MERAVIGLIA E VANITA’. “Approdi/Landings” di Sergio Gallo- Note di lettura critica di Paolo Gera

zdzisława beksiński

 

 

Sempre nella poesia si è stabilita un’appartenenza di campo che ha diviso, se vogliamo usare l’accetta stilistica, i cultori del lirismo e quelli dell’oggettività, quelli che partono dall’analisi del proprio io e quelli che vogliono dare un resoconto attendibile del mondo oggettivo che ci circonda, lo sguardo piscologico in contrapposizione allo sguardo naturalistico. Esiodo, Lucrezio, sino alla geopoetica di Kenneth White.Nella poesia italiana c’è stato però il caso clamoroso di un poeta che ha saputo unire lo scavo interiore alla descrizione stupita e smarrita dell’Universo e questo è ovviamente è Giacomo Leopardi. Leopardi scrisse una “Storia dell’astronomia”, ma riuscì poi a ravvivare l’arida materia scientifica 

in una straordinario repertorio di immagini celesti, basta pensare al “Canto di un pastore errante dell’Asia”, dove uomini, animali, fenomeni cosmici sono tutti accomunati da una sorte di sfiancante ripetizione e finale catastrofe. 

Sergio Gallo, con il suo “Approdi/Landings” sembra a una lettura superficiale voler stendere una descrizione dettagliata dell’universo attraverso la conoscenza che ci deriva dalla nuova strumentazione astronomica usata per l’osservazione, in un contesto che ha le sue ascendenze illuministiche nella poesia neoclassica, per cui si celebra il progresso dell’uomo e le nuove conquista tecniche che ci permettono di aprire nuovi orizzonti alla nostra vista e alla nostra mente. Insomma oggi l’Hubble Space Telescope celebrato da Gallo, come ieri la mongolfiera celebrata da Vincenzo Monti.

Ma invece la prospettiva si ribalta perché le magnifiche sorti e progressive ormai sono state completamente messe da parte e rimane invece la constatazione desolata che la nostra civiltà, se è riuscita a sviluppare strumenti potentissimi di osservazione e a inviare nello spazio interstellare sofisticati marchingegni volanti, non è invece riuscita a creare un modello di sviluppo sostenibile per il pianeta su cui viviamo.”Gli oceani colatoi di lacrime/del piccolo pianeta azzurro”, scrive Gallo, e sembra che lo slancio verso inauditi visioni cosmiche sia una specie di eredità preziosa lasciata però a occhi che non ci saranno più, che l’investimento sullo stupore nei confronti delle meraviglie dell’Universo, sia ormai a fondo definitivamente perduto.

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zdzisława beksiński

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L’angoscia leopardiana è fortemente presente e i versi che completano la poesia lo attestano:

“annodato al destino d’una Stella/a sua volta prigioniera della/spirale d’una Galassia nana./ Vaganti proiettili/in un Universo asimmetrico/che espande la sua massa/nel Vuoto Cosmico,/ senza apparente meta.”(p.21)

In una poesia di poco successiva la precarietà umana e l’inconsistenza della nostra limitata coscienza rispetto al nostro legame con il tempo, mi ha riportato addirittura alla mente le “Rubaiyat” di Omar Khayyam. Scrive Gallo: “Ma ciò che l’occhio può vedere/con stupore e incanto delle/parabole di quelle incandescenti/sfere, all’oppio appartiene/ del più remoto passato” e Khayyam, fra le tante quartine: “I poli della scienza e della saggezza/coloro che fra i saggi brillavano come fari;/non hanno potuto illuminare la notte,/hanno rischiarato un istante il buio e poi si sono spenti.” Rimane dunque di fronte allo spettacolo portentoso dell’universo la certezza della vanità della materia e delle sue evoluzioni, anche quelle più pirotecniche. Questa tematica ci riporta ad un altro filone presente in “Approdi/landings” che è quella barocca della meraviglia, in una proliferazione di immagini successive: “nei laghi di idorcarburi di Titano/la cui pioggia di metano liquido/scroscia da un cielo color ruggine;/nei geyser sparati dal sotterraneo/oceano di Encelado, sotto i ghiacci/di Europa o tra i crateri di Callisto/e Ganimede(…)”(p.29), dove l’enjambement ha la funzione di sospendere per un attimo la visione e di rimandarla, come in una ripresa video-spaziale, all’immagine successiva. Suspence del mai visto. Parata di portenti e di nomi, la poesia come raccolta di stupori universali: non per nulla viene citato anche “Il cannocchiale aristotelico” del Tesauro. Ma a vincere, torno a insistere, è questa constatazione di volontaria consegna, come specie, alla legge del trapasso e del dileguamento: “Biglietto da visita d’una umanità/in pericolo,di cui – chissà – resteranno/solo poche sonde-bottiglie sperdute/nello sterminato Oceano Cosmico…”(p.39). Nella seconda sezione del libro, “l’occhio di Hubble”, viene approfondita la riflessione di quelle che Gallo chiama “le crepe nell’umano sapere”: “L’insufficiente presa  di coscienza/di quanto l’Umanità debba procedere/di pari passo con la Scienza.”(p.53). Alla fine tutto svanisce, anche la stessa opera di scrittura del poeta, in un rinsaldarsi metaforico del micro e del macrocosmo, delle realtà e della sua evocazione:”Nubi di Magellano d’inchiostro/separate da incolmabili distanze/viaggiano nell’universo del foglio/cinte d’immenso e bianco vuoto.”(p.69). E il poeta, suggeritore di meraviglie celesti, ritorna a essere quello che ragionevolmente è: un lombrico che lavora pazientemente il suo terreno di elezione, la scrittura e che lascia una traccia fragile, avvertibile da pochi e sempre esposta al rischio di essere calpestata, di sparire.

 

Ora che siamo in grado
di comprendere la solitudine
degli atomi di idrogeno

di carpire i segreti
delle particelle elementari
della curvatura spazio-tempo

gli effetti gravitazionali
della materia oscura, la mente
quantica, la quinta dimensione…

Avremo forse meno timore
dell’ombra che incombe 
nel cuore stesso della Via Lattea

dell’oscuro Signore degli incubi,
canceroso buco nero,
supermassivo divoratore di stelle?

 

([Buco nero], p.41)

 

Paolo Gera

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Sergio Gallo, Approdi-Landings-  Arsenio Edizioni 2010

Traduzione Dario Rivarossa

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