TERRE DI INCIPIT- cinque poesie di Valerio Giordano

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Sto sopra di voi,
respirando l’aria
che mi dà più morte che vita.
Vi guardo e ricordo
il debito dovuto alla terra
che tutti gli uomini devono restituire.
Come ogni giorno
sto guardando il destino
in faccia, 
ma oggi è solo
una placca di marmo.

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“Striscia una macchina per il viale mentre un’altra
le corre dietro;
una voce automatica annuncia l’arrivo a
uomini impazienti
che sbuffano e cercano di farsi spazio.
In piazza certi ridono, 
altri si lamentano,
atri chiedono dei soldi
e altri se ne vanno di corsa
senza farci caso.”
Questi erano i suoni della mia città,
io stavo lì ad ascoltare,
pensando che non dovessero mai cambiare.
Invece via via sono svaniti, 
cerco di ignorare la loro scomparsa,
poiché ora so che il mio mondo
mi ha abbandonato
per sempre.    

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La città è muta,
il mondo dorme, 
ma la mia mente si illumina,
e vedo un nuovo mondo,
dove quel che conosco si sbiadisce
e conosco solo quel che provo,
e finalmente
mi scopro.

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Ho perso molto tempo
a cercare di apparire agli altri
ciò che non sono,
ho perso ancora più tempo 
nel cercare ciò che vorrei essere.
Adesso quando mi vedo
c’è solo un’immagine, una macchia
vaga, indistinguibile.
Forse è questo il bello: 
non mi vedo,
e questo mi rende
libero.

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Ho nostalgia di un luogo mai visitato,
quando il moderno e l’antico erano una cosa sola,
quando il passato non esisteva e il futuro non arrivava,
quando come oggi il mondo era in silenzio
e sembrava un mistero,
e ciò che non era era,
e i dipinti, le fabbriche, le piante sembravano avere
più vita degli uomini.

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Note sull’autore

Valerio Giordano, risiede a Milano dove frequenta il primo anno del Liceo Classico Tito Livio.

                                                                                                 

3 Comments

  1. E’ da brividi che un ragazzo così giovane scriva della fine del mondo, e così, senza scudi di retorica o aulici-classici riferimenti, così di suo, per un suo personale giovanile accorgersi e sentire… Da vecchia abitatrice dello stesso mondo – che io però ho potuto non solo godere meglio (e forse più a lungo) di lui, ma anche credere ancora il possibile migliore, solo volendolo un po’, solo andando con slogan per piazze, solo lottando da ‘giusta’ quale mi credevo- mi vergogno e chiedo scusa. La colpa è anche nelle mie illusioni di miglioramento, quando era già evidente e vicino il confine da non oltrepassare. E invece inconfessati sogni di plastica già ci mangiavano il cervello, impedivano la vista. Mi lasciano senza parole queste parole.

  2. Valerio l’ho conosciuto 2 anni fa al Festival internazionale di poesie di Genova. Io stavo presentando le attività di cartesensibili al cosiddetto Salone dei Resilienti. Mi fece un enorme piacere che un uomo così giovane partecipasse a un incontro per addetti ai lavori, dimostrando interesse e viva partecipazione. In questi anni ci siamo scritti molte volte, scambiandoci poesie. Queste che mi ha mandato ultimamente mi sembrano che facciano presa sulla realtà senza mascherature e che facciano dispiegare una voce in bilico tra una descrizione essenziale e un fare i conti sincero con la propria interiorità. Forse ci voleva una situazione difficile come questa perché la scrittura di Valerio trovasse una fonte di sincerità e i mezzi stilistici per abbeverarsene. La poesia spesso nasce proprio nei momenti di emergenza.

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