ANIMA DI VETRO- La poesia intima e breve di Lucia Ballerini- Note di lettura di Antonella Jacoli

 corinna wagner

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“Anima di vetro” (titolo della raccolta poetica del 2013) Lucia Ballerini lo è senza dubbio, per sensibilità quasi tattile e carattere soffuso, dolente, velato a volte di sottile ironia padana che forse salva dal mondo del dovere. Dichiararsi fragili, esposti all’azione dei venti, non è per lei questione rimandabile o riducibile, viene da lontano il bisogno di luce, di verità, investe la bambina ch’è stata e la donna che cerca nel quotidiano la sua voce. Basta prendere questi versi della silloge, lucidi e dinamici nel bianco e nero della realtà:

 

Fotografo
il giorno che muore
dietro l’orologio della piazza
in un disordine di rondini.

 

Nella poesia “Ritorni” di Antonia Pozzi l’inaspettata rondine sotto il portico dello studio in campagna la fa sobbalzare: vi trovo la stessa nostalgia, “mare inguaribile delle cose perdute” (Ballerini), che si fa indecifrabile attenzione al presente e alla memoria.   

E ancora, invertendo la prospettiva immobile, diventando fuoco interiore:  

Mi vendicherò 
del tuo uccidermi il sogno
così brucerò la parte di me
che ti vive dentro.

 

Come non accostarla qui a Sylvia Plath, nelle attese estenuanti dai disegni ossessivi, nel silenzio che grida la tenerissima urgenza affettiva. Lame e rasoi nascosti nel cappotto femminile di abitatrici del tempo incerto.

Tuttavia, nelle opere più fresche dell’autrice fioranese, la “gioia esatta/ con precisione d’orafo” smaschera la falsità con lo zoom della maturità condensata, sapida d’intuizione. Sembra abbassarsi la soglia statica, quasi che quel vetro “che chiunque può scheggiare”, il suo dire di non essere “fatta per la vita dura”, il silenzio che la veste di riflessione e pazienza viva, si sia lentamente trasformato in vetro temperato, portato dallo shock termico a una compressione che, se scalfita dalle inevitabili delusioni, produce frammenti ormai non pericolosi. Un “vetro di sicurezza”, insomma, dove ti puoi specchiare e rispecchiare senza toccare mai l’origine vera della sua malinconia, che è elemento in lei organico, vigile, sorprendentemente naturale, come le bacche rosse regalo ultimo di una speranza fatta a pezzi cui accenna in una poesia del passato.

La lente d’ingrandimento è guidata da una mano rabdomante.  

Prendiamo per esempio il suo “coraggio altro”:

Di certo di me
non leggerai sui libri
il mio nome non lo troverai
nell’elenco degli eroi.
Ti lascio le mie albe insonni,
il sangue inquieto.
Il mio è un coraggio
altro,
nasce sulle panchine 
dove ancora si baciano
i ragazzi, 
dove le mani non toccano
tastiere
e i sogni mi guardano
come avessi vent’anni.

 

Un disvelamento di sé urgente e necessario come il linguaggio poetico di chi si guarda donandosi. L’eroe non c’era già più nei testi di “Anima di vetro”, qui scorre un’eco alla Prevert che sottolinea lo slancio del narrarsi, l’affermarsi della vita sulla morte.  

Dentro e fuori si fronteggiano anche nella bellissima:

 

A fatica
sopravvivo
alla tua pena,
 e quale altra vita
potevamo avere
io e te, 
acrobati del dolore, 
anime sciolte 
in un mondo di neve.

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corinna wagner

 

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Il mondo liquido del nostro tempo irriverente (“Silenzio/, è morto l’amore”), costretto “tra il rosso delle auto e del cuore” (un verso tra i più recenti), illanguidisce, l’umanità del dolore vissuto come gesto si stacca netta sul bianco del foglio e della neve. 

E in contralto irrompe il ricordo della terra natale, da bozzetto verista di campagna modenese, in cui tornano i contadini di “Anima di vetro”, come se Lucia non potesse abbandonare la radice zen del paese a luce piatta o macchiaiola, il suo consumato luogo di formazione geo-sensoriale aperto alla fiducia nel domani. 

 

Nella bassa anche le case
si inchinano verso la terra, 
assieme a braccia e schiene
di uomini così piccoli
nelle distese coltivate.

Tra gli argini del Po
si dividono il raccolto
mani ed uccelli di passaggio,
dove anche mio padre, affamato,
cacciava rane.

Nella falce che avanza, ora
è compito delle foglie impallidire,
fingersi morte per salvare
nella quiete, la speranza.  

 

Una staticità che salva, il pulviscolo di uomini duri e fragili che formano un cosmo regolato solo dal tempo e dallo spazio millenario.

Fa da pendant la dedica alla madre, poesia dolce e severa insieme:

 

Lei non è dove tutti credono,
è ancora nell’orto
col cappellaccio di paglia
e il grembiule della ceramica, 
a chinare quella testa bionda
senza sapere di me
che dalla finestra, la chiamo.
Non vede i miei passi di profuga
nel luogo dell’infanzia, 
nemmeno sente il fiato grosso
e questa voce muta che svela
l’età dove più le assomiglio.
Non sa che ancora mi aspetto
Il miracolo del vino e del pane. 

 

La natura la ritroviamo anche in quella che ho percepito come, a suo modo, una poesia leopardiana, perché esprime bene il bisogno di cura, di riposo di tutto il mondo animale gravato dalle responsabilità diurne.

 

Carpire
il segreto degli uccelli
sui fili della luce  
quando vicini e stanchi
si raccontano
le fatiche del giorno.
Sognare
un’ala nascosta
dove affondare il capo
e assieme
spegnere il pensiero.

 

“Il segreto degli uccelli” è nel loro perseverare uguali alla loro necessaria essenza, accostati, riuniti dopo i voli e le occupazioni del giorno, così dovrebbero fare gli uomini per ritrovare fiato e speranza, protetti dalla comunità. L’ala nascosta sotto cui riposare immuni dai dolori, a chi apparterrà? Non è dato saperlo, ma nei sogni vale ogni cosa.
L’attesa nostalgica si è fatta signora dell’ora, che alta splende in cielo.
A questo serve la poesia, a riconoscerci simili nell’affrontare il mondo, e in questa rivelazione amarci più a fondo.

 

Antonella Jacoli  

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Lucia Ballerini, L’anima di vetro– Editore youcanprint 2013

 

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