anche una rivelazione della stessa essenza di Dio: la sua bellezza rifulge della grazia divina, le sue virtù e l’amore che induce donano beatitudine; d’altra parte lei condivide la natura celeste degli angeli, come aveva cominciato a cantarla Guinizzelli. Ma è comunque una rivelazione che resta in gran parte imperscrutabile. Forse anche perché metonimicamente adiacente al  senso della vita, dell’interiorità individuale, come in Cavalcanti. L’alternanza tra soave beatitudine e dolore mortale non riflette tanto l’alternarsi di vicende biografiche – o non solamente – quanto la complessità di un sentimento come l’amore che apre squarci di incredibile modernità in uomini che si sono appena affacciati al tumulto dell’‘io’. Il continuo rinnovarsi della ferita o della beatitudine d’amore apre all’espandersi telescopico del desiderio, quel desiderio che non si può mai soddisfare, che è insieme anche un indefinito sconosciuto rimpiangere, quel desiderio che percorrerà tutta la letteratura a venire, fino a incarnarsi pienamente nella ‘sensucht’.

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dante gabriel rossetti- beatrice incontra dante a una festa di matrimonio e gli nega il suo saluto

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I poeti del Dolce Stil Novo furono consapevoli della carica innovatrice della loro poesia, orgogliosi della propria abilità tecnica e profondità culturale, per cui contavano di ritagliarsi un ruolo sociale di tipo nuovo, in quanto  intellettuali che si esprimevano attraverso versi e temi d’amore, in cui facevano uso e mostra di un vasto sapere, a prescindere da una funzione pratica e politica nella società, come invece i notai, i giuristi, i professori, i medici, ecc.. Intellettuali che si rivolgevano ad un pubblico nuovo, ad essi sodale per  quella gentilezza che si esprimeva come nobiltà di cuore e come raffinatezza del sentire e del portarsi. Certo, quasi tutti i poeti stilnovisti provengono dalla piccola nobiltà inurbata o dal nuovo ceto magnatizio, quasi tutti sono visceralmente schierati nelle fazioni politiche della propria città e sono personalmente coinvolti nelle conseguenti vicende, esilio compreso; appartengono quindi a quel gruppo sociale che si contrappone ai poteri feudali e punta alla gestione autonoma del comune. Eppure, a ben guardare, è ad un nuovo tipo di affermazione che puntano: modernamente, responsabilmente, in modo nuovo pur nel solco dei saperi tradizionali, tendono a farsi coscienza del proprio tempo, e, per i più grandi, coscienza larga, dell’uomo e  della vita e della morte, dell’esistere. Come da parte di Dante si realizzerà poi magnificamente nella Commedia.
In alcuni dei più famosi testi poetici dello Stil Novo è interessante rintracciare questa consapevolezza intellettuale.
Nel sonetto di Guido Guinizzelli ‘Io voglio del ver la mia donna laudare’, che è quasi un sintetico manifesto della nuova poetica, il poeta si propone più volte come intellettuale capace e orgoglioso di intuire ed esprimere le nuove forme della lode:

 

Io voglio del ver la mia donna laudare 
ed asembrarli la rosa e lo giglio;
più che stella dïana splende e pare,
e ciò ch’è lassù bello a lei somiglio.
 
Verde river’ a lei rasembro e l’âre,
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ‘ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova 
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo all’anima: Sospira.

 

Se non fosse per quel “mia” che individua univocamente la donna, potremmo pensare di trovarci di fronte ad un fenomeno registrato tanto universalmente quanto anonimamente. Gli effetti  del suo passare e sorridere sono registrati con estrema chiarezza, ma sempre da un impersonale “ogn’om”, “ogne lingua”, “chi la mira”, “chi no la prova”. Certamente questa forma linguistica contribuisce a mostrare le qualità della donna come verità inconfutabili, che si manifestano a tutti  senza dubbi di sorta. Dante non ha nemmeno bisogno di comparire. Espone una verità universale: “ Ond’io, veggendo ciò e volendo manifestare a chi ciò non vedea, propuosi anche di dire parole, ne le quali ciò fosse significato”. Non rinuncia però a un orgoglioso riferimento personalissimo, sia pure indiretto, in cui peraltro la profondità di un sentimento è dichiarata conoscibile solo nella concreta esperienza di quel sentire: “’ntender no la può chi no la prova”. Come per molti altri aspetti della poesia d’amore, Dante si spinge ancora più in là. Afferma un’intelligenza del bene d’amore, e di un amore già molto più vasto del suo individuale innamoramento e che va oltre i paradigmi del dirlo o pensarlo in versi stilnovistici. Un’intelligenza d’amore, che quindi è di due, uomo e donna insieme, che non si stacca dalla polpa materica del mondo, né dalla profondità emozionale dell’interiorità; un’intelligenza capace di vedere il miracolo “da cielo in terra” e di osare i traguardi più alti ed indicibili dell’essere. Come sarà nella Commedia . E, attraverso gli occhi di Beatrice, al cospetto di Dio.

 Marilena Nicolini

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dante gabriel rossetti- primo anniversario della morte di beatrice

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Note al testo

[1]- Anche se non si tratta di una scelta originale, trattandosi di un modo di esprimersi consueto nella scrittura del tempo, si veda la ricorrenza della proposizione consecutiva nell’esposizione degli effetti della donna gentile sul poeta-amante o sulla gente che lei incontra. La forma della consecutiva, facendo antecedere la causa (nella proposizione reggente) agli effetti che essa esprime, mette in rilievo la potenza della manifestazione-rivelazione e rimanda ad un  sottotesto dominato dalla fenomenologia del vedere; diversamente dalla possibile proposizione causale che sposterebbe su un piano concettuale, elaborato quindi rispetto alla pura manifestazione del fenomeno, la relazione tra l’evento-causa e gli eventi-effetto. Es.: “Di sì gran valor lo colpo venne/ che li occhi no’l ritenner di neente,/ ma passò dentr’al cor, che lo sostenne” Guinizzelli, canzone I, vv. 11-13, in Poesie, a cura di E. Sanguineti, Mondadori, Milano 1987;  “tanto adorna parete/ ch’eo non saccio contare” Cavalcanti, Rime, cit., ballata I, pp. 67 ss, vv. 29-30; “Ed è ne li atti suoi tanto gentile,/ che nessun la si può recare a mente,/ che non sospiri in dolcezza d’amore” Dante, Vita nuova e Rime, cit., p. 31, vv. 12-14.

[2]- “Così nel mio parlar voglio esser aspro/ com’è ne li atti questa bella petra,/ la quale ognora impetra/ maggior durezza e più natura cruda,/ (…) / Omè, perché non latra/ per me, com’io per lei, nel caldo borro?/ ché tosto griderei: “Io vi soccorro”;/ e fare’l volentier, sì come quelli/ che nei biondi capelli/ (…) / metterei mano, e piacere’le allora./ S’io avessi le belle trecce prese,/ (…) / e non sarei pietoso né cortese,/ anzi farei com’orso quando scherza;/ e se Amor me ne sferza,/ io mi vendicherei di più di mille./ (…) / Canzon, vattene dritto a quella donna/ che m’ha ferito il core e che m’invola/ quello ond’io ho più gola,/ e dalle per lo cor d’una saetta,/ ché bell’onor s’acquista in far vendetta.”, XLVI, in Dante Alighieri, Vita nuova e Rime, Mondadori, Milano 1985, pp. 143-5: in questi versi, per mia consolazione unici nelle Rime, Dante non si discosta molto da motivazioni e fantasie che da sempre hanno accompagnato e accompagnano atti o atteggiamenti violenti verso donne che semplicemente rifiutano di essere considerate possesso di un uomo e/o di corrispondere alle sue pretese amorose. 

[3]- Si pensi al famoso sonetto di Dante “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io”, dove si parla di una lista di donne che i tre avevano steso, certamente per una loro hit-parade di bellezze.

[4]- Purgatorio, XXIV, vv. 52-54

[5]- Un esempio: “L’anima mia vilment’ è sbigotita/ de la battaglia ch’ ell’ ave dal core:/ che s’ ella sente pur un poco Amore/ più presso a lui che non sòle, ella more.// Sta come quella che non ha valore,/ ch’è per temenza da lo cor partita;/ e chi vedesse com’ ell’ è fuggita/ diria per certo:”Questi non ha vita”.// Per li occhi venne la battaglia in pria,/ che ruppe ogni valore immantenente,/ sì che del colpo fu strutta la mente.// Qualunqu’ è quei che più allegrezza sente,/ se vedesse li spirti fuggir via,/ di grande sua pietate piangeria.” Guido Cavalcanti, Rime, cit. pp. 81-82

[6]- Ivi, Donna me prega, vv. 2-3, p. 116; il riferimento è all’etimologia medievale che faceva derivare ‘amore’ da ‘morte’.

[7]- Dante, Vita nuova e Rime, cit., p. 33

[8]- “Non v’accorgete voi d’un, che si muore/ E va piangendo, sì si disconforta?/ Io prego voi, se non ve ‘n siete accorta,/ Che lo miriate per lo vostro onore.// Ei se ‘n va sbigottito e d’un colore,/ Che ‘l fa parere una persona morta,/ Con tanta doglia, che negli occhi porta,/ Che di levargli già non ha valore.// E quando alcun pietosamente il mira,/ Il cor di pianger tutto li si strugge,/ E l’anima se ‘n duol sì che ne stride:// E se non fosse ch’egli allor si fugge,/ Sì alto chiama voi quando sospira,/ Ch’altri direbbe: – Or sappian chi l’ancide.”  Cino da Pistoia, in Giuseppe Lipparini, Le pagine della letteratura italiana, vol I, Carlo Signorelli editore, Milano, 1923, p. 141

3 Comments

  1. Ringrazio Milena per questo bellissimo saggio dotato di strumenti critici affilatissimi e di un respiro che rivela, nel parlare del primo grande movimento poetico, una sensibilità che si sviluppa proprio dalla sua predisposizione e pratica di poesia. Siamo abituati a considerare il Medio Evo un periodo in cui le donne non potevano esprime rivendicazioni personali e collettive o esprimere artisticamente i propri pensieri, il proprio punto di vista sul mondo. Il fatto che ci siano degli autori maschi che propongano “una visione della donna che migliori eticamente chi a lei sa affidarsi” è di per sé rivoluzionario. Il passo decisivo è sicuramente quello compiuto da Dante, non tanto nel cerchio specialistico degli stilnovisti, ma nella scrittura della Divina Commedia in cui personaggi femminili prendono la parola e si dichiarano passionalmente presenti e non puro oggetto delle mire erotiche degli uomini. In questo senso la testimonianza di Francesca è sconvolgente ed è sublime che sia lei a raccontare la storia, come lo svenimento ‘femminile’ di Dante alla fine dell’episodio. Che una donna riveli il suo lato passionale è assolutamente rilevante, ma lo è ancora di più la reazione di Dante. Ancora oggi vige il luogo comune, almeno in certi settori, che gli uomini non piangono e non svengono e che Dante riveli a quelli del suo tempo che nell’anima maschile ci sia una parte tenera e sensibile è ,come sostiene Milena, importantissimo per la storia dell’evoluzione psicologica e sociale. Un’altra tappa che vorrei ricordare è il monologo di Ghismunda, rivendicatrice di libere scelte costi quel che costi, nella quarta giornata, novella prima del Decameron.
    E oggi? Con lo sviluppo dei mezzi informatici e di internet mi sembra che ci si avvicini di più alla visione di Guido Cavalcanti, per cui l’oggetto d’amore è irrimediabilmente atro rispetto alla sfera erotica e psicologica del soggetto maschile ed è più difficile l’introiezione delle istanze positive suggerite dal rapporto erotico. Cavalcanti parla nelle sue poesie addirittura di automi, nota assolutamente contemporanea, in cui si trasformerebbero gli uomini colpiti dallo spirito funesto dell’amor: “I’ vo come colui ch’è fuor di vita,/che pare, a chi lo sguarda,/ ch’omo sia
    fatto di rame o di pietra o di legno.” L’oggetto d’amore esprime un processo di alienazione che oggi significa mercificazione e mistificazione. Anche la fallacità della scrittura, che invece gli stilnovisti ritenevano portatrice di assoluta verità. Gli uomini nelle chat usano parole d’amore e attestati di poetico affetto, che alla prova dei fatti rivelano invece la difficoltà di stabilire un rapporto con la donna che dalla chat si materializza nell’incontro reale. Non si riesce a comprendere la complessità della donna, come di qualunque persona che si presenti in una luce di realtà, di parola fisica, di comunicazione dialogica effettiva. Spesso si rifiuta l’intreccio della complessità.. La donna ancora o la si angelizza, ma meschinamente, con i simulacri fantasiosi delle parole, oppure la si considera come oggetto sessuale da scegliere nelle migliaia di empori pornografici che pullulano su internet. Non c’è niente che ricucia questa separazione e spesso il risultato finale è la violenza maschile.

  2. ERRATA CORRIGE: Per mia incuria (non ho ben controllato la prova inviata da Fernanda, con cui mi scuso moltissimo) Mancano MOLTE righe da collocare TRA LA FINE DEL SONETTO di Guinizzelli e L’INIZIO DI QUELLO DI DANTE. Cerco di riportarle qui. Mi scuso ancora e ringrazio Paolo Gera che me lo ha fatto notare:
    Il verbo “voglio” attesta una scelta intellettuale consapevole, soprattutto unito a “del ver” (secondo verità), e, posto così nell’incipit del sonetto, mette sullo stesso piano il valore della donna e quello del poeta, se non si vuole vedere addirittura un atteggiamento di preminenza del poeta, almeno all’attenzione del lettore.La novità delle analogie, con elementi della natura e dei cieli fisici e metafisici, tanto criticata da Guittone d’Arezzo, è esibita con l’orgoglio di chi sa di proporre un’inedita esperienza intellettuale. E’ potente in tal senso anche quell’ultimo “ancor ve dirò” del tredicesimo verso, che sa di rivelazione, e rivelazione infatti è: di un effetto della donna su chi le si avvicina che travalica anche il ‘rafinamento’ d’Amore, e arriva al piano morale e religioso con la magnificenza del miracolo.
    Veniamo a ‘Chi è questa che vèn’ di Guido Cavalcanti:
    Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira,/ che fa tremar di chiaritate l’are/ e mena seco Amor, sì che PARLARE/ NULL’OMO POTE, ma ciascun sospira?//O Deo, che sembra quando li occhi gira,/ dical’ Amor, ch’i’ NOL SAVRIA CONTARE:/ cotanto d’umiltà donna mi pare,/ ch’ogn’altra ver’ di lei i’ la chiam’ira.// NON SI PORIA CONTAR la sua piagenza,/ ch’a le’ s’inchin’ ogni gentil vertute,/ e la beltade per sua dea la mostra.// NON FU SI’ ALTA GIA’ LA MENTE NOSTRA/ E NON SI POSE IN NOI TANTA SALUTE/ CHE PROPIAMENTE N’AVIAN CONOSCENZA.
    Il poeta fa della donna, più che l’oggetto della lode (che pure non manca, ma in una forma adiacente alla litote), il fulcro di una imperscrutabilità assoluta. L’impossibile accesso per tutti ad una qualche decifrazione del suo mistero, è vissuto dolorosamente dal poeta, che amplifica tragicamente la propria esclusione nell’ultima terzina, addirittura con quello che per me è un plurale maiestatis. Anche se nel segno negativo della sconfitta, l’accento del plurale sottolinea comunque un’affermazione orgogliosa della propria capacità intellettuale. Se anche si intendesse questo plurale solo come un allargamento dell’impotenza al gruppo di intellettuali stilnovisti impegnati nell’indagine intorno alla donna, l’accento dell’orgoglio rimarrebbe in quel “sì alta (comunque alta e capace)… la mente nostra”. Si ha spesso l’impressione -tutta moderna e anacronistica – alimentata dal fascino poetico di Cavalcanti – che dietro allo sgomento che provoca l’inafferrabile donna e dietro al dolore minutamente registrato per il suo continuo sottrarsi, ci sia un altro tipo di sconfitta, di tormento, di resa disperata, di inesausta domanda esistenziale.
    Dante, invece, in molti sonetti, come nel celeberrimo ‘Tanto gentile e tanto onesta pare’ sembra scomparire.

    Ancora infinite scuse a lettori e redazione
    Milena Nicolini

  3. Grazie, Paolo. Hai colto pienamente, nonostante la lacunosità, l’intento di questa riflessione. Ce ne fossero tanti di animi – posso dire ‘danteschi’?- come il tuo! Mi piacerebbe che altri signori maschi prendessero l’abbrivio!

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