FINESTRE: IL BRASILE CHE VEDO- Elisabetta Chiacchella: Da una finestra in centro città

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Una sera vado a ballare. Mi metto d’accordo con un’amica che ama il forró e mi ha parlato molte volte di un locale dove si balla. Orientarsi nei ritmi brasiliani non è per niente facile, esistono nomi come frevo, pagode, forró universitario, música sertaneja con ritmi che io non riesco affatto a distinguere mentre gli altri, i brasiliani, li riconoscono al volo.
Ci troviamo a casa sua, al ventunesimo piano di un palazzo molto sorvegliato. E mezz’ora dopo siamo davanti a un altro edificio, anch’esso ben presidiato. Ci facciamo riconoscere dal portiere, prendiamo un ascensore dove incontriamo una coppia di signori piuttosto anziani, marito e moglie, che salgono a ballare insieme a noi. La mia amica mi spiega che è così che funziona: qualcuno che abita nel palazzo agevola la possibilità di affittare un appartamento a una scuola di ballo referenziata, che terrà corsi a persone della borghesia locale.
Entriamo e ci accolgono ballerini giovani e molto educati che piano piano invitano a ballare signore soprattutto di una certa età, che lì sono convenute, e che senz’altro si tengono su con vari ritocchi nel viso e nel corpo. Le luci sono soffuse, si beve ogni tanto un po’ d’acqua e si torna nella stanzetta a ballare quella che tradizionalmente è una musica di radici, nata in contesti di campagna, in una civiltà di allevatori.
Trentadue anni prima ero andata a un forró nel sud del Paese: era un ballo all’aperto, con tanta gente. Le persone bevevano svariate birrette e le donne stavano sedute in un ampio cerchio, in attesa che qualcuno le invitasse a ballare. Io venivo da una Europa di città in cui tutto quello che aveva a che fare con le proprie origini rurali era stato rinchiuso nel dimenticatoio, quasi non fossimo mai venuti da lì.
Perciò all’epoca, immersa in una sorta di esotismo, mi ero divertita molto a guardare quel ballo a due allegro e bello stretto, che poteva preludere a qualche sviluppo nella notte a seguire oppure a un interesse più serio. L’erotismo si lasciava guardare nel suo carattere di evento imminente, si poteva non girare gli occhi di fronte a quel rito di avvicinamento così bello. E quindi ero lì che osservavo tutto finché non ero stata invitata da qualcuno a ballare.
Molto stupita della cosa, con timidezza avevo provato a tenere il passo, che ovviamente non conoscevo, e prima che potessi abituarmi alla presa e alle movenze, dopo un minuto circa ero stata riaccompagnata a sedere, con mio grandissimo buon umore: il fatto poi era rimbalzato per mesi, una volta tornata a casa, in miei svariati e autoironici racconti.
Perciò probabilmente anche oggi, in molti luoghi, il forró continuerà ad essere quello che era all’inizio e che avevo conosciuto all’aperto.
Ma per me stasera, nella scuola in appartamento, è un ballo con cui arrivo sempre fino alla fine della musica, grazie a ragazzi sorridenti e volenterosi, con occhi che ti accarezzano come zucchero, comprensivi nello scambio.
Eppure sento che forse è diventato una cura per signore, una sorta di malinconico risarcimento.
Qualcosa che suona tanto come corroborante antidepressivo.

Elisabetta Chiacchella

 

2 Comments

  1. Grazie Stefania, probabilmente la passione per il Brasile ci accomuna. E forse non solo quella.
    Allora alla prossima finestra ci affacceremo ancora insieme…

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