TRASMISSIONI DAL FARO- Anna Maria Farabbi: A proposito di “Ruggine e oro” di Marco Munaro

paolo gioli – immagine pag. 18-19 ruggine e oro


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La periodica pubblicazione Lo Spartivento diretta da Gabrielle Milli apre il 2020 con Marco Munaro, cogliendo la sua purezza cromatica, la levità del canto, la pronuncia dolcissima della vita in un grappolo di testi tradotti da Gabriele Codifava. E’ una scelta coerente con la linea editoriale che da sempre privilegia una via poetica che solca liricamente in terra, attraverso un legame forte e indissolubile con il gioioso abbecedario terrestre.  Il poeta canta mentre cammina il mondo e attraversa il suo profondo, nelle sue stagioni, in un teatro di luci e ombre. In Munaro, anche nel ritmo incessante dell’acqua. Alcuni testi ospitati da Milli rimbalzano in Ruggine e oro, cioè nella collana  La Porta delle lingue, diretta per Il Ponte del Sale dallo stesso Munaro, che ne è anche editore. Segnalo tre gemme:

Sette passi, Gioca con me a rincorrermi, Giglio delle risorgive.

 

Giglio delle risorgive

Con questa luce viene la poesia

che ha generato il mondo

e io la scrivo su questa punta macedone

sulla sabbia

La dedico

al giglio delle risorgive

marinaio muto e felice

fiorito a pochi passi dal sale.

 

Ruggine e oro comprende, come un abbraccio, il saluto di stima e di affetto ai compagni di viaggio. Di quel viaggio esistenziale e poetico che si scioglie in un solo andare tra vie, carte, orti, acque, nebbie e inchiostri. Qui cito solo alcuni nomi fosforescenti per Munaro: Pasquale Di Palmo che ha firmato la prefazione, Stefano Strazzabosco che ha tracciato la postfazione, Italo Lanfredini destinatario di una dedica, Alberto Cappi e l’indimenticabile Gianfranco Maretti Giardini. Ho nominato alcune impronte nominali che hanno tatuato il corpo e la poesia di Marco Munaro. Questo per significare quanto in questa opera sia ricchissima e urgente la vitalità della riconoscenza verso una bellezza umana e territoriale che ha determinato il destino del poeta di Rovigo. Volti passati e presenti entrano e escono nel canto e dal canto, perché tutto si impasta in una battigia lirica di acqua e terra finissima, di luce cangiante smerigliata nel riflesso, incantevole dentro una benedizione colta in stupefazione. Questa è l’identità di Marco Munaro, qui esposta con libertà, con scioltezza, quasi in corsa innamorata, al punto da assorbire e conciliarsi con il proprio dolore e con quello vasto e profondo dell’umanità. 

Il dolore degli uomini, il peso dei fatti, dei gesti, dei distacchi, così come quello dello spazio nelle sue trasformazioni, a volte devastanti. Malgrado tutto, il poeta cantando resiste, sempre più spogliato e quindi più leggero. Della leggerezza calviniana. Anche nell’uso della lingua, Munaro apre, dilata la lingua in affacci di dialetto e di latino, con l’amato Ovidio. 

L’odore del bosco permane e abita le narici del poeta, evapora dai suoi versi, malgrado il popolo degli alberi sia diventato la città di Rovigo. Questa vertigine di tempo e spazio vibra sonoramente nella polpa armonica della poesia di Munaro, tra la luce degli ori e della ruggine. La ruggine del passaggio, che sfonda la morte in compresenza.

Anna Maria Farabbi

 

 

Marco Munaro, Ruggine e oro-  Il ponte del sale 2020

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Altri riferimenti relativi alla presentazione del testo

https://www.teatrodellemming.it/marco-munaro-2020

Lo spartivento n.94 

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