ALTRE EPIDEMIE – Adriana Ferrarini: “NEMESI” di Philip Roth

bambini all’ospedale ortopedico  wingfield nuffield nello oxfordshire

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“Il primo caso di poliomielite quell’estate, arrivò presto, in giugno, subito dopo il Memorial Day, in un povero quartiere italiano, dall’altra parte della città rispetto a dove vivevamo”. Così inizia “Nemesi” romanzo dello scrittore americano di origini ebraiche, Philip Roth, che racconta di un’epidemia di poliomielite scoppiata a Newark, la sua città, nel 1944. In realtà l’epidemia che già nel 1916 aveva colpito tragicamente gli USA con 6.000 morti, di cui 363 proprio a Newark, e che ogni estate si presentava da qualche parte, si ebbe qui come in altre località degli USA qualche anno dopo, nel 1952: dietro di sé lasciò 3145 morti e 21.269 bambini afflitti da paralisi. Ma, come nei migliori romanzi, realtà e finzione si intrecciano e tallonano da vicino, quasi che la finzione, lieve in questo caso, possa dare ancora più risalto alla ferocia gratuita e assurda del reale. 

Vittime di quel contagio erano soprattutto bambini e adolescenti, che nell’arco di pochi giorni potevano morire soffocati oppure rimanere “disabili e deformi o incapaci di respirare al di fuori di un grosso tubo respiratoria di metallo, noto come polmone d’acciaio” (cito dal romanzo) per il resto della vita. Terrificante era anche la rapidità con cui la malattia evolveva: da un mal di testa improvviso alla paralisi nel giro di poche ore.

Nessuno all’inizio sembra fare molto caso al pericolo, in particolare nel quartiere ebraico di Weecquahic, quello stesso in cui è cresciuto lo scrittore, scenario di molte altre sue narrazioni. Tutto prosegue normalmente, i bambini che non hanno potuto andare in campeggio si ritrovano tutti i giorni sul campo di gioco con l’allenatore, un ragazzo di 23 anni, Eugene Cantor, detto Bucky, loro insegnante di educazione fisica ed animatore del centro estivo. Solo a distanza di un mese, quando ci sono ormai 40 casi registrati in città, appare su un quotidiano un articolo in cui si mettono in guardia i genitori chiedendo di controllare i loro figli e di contattare un medico nel caso presentino sintomi quali mal di testa, mal di gola, nausea, ecc.  

Con grande maestria lo scrittore descrive la preoccupazione crescente, quindi l’angoscia, e infine il lutto che serra questo quartiere di persone unite tra loro, molte delle quali devono di colpo  affrontare la morte improvvisa di uno o più figli. La scelta di anticipare agli anni della guerra l’epidemia accresce il senso di provvisorietà e incertezza con cui è costretta a convivere quotidianamente questa piccola e laboriosa comunità, fatta perlopiù di persone modeste che non hanno i mezzi per trasferirsi in luoghi di villeggiatura dove le probabilità del contagio sono inferiori. Nessuno conosceva allora le origini del contagio, per cui qualsiasi cosa diventa sospetta: a cominciare da cani, gatti, zanzare, tutto diventa possibile veicolo dell’infezione e le vite si chiudono in casa sospettose. Ma è estate, è caldissimo, i bambini non possono essere tenuti prigionieri e il centro sportivo diventa il fulcro delle loro vite.

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Questo cartello veniva posto sulle finestre delle case in cui ci fossero persone in quarantena. La violazione della quarantena o la rimozione del cartello venivano punite con una multa fino a 100$ nel 1909 ( equivalenti a quasi 3.000 $ attuali)

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Proprio qui, mentre le bambine stanno saltando alla corda recitando una loro misteriosa filastrocca e i maschi giocano a baseball,  un pomeriggio arrivano due macchine: sono piene di ragazzi che provengono dal quartiere più infetto, quello italiano, e hanno l’intento proclamato di diffondere la polio. Bucky li affronta coraggiosamente, poi lui stesso sanifica il campo dove gli italiani hanno sputato ripetutamente. È un giovane muscoloso e atletico, che avrebbe desiderato con tutte le sue forze partire per la guerra in Europa, ma è stato scartato per via della accentuata miopia, e tuttavia, educato a fare con serietà e dedizione il suo lavoro, cerca di dare il meglio per tenere insieme questa piccola collettività di ragazzi che gli è stata affidata, via via decimata dall’epidemia. 

Le raccomandazioni sono quelle che conosciamo, lavarsi accuratamente le mani, non bere dalle stesse bottiglie, ma il contagio non si arresta e il protagonista è dilaniato tra la volontà di servire la sua comunità, da una parte, rimanendo lì ad allenare i pochi ragazzi che ancora frequentano il centro, oppure seguire il suo desiderio e l’invito reiterato della fidanzata a lasciare la città e trasferirsi nel campeggio in montagna, dove già si trova lei. È proprio qui, nel dilemma del protagonista e nelle conseguenze, peraltro casuali, della sua sofferta scelta che il romanzo trova il suo punto nodale. 

In questi giorni in cui il Coronavirus ci costringe a stare chiusi in casa, in ansia per i nostri cari e per noi stessi, via via sempre più angustiati per quanto sta avvenendo, costretti anche noi – popoli di paesi ricchi, forse inconsapevolmente viziati da lunghi decenni di pace – a fronteggiare un nemico sconosciuto, un’epidemia subdola per la quale non abbiamo vaccino, ho ripreso in mano questo lungo racconto, perché le storie non curano ma ci danno uno sguardo più ampio, ci aiutano a vedere più lontano, nel nostro futuro, come nel nostro passato. E credo che oggi, assieme alla capacità di godere delle piccole cose di ogni giorno, sia da coltivare questo sguardo ampio che attraversa i tempi alla ricerca di una direzione. Dal mio personale passato rivedo, come in una foto in bianco e nero, un bambino biondo che camminava come un burattino con le gambe chiuse in gabbie di metallo e cuoio, a causa appunto della poliomielite, e veniva a scuola accompagnato dalla sorella; un mio compagno di classe delle medie che invece nascondeva sotto i pantaloni lunghi quelle stesse impalcature metalliche. Ricordo poi, sui giornali, le immagini di Rosanna Benzi, una donna coraggiosa, costretta a vivere per 29 anni all’interno di un polmone d’acciaio – antenato dei ventilatori meccanici, così necessari e insufficienti in questi giorni – che venne ideato appunto per mantenere in vita i malati di poliomielite. Chiusa in quello che lei chiamava “il mio scaldabagno” fondò un’associazione per battersi contro le barriere architettoniche e a uno dei suoi libri diede il titolo “Il vizio di vivere”. Ricordo la paura e la fascinazione che esercitavano su di me quelle foto.

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.malato di poliomielite che vive in un polmone di ferro

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Poi venne scoperto il vaccino e questa terrificante malattia che, al contrario del Coronavirus, colpiva preferibilmente i bambini, scomparve dalla nostra memoria. Purtroppo è ancora viva in alcuni paesi, ma la battaglia dell’antipolio è riuscita a ridurla progressivamente, come ha testimoniato il grande fotografo Sebastião Ribeiro Salgado, nella campagna fotografica commissionatogli dall’’UNICEF nel 2000 per mostrare  lo sforzo globale nella lotta contro la poliomielite: 

“Benché avessi spesso visitato la maggior parte dei paesi dove ancora la polio è un problema, non mi ero mai reso conto del terribile impatto che questa malattia ha tuttora. Non ero nemmeno consapevole del gigantesco sforzo messo in piedi per debellarla: milioni di persone che somministrano gocce del vaccino a decine di milioni di bambini. È una storia emozionante nella quale ho voluto dare il mio contributo raccontandola”. 

Così noi oggi confidiamo che il prima possibile venga scoperto un vaccino o un farmaco in grado di curare questo nuovo virus, così che possiamo presto uscire di nuovo di casa senza guanti né mascherine, ma con una consapevolezza diversa e un senso di solidarietà più coraggioso.

Adriana Ferrarini
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foto di sebastião ribeiro salgado

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Riferimenti in rete

https://njjewishnews.timesofisrael.com/separating-fact-from-fiction-in-philip-roths-latest-novel/

https://www.unicef.org/media/media_14819.html

https://www.independent.co.uk/life-style/health-and-families/health-news/polio-history-story-then-and-now-pictures-iron-lung-vaccine-diseases-medicine-jonas-salk-rotary-a7580456.html

http://marco-lavocedellaverita.blogspot.com/2016/02/rosanna-benzi-e-la-sua-straordinaria.html

https://lamedicinainunoscatto.it/2017/06/uno-scatto-indietro-nella-medicina-poliomielite/

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