FINESTRE: IL BRASILE CHE VEDO- Elisabetta Chiacchella: Il corridoio e in fondo, il patio

elisabetta chiacchella- viveiro de pássaros

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Vado a trovare una amica. Prima mi viene a prendere a casa, poi andiamo da lei e attraversiamo la città caldissima, asfalto rovente e profilo di grattacieli. Appena arriviamo lì, da un suo albero raccoglie dei limoni piccoli piccoli e ne fa una spremuta con acqua frizzante e ghiaccio. Il recupero è immediato. 

Mi ha invitato per parlare di cultura italiana: sta preparando una settimana della lingua per il prossimo giugno e cerca idee su come presentare Gianni Rodari, Fellini e Raffaello ai suoi studenti dell’università. Ricorrono gli anniversari quest’anno e vorrebbe farne qualcosa di bello. Per parlare ci spostiamo nel patio, fatto di voliere e di alberi frondosi. In una gabbia, un pappagallo verde e lento viene protetto dagli assalti dei predatori che di notte calano dall’alto, e lasciano a terra un mare di piume di animali aggrediti nel volo. In una voliera più grande, un viveiro de pássaros, una quantità di uccellini dai colori ridenti mi riempie gli occhi e le orecchie. Sono tanti e lo spazio è tale che si presta ad accogliere i nuovi nati.

Quando nel pomeriggio mi stenderò a letto per il riposino, al risveglio sentirò nell’ordine il vento fresco che muove le tende, la pioggia scrosciante che inizia a cadere, il canto alto della delizia che viene dal patio.

Incredibile quanta pioggia possa piovere dal cielo, rumoreggiando, tutta insieme. È la pioggia senza il freddo, non è come in novembre da noi. C’è una sorta d’ipnosi, una pigrizia, una mollezza, qualcosa che qui si chiama malemolência, ed esiste sia col sole che con la pioggia. Io ci sono dentro.

Cambio di scenario, oggi. Andiamo in un posto impensabile fino a un minuto prima per me, cioè un parrucchiere che è anche un bar e un ristorante. Si chiama Cafeecabelo. Gli arredi, la ragione sociale, l’ambiente, tutto è inusitato, e mi muovo con gli occhi sgranati e con un sorriso. 

Scendo una fila di scale e sono di nuovo in un patio, dominato da un albero enorme, bello, frondoso, che butta a terra frutti gialli: un tempo i bambini li mangiavano ma ora nessuno lo fa, mi dice il cameriere, perché sono molto secchi dentro e legano i denti. L’albero ha un nome popolare che è Sete copas, meraviglia prendersi lì sotto un cafezão (parola divertente, sarebbe un caffè lungo, ma letteralmente è un caffettone). 

Risalgo ed entro dal parrucchiere. Alle pareti ci sono due quadri: il volto dell’Annunziata e l’autoritratto di Antonello da Messina. Una riga spessa e nera fatta con un pennarellone ha tolto gli occhi a entrambi. Chiedo sorpresa il perché, e il parrucchiere mi dice che lo sguardo di chi sta fuori interferisce su come la persona si vede interiormente quando si fa tagliare i capelli. E quindi, con grande semplicità, via le occhiate degli esterni! 

Che parabola sulla forza del presente, e di se stessi. Mi riprendo, ci vuole un attimo…, e poi guarda te, penso contenta, che libertà si prende quest’uomo. E mi viene in mente che forse anche lui è un pássaro in più, nel patio.

 

Elisabetta Chiacchella

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