L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE ovvero…del vedere delle donne -Milena Nicolini: Il dono più difficile. Per-donare la madre

viktoria sorochinski

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Muraro, in ‘L’ordine simbolico della madre’ [1], l’aveva già indicato come problema. Molto di tangente, comunque un problema, che non poche donne poi hanno sollevato.
Se il rapporto biografico, personale con la madre è negativo (per tutte le diversissime ragioni che si possono immaginare), come è possibile per una donna riconoscersi e darsi autorevolezza basandosi sull’ordine simbolico della madre?

Facciamo una breve corsa attraverso il complesso saggio di Muraro.
E’ essenziale che le donne, ci dice, sappiano capire l’importanza basilare della madre per la loro vita, per la loro formazione emozionale e cognitiva, per la loro diversità da riconoscere e portare a compimento:  infatti una donna ha bisogno per esistere della madre, della sua forza, anzi “potenza”, altrettanto di come la madre le è stata necessaria materialmente per nascere. Ma per arrivare a capire, a far fruttificare questa forza, occorre dare in cambio  “amore e riconoscenza.”, perché non si tratta solo di una relazione affettiva tra due persone, ma di una ri-congiunzione con “l’essere”. Se, infatti, “l’essere” è definibile come ”l’energia capace di respingere da sé il nulla”, così la relazione con la madre imprime in noi non soltanto un segno d’affetto, “ma una traccia indelebile” che rimarrà sempre, come uno “schema” interpretativo “per le esperienze future e la possibilità di dar loro un ordine logico.”. Nei primi tempi della vita, nella persona della propria madre si fa esperienza della sua “grandezza”, perché lei media alla creatura il primo contatto col mondo; andando dietro il suo indice, che mentre lo mostra, nomina per la prima volta il mondo, la figlia impara a sentirlo reale, ne coglie i nessi, ne mette a fuoco i modi per ordinarlo. La coppia ‘figlia-madre’, ovvero la coppia ‘messa al mondo-matrice della vita’ crea il mondo. Il mondo infatti “nasce insieme a noi e al nostro imparare a parlare, e l’avere senso coincide con l’essere vero.”.

Si impara a parlare dalla madre, è un altro suo dono, quella lingua ‘materna’ che tanti poeti mettono alla base della loro creatività. Che però si può perdere nell’inserimento successivo in quel sociale, in quel culturale, in quel mondo tutto coniugato al maschile, dove l’assoggettamento al suo simbolico è tanto facile quanto distruttivo della propria specificità, della propria diversità. Staccarsi dalla propria matrice di vita, quando addirittura non si arrivi a rinnegarla, fa rischiare “lo scacco della parola”, che significa impotenza e insignificanza del proprio dire, ma soprattutto incapacità di trovare ‘le parole giuste’ per dirsi autenticamente, per cercare di cambiare l’ordine esistente. Occorre quindi “ritrovare la parola” materna, riprenderne “padronanza”, ritrovando  il “punto di vista delle origini”, della madre. “Saper parlare vuol dire (…) saper mettere al mondo il mondo e questo noi possiamo farlo in relazione con la madre, non separatamente da lei”, perché “l’origine della vita non è separabile dall’origine del linguaggio”. Quanto “in noi resta di fissato alla madre, funziona come un immediato che ha bisogno di mediazione (di sostituti) per esserci presente, e che, al tempo stesso, ci fa riconoscere i buoni sostituti, (…) prima fra tutte la lingua.”. La lingua materna non si recupera come una serie di regole, perché non è qualcosa di costituito, di statico, di grammaticale, è piuttosto “un ordine” per connettere le cose del mondo, “un ordine vivente”, “un ordine creativo”. La lingua materna “si forma dallo scambio fra parola ed esperienza”; alla parola materna corrisponde un pezzo di mondo, un pensiero che sa incarnarsi nell’accadere del mondo. Se lo scambio fra parola e mondo, che la madre ci ha insegnato, viene meno, il senso della lingua si appiattisce in rigide delimitazioni, “sparisce la gestualità” fisica e corporea della parola, non c’è più spazio nel pensare per quel sentire che non è immediatamente esprimibile nel verbale. Si ha allora non “il mondo dell’esperienza ma un mondo di parole”, la “maschera” postmoderna del potere costituito. Invece “il mondo vero è quello che si dà nella nostra esperienza attraverso la parola e nella parola attraverso l’esperienza.”.  E solo nel “mondo vero il nuovo può avvenire”. Il nuovo che necessita di un nuovo ordine simbolico, quello della madre, per una giusta pretesa delle donne di essere portatrici di verità, di grandezza, di libertà. Questo ordine simbolico è possibile solo passando per la gratitudine e l’amore verso la madre.

E allora, tornando alla domanda iniziale?

Muraro risponde: “quando dico ‘gratitudine verso la madre’ non mi riferisco ad un sentimento, che può esserci o non esserci, ma al significato puro che è presente alla mia mente, anche se verso mia madre non provassi alcuna riconoscenza o avessi sentimenti ostili.” La parola ‘gratitudine’ non ha solo un significato immediatamente positivo, ma si presenta in alcune donne come “un sentimento doloroso della perdita di ogni sentimento di gratitudine verso la madre, perdita patita in effetti da molte donne nelle società di tipo patriarcale come la nostra.”. Per tante donne, quindi, che non hanno avuto un buon rapporto o nemmeno un rapporto con la propria madre, il nodo dove andare a recuperarlo è proprio nel senso di privazione subita, di sottrazione vitale, sentito sempre fortemente e con dolore come un bene dovuto e mancato.

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viktoria sorochinski

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Vorrei tenere queste riflessioni vestibolari come lume per leggere il percorso di Rossana verso sua madre.      

La madre di Rossana  non riesce a darle affetto. E’ una “Madre di legno/ dai seni disseccati” (M, p.7) che per tanto tempo l’ha tenuta “affamata/ alla tua gonna”: lo stile secco, diretto, senza divagazioni dice una ‘fame’ terribile; nemmeno la metafora scosta dalla concreta secchezza di quei seni, così come la riduzione della madre a “gonna” da strattonare a richiamo, ne sottolinea la scomparsa corporea affettiva e l’inermità della bambina, impossibilitata a tentarne il viso, se quella gonna non scende a prenderla in braccio. Ma ancora: “madre di ferro/ la tua scure pronta implacabile m’ha tagliato/ ogni germoglio che m’avrebbe fatta/ altra da te”. Si può leggere “altra” nel senso di ‘staccata’. Capita, infatti, che proprio laddove il legame d’affetto viene a mancare, il bisogno di possesso da parte della madre lo sostituisca in modo micidiale: da una parte quasi una compensazione erogata per il mancato amore, dall’altra un forse inconsapevole desiderio di soffocamento, eliminazione di quella creatura che, esistendo, sta a testimoniare una propria mancanza forse consapevolmente sentita. Si può leggere “altra” come ‘diversa’ e, quindi, possibilmente più fortunata, libera, più felice. Non accettabile per questa madre, perché, come ancora precisa Rossana: “madre Sade/ quanto m’hai fatto male/ ogni giorno pungendo con spilli irridendo/ il mio corpo di bambina/ che imparassi ad uccidere in me/ la tua uccisa/femminilità”. 

In questa crudeltà si manifesta forse anche una ‘rivalità’ elementare, un antagonismo tipico di chi soffre verso chi non soffre; ma c’è di sicuro una delusione terribile verso il proprio destino di donna, tanto da volerne una cancellazione totale, anche nella propria creatura. Quante donne, e non solo in dure famiglie patriarcali, non hanno incontrato solidarietà per una loro ricerca di libertà, di dignità, da parte delle altre donne della famiglia o dell’entourage, ugualmente sottoposte a limitazioni vitali, quando sarebbe stato logico aspettarsi una coalizione di difesa. E non credo sia solo una questione di intolleranza verso un destino diverso – in meglio – dal proprio; credo – non ho certo gli strumenti per ipotesi solide, mi si perdoni – c’entri molto invece una riuscita azione da parte dell’ordine patriarcale di cancellazione non solo identitaria delle donne, ma anche solo immaginaria verso un futuro alternativo; cancellazione ottenuta sia con la bassa violenza, sia con la costante affermazione di universalità dei  valori oppressivi, quando, cioè, nessun pezzettino di mondo è lasciato avulso da una interpretazione che distrugge. Quando, cioè, non appaiono vie di fuga, vie alternative. E allora, quasi un suicidio, la coazione a ripetere la violenza – fisica o simbolica – subita. Ho in mente le ‘streghe’ che fino ad un certo momento storico andavano in festa dalla Signora del buon gioco o Diana o Perchta o Bensotia o dame Abonde ecc., per avere ricette di erbe mediche, consigli per la comunità, previsioni, e che poi, dall’avviarsi della modernità e dell’inquisizione più dura, quella che creò dal quasi-nulla diavolo e riti magici diabolici e li incastrò nel simbolico dominante e li diffuse con ogni mezzo per ogni dove, cominciarono a convincersi di andare in sabba con Satana e di essere sue adoratrici. Nonostante alcune donne abbiano saputo e – ancora solo alcune – sappiano sottrarsi a questa macellazione, costruendo una propria ‘genealogia culturale’, versata soprattutto nella consapevolezza del valore di pratiche di vita messe al mondo e poi elaborate  e trasmesse al futuro, come la cura di bambini e vecchi e di chi è inerme, la conoscenza delle erbe per medicare, l’elaborazione del cibo, la lingua (da quella delle origini a quella materna, a quella oscura e poetica delle pizie, delle pitonesse), l’amore dell’amore e il rifiuto della violenza, arrivando a sviluppare una diversa visione del mondo e speranze alternative; nonostante tutto questo la condizione infima della stragrande maggioranza delle donne non è mutata [2]. Al cui interno non è infrequente questo doloroso conflitto madre-figlia:  

La scena 
che da me non si strappa:
io coniglio tremante
e tu che giri
con crudele lentezza stai girando
verso me
i palpitanti occhi da rapace

(p.11)

 

Le conseguenze per la figlia sono durissime; innanzitutto una costante insoddisfazione verso se stessa (“ha un’accorata bellezza il brutto cane/ in attesa alla porta” (p.19), “angelo perverso” (p.21)):

Ho cara una piccola volpe
sotto la camicia
con folli unghiette mi scava la carne
non io ce l’ho messa
povera me
donna-volpe che si strazia
con mulinello di zampe feroci
si fa male
perpetuamente
sta scritto: nessuno
può separarsi da sé

(p.25)

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viktoria sorochinski

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E’ un’insoddisfazione che le impedisce di agire, di scegliere per il proprio bene: “Io sto/ dove non voglio stare e sto” (p.19), “io mi faccio/ io mi disfo/ io a me do e tolgo” (p.21), ormai ridotta a una straziata “aquila inchiodata al pavimento/ come oca da ingrasso” (p.35), in un bisogno di distruggersi (“mi perpetuo/ contro di me” (p.17)), per scomparire e fare scomparire quella bambina che non fu all’altezza dell’amore della madre:

Una madre che ti ha divorato
ti fa divorare a te stessa
con lento
uso di denti
Nei Giorni delle Forbici
faccio battere le lame
uccello beccuto taglia via
maniche e orli
smembra gonna e corpetto
lascia pochi brandelli
il minimo per dire: era un vestito
si placa nel gioco perverso
-voleva strappare altra cosa –
qui espongo le righe irte
le frasi monche
per fascino di violenza
dura madre
lascio i miei pezzi doloranti sul foglio

(p.13)

Perché, se osasse tentare di salvarsi – “Se potessi volere/ la mia salvezza” –, “certo cambierebbe la mia storia”, ma il rischio sarebbe che “ne sarebbe così scontenta/ mia madre/ da non riconoscermi” (p.41), dove all’accusa di crudeltà alla madre si affianca, quasi maggiore, la paura, nonostante tutto, del suo disconoscimento.  Comunque, infatti, anche nell’asprezza più dolorosa, mai viene meno il bisogno della madre, certo virato al desiderio della madre-quale-avrebbe-potuto-essere:

La madre che non t’amò
sole nero che non riscalda
il suo corpo che insegui
irraggiungibile ti sopravanza
irridente promessa
di tenerezze
segna un destino di passione
così dentro la carne
e così escluso
da ogni congiunzione

(p.11)

Questo desiderio continua a tentare di superare ogni certezza negativa: il “brutto cane”, se “di sé si confonde/ come se fosse amato domanda/ una carezza” (p.19); “Oh dolcezza di latte/ sognata/ oh corpo della madre/ che non ti volle/ oh ruota dentata/ del disamore” (p.39). Ma resta “perpetuamente” in opposizione a quell’amore mancato che è rivendicato come diritto negato:

(…)

ma la luce come strazia
chi dalla luce non fu voluto
resiste
desiderio infitto
inconsumabile

(p.17)                                                                                 

E’ quella dolorosa consapevolezza di esclusione che Muraro indica alle figlie diseredate dalla madre come medium per riconoscere, comunque e al di là della propria vicenda biografica, la potenza, l’importanza della “matrice della vita”, e quindi  la necessità di darle amore e riconoscenza per entrare in un nuovo ordine simbolico.    

Rossana Roberti, però, qui va oltre questa dolorosa consapevolezza. C’è un concreto, faticosissimo itinerario che intraprende,  dall’apparente contraddittorietà – non a caso premessa nell’exergo della silloge:

A mio onore
quel che ho pagato
il prezzo caro che mai ho temuto
non il cammino fatto
sapevo bene:
da qui non si poteva andare
in nessun posto

(Dedica, p.5)  

Non si prendano i due versi finali come conclusione; sono invece le premesse (“qui” è la condizione della figlia rifiutata, il “nessun posto” è la situazione statica di quella condizione, se accettata passivamente) che motivano la vera deduzione: “il cammino fatto”. Molto duramente “pagato”, ma mai “temuto” e ora rivendicato con l’orgoglio (“A mio onore”)non di chi debba più chiedere riconoscimenti, ma di chi sa di poterseli dare da sé. 

La madre di Rossana, “- girata la ruota del tempo”, ormai vecchia si ammala gravemente, ha bisogno di cure costanti da parte della figlia: “tu per occhi opachi oggi/ per ossa fragili e arterie dure arresa a me”, ma non per questo smette di essere come è sempre stata, anche se con forza minore: “tu con piccoli fuochi bizzosi/ di rammemorato imperio”. La figlia è accorsa e – anche se qui non è detto, lo dico io che so – per accudire la madre – non pochi anni – ha rinunciato alla vita che si era caparbiamente costruita a discreta soddisfazione di sé, tanto da potersi chiedere “Chi ora è madre”, ma nel senso più autentico della parola. La figlia mostra a sua madre com’era possibile essere madre.  Eppure, ancora, la sua ansia più grande è che:

(…)

pochi giorni 
rimangono a noi per significarci
per riaprire alle messi
ma tu
conclusa fredda stella stai passando
in un buio cielo mi lascerai
irrisolta figlia-madre per sempre
ma guardami almeno ora
e vedimi

(p.47)

Ancora cerca di rintracciare in sua madre qualcosa del suo desiderio di lei, non vuole perderla e insieme perdere una qualche inversione nel loro rapporto:

Con lenta compostezza
come si addice alle cose sacre
nel calice da bere debbo ora mettere
che tu mi lasci per sempre
-così incompiuta io alla tua morte
oh mia ostile radice –
cesserà
la storia di noi due

(…) (p.49)

Estremamente toccanti, strazianti queste parole alte (“cose sacre”, “calice da bere”)che richiamano il sacrificio massimo cristiano, per dire il dolore, testardo come un amore, di questa perdita – “tu mi lasci per sempre” –, più forte forse anche della  condizione irrisolta, di “incompiuta”, di lei-figlia, che resta priva di “mia” “radice”, pur se “ostile”. E’ la irripetibile, comunque di ‘essere a essere’, come dice Munaro, “storia di noi due”. Ma qui già comincia, con un atto potente di scelta consapevole, il nuovo percorso di Rossana:

(…)

ci salverà
il mio indeclinabile desiderio

(…)

anche il tuo ostinato silenzio
trasforma in parola
e fa di me
l’eco testarda che redime entrambe
all’essere

(p.49)

Passando per quanto Muraro indicava come segno di riconoscimento (l’“indeclinabile desiderio”), porta avanti quello spostamento alto, al sacro, dei primi versi. Rossana è già oltre il puro piano biografico, oltre il 

rimpianto – “il tuo ostinato silenzio” –  che fa riconoscere il valore del perduto; del “desiderio” Rossana fa redenzione di “entrambe”. In nome di qualcosa di più grande di loro due individue: l’“essere”, quella vita che si relaziona di forma in forma e che Lispector ha così bene sentito in ‘La passione secondo G.H.’, testo che Roberti ha conosciuto, amato e diffuso molto molto prima che divenisse così importante come oggi è. E consapevolmente compie questa redenzione attraverso la “parola” della poesia, capace di far parlare con lei anche la madre. 

Poi la madre muore. Già prima resa sacra la madre, il rito della morte ha cadenze liturgiche: “Nel ricordo ho lavato/ la tua morte”(p. 51); come in una messa domestica “l’ho stesa pulita stillante/ quasi/ irriconoscibile” e qualcosa si è transustanziato: “ora noi due”, senza le opposizioni che c’erano nella vita, “possiamo finalmente parlarne” e a lei, diversa nuova, è attribuito un sentimento originale e originario: “come a te piacerebbe”. Ancora per il gran tramite metamorfico della poesia. La reciprocità, allora, si dispiega in un oltreluogo che permette la pienezza – nascita e morte sacralmente congiunte nell’essere –, nonostante il ricordo del ‘già stato’ “in mezzo”, quel “mare ribollente del combattere”; madre e figlia, una di fronte all’altra, non più in antitesi, ma in relazione profonda: “Io/ che a te nacqui// tu che a me moristi// (…)// io che non ti piacqui/ oggi in me ti rinasco” (p.53). Ancora la liturgia in quella “voce bene dicente” della figlia, che assume a sé il compito di portare “a compimento” la madre, facendola nascere di nuovo in lei, una vera resurrezione. Dove la forza spirituale è di quel “parlo” che ancora adombra la poesia. Infine la “lunga pena” (p.55) è stata superata dal “lunghissimo amore” e può calare il silenzio “sulla storia guerriera di noi due”. L’approdo di Rossana ha la potenza di un’apocalisse amorosa, perché del vissuto “tutto è consumato”, perché la parola che l’ha rievocato è già al passato, ma trasformandosi nel suo allontanarsi da “eco dolente” a “segno lucente”. Adesso nella pienezza Rossana può donare a sua madre il desiderio della figlia: “ora mamma se vuoi/ puoi prendermi in braccio”.

Occorre notare che, a proposito dei ‘sostituti’ di cui parla Muraro, in questa silloge Rossana Roberti, davvero mette la lingua al posto della madre e non solo ri-costruisce corporalmente, fisicamente (quel tagliare non metaforico, in quei “Giorni delle Forbici” non immaginari, quella “gonna” a cui riconduce la madre, quella “morte di aghi e tubi/ di fistole e macchie maleodoranti”) un rapporto mancato nella realtà (dove mai la figlia avrebbe potuto così parlare alla madre), ma ne fa consapevole potenza di creazione propria, di rinascita, resurrezione, che senza rimuovere o sublimare l’esperienza dolorosa vissuta, le permette di passare oltre, di per-donare, non nel senso della rimozione di un peccato, ma nel senso di una rigenerazione reciproca nell’amore. E’ decisamente lingua materna, non affettuosa e dolce, ma tagliente di asprezze e parole terribili, capace di dire il mondo e l’oltremondo, partendo dal concreto apodittico indice materno verso il mondo e arrivando all’abbraccio con tutto l’essere del mondo.      

Milena Nicolini

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viktoria sorochinski

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NOTE AL TESTO

[1] Luisa Muraro, ‘L’ordine simbolico della madre’, Editori Riuniti, Roma 1991

[2] Poche le grandi inversioni di destino; e alcune strutture di pratica femminile, divenute essenziali per la società tutta, sono state peraltro relegate via via dal loro grado di valore al livello dell’obbligo-sacrificio che svalorizza: un esempio per tutti, la cura dei vecchi.  

 

 

Rossana Roberti, ‘Maternale 1982-1994’- Book Editore  2003

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