MONUMENTO ALL’ELVEZIA- “La chiave nel latte” di Alexandre Hmine – Note di lettura di Lucia Guidorizzi

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A volte il caso offre doni inaspettati. L’anno scorso mi trovavo a visitare la Biblioteca Querini Stampalia con un gruppo d’ingegneri per apprezzare gl’interventi architettonici compiuti nel palazzo da Carlo Scarpa, quando ho visto che in una sala c’era un incontro nell’ambito della rassegna internazionale di letteratura “Incroci di civiltà” che si tiene ogni anno a Venezia: ho abbandonato il gruppo e sono entrata nella sala per seguire l’incontro di cui era protagonista Alexandre Hmine, autore del romanzo  “La chiave nel latte”.

Mi sono trovata subito dentro una situazione che mi ha coinvolto a tutti i livelli, sia per il valore letterario dell’opera, sia per il contenuto della vicenda, sia per la qualità umana dell’autore che ho avuto la fortuna d’incontrare. E’ un romanzo la cui lettura lascia il segno e la cui vicenda continua a lavorarti dentro, come accade sempre davanti alla letteratura di qualità.

E’ la storia di un bambino, figlio di una ragazza giovanissima che fugge incinta in Svizzera dal Marocco e che, dopo aver partorito, affida il figlio ad una  vecchia vedova di nome Elvezia che lo cresce nel Canton Ticino: le due lingue del bambino saranno perciò l’italiano ed il dialetto locale.

La grande eroina di questo romanzo è l’Elvezia che si staglia con la sua presenza adamantina in tutto il romanzo: è una donna che con la sua ruvidezza, le sue ombrosità e la sua intensità inespressa domina la scena, diventando un grande personaggio letterario. Sarà lei ad offrire al bambino quel radicamento, quella presenza costante, quella sicurezza affettiva di cui necessita.

“Sono inginocchiato sul tappeto del tinello e allineo letterine colorate, quelle con la calamita, nella speranza di riuscire a comporre una parola. Un regalo, non so di chi. Seduta sulla poltrona, accanto alla stufa, l’Elvezia legge la Libera Stampa. Prima di voltare le pagine si inumidisce la punta del dito. Ogni  tanto scosta il giornale e piega il collo per guardarmi da sopra le lenti. Dalle finestre entra la luce pomeridiana. 

Rovisto nel mucchio, sollevo un pezzo, lo studio per decidere se tenerlo e in quale posizione appoggiarlo, richiamo l’attenzione dell’Elvezia e le chiedo che cosa ho scritto. Mi ha consigliato di formare parole corte – quattro, al massimo cinque lettere – e di usare le vocali, ma io spesso compongo sequenze lunghissime zeppe di consonanti. Non le do retta perché mi piace la sua reazione quando il risultato è impronunciabile.

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Ride di gusto, scuote la testa e dice:

“No, nan, mia inscì.”

Allora io rimescolo le lettere e ricomincio: consonante, vocale, consonante, vocale.

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L’Elvezia osserva. Legge e corregge.”

Le opere autobiografiche sono difficili perché richiedono da parte dell’autore la capacità di mettersi a nudo, esponendosi in tutta la propria vulnerabilità e la sincerità è una condizione imprescindibile per poter evitare derive narcisistiche od intimistiche che potrebbero annoiare o infastidire il lettore. 

Alexandre Hmine riesce appieno nel suo compito, raccontandosi in modo oggettivo, distaccato, quasi minimalista, senza mai indulgere o caricare troppo la narrazione. Essendo vissuto nel Canton Ticino ed avendo studiato Lettere all’Università di Pavia, ha molti autori di riferimento italiani tra i quali Giuseppe Fenoglio, Primo Levi, Mario Soldati, Luigi Malerba, Michele Mari, Vitaliano Trevisan. Fra gli stranieri invece, i suoi preferiti sono David Foster Wallace, Paul Auster, Thomas Bernhard, Cormac McCarthy, Orhan Pamuk e Josè Saramago: già dalla lettura di questi nomi si comprende come la sua formazione letteraria sia stratificata e complessa, anche se l’autore dichiara che non pensa di poter ispirarsi a loro ed afferma che i modelli a cui guarda più spesso li trova in poeti come Umberto Saba, Vittorio Sereni,  Eugenio Montale dei quali ammira l’estrema precisione ed il ritmo.

Le pagine del suo romanzo infatti sono nitide e procedono con un ritmo musicale per piani di sequenze quasi cinematografiche.

“Riconosco quel bianco! Il vetro smerigliato tanto bianco! Attraverso il corridoio e mi affretto a spalancare la porta. Lo strato di neve caduto durante la notte è più basso di me. Il cortile, un ostacolo insormontabile. Vedo le punte delle inferriate, non il muretto. Respiro l’aria pura, fermo sullo zerbino. Mi chiedo come farò a raggiungere la fermata dell’auto-postale.

Chiamo l’Elvezia, che venga a vedere.

Non sente. La raggiungo in cucina.

Ha già visto, dice che provvederà a spalare la neve più tardi.

Ma come?

“Gh’è mia pressa” mi rassicura. Tanto oggi le scuole restano chiuse.

“Dabon?”

Poi esulto, come quando segna Kenta Johasson.”

Il bianco della neve, del latte, di Casablanca, attraversa le pagine del romanzo, creando luminosi ed algidi cammei narrativi. L’identità del protagonista è sempre disattesa dalle aspettative degli altri su di lui che si aspettano una maggiore aderenza da parte sua a degli stereotipi facilmente riconoscibili e perciò rassicuranti. Ed è invece in questa disappartenenza che si radica l’identità del ragazzo, che si identifica piuttosto con cartoni animati, videogames, personaggi del mondo calcistico o autori della grande letteratura che con un’etnia, una religione o una nazione, rivelando quanto i confini identitari siano labili ed incerti per tutti.

Crescendo, il ragazzo torna a vivere con la madre, che nel frattempo si è trovata un nuovo compagno e che ha con lui una figlia: tutto questo crea tensioni conflittuali  e gelosie nell’adolescente. Nel frattempo l’Elvezia, divenuta vecchia, prende atto con dolore di non avere più la forza di accudirlo. Questo distacco crea una profonda e dolorosa cesura nel libro, che viene raccontata magistralmente. 

“Adesso l’Elvezia è seduta sulla poltrona. I suoi occhi umidi e gonfi, continuano a sfuggirle verso l’alto. Anch’io cerco rifugio altrove. Sulle sue gambe emaciate. Sul rettangolo rosso arancio di fuoco della stufa che ha riscaldato tanti inverni e ora sbuffa.

Non riesce a dirla. Quella frase che da ore, da giorni, da mesi invade ed obnubila la sua mente stanca. Non vuole ferirmi. Lo sappiamo entrambi. Nessuno dei due vorrebbe essere lì. Ci piacerebbe rinviare ancora questo momento, fantasticare una realtà diversa. Una realtà irreale, miracolosa, che vince la morte, zittisce spacca annienta l’inevitabile necessario.

Invece restiamo lì, in silenzio.”

Nel libro c’è un rigoroso lavoro di anamnesi, di recupero di frammenti di memoria che fanno affiorare i ricordi più intimi e più remoti, legati alla percezione dei luoghi e degli oggetti. Ci sono delle pagine molto belle ed intense che riescono a condensare in poche immagini tutto un vissuto emotivo senza parlare di emozioni, ma attraverso lo sguardo sui luoghi, sulle persone, gesti e posture e sulle cose.

Grazie all’indimenticabile figura di Elvezia, il bambino, l’adolescente e poi il giovane uomo, riuscirà a trovare un punto di riferimento, un ancoraggio ed un equilibrio che gli permetteranno di radicarsi e di realizzare i suoi obbiettivi nel lavoro, con l’insegnamento della lingua italiana e nella scrittura.

Dopo averlo letto, le sue pagine si sedimentano in profondità e vengono interiorizzate dall’immaginario dei lettori come riescono a fare solo le pagine di autentica letteratura

Lucia Guidorizzi

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Note sull’autore

Alexandre Hmine è nato a Lugano nel 1976. Dopo aver conseguito la maturità presso il Liceo 2 di Lugano, si è laureato in Lettere all’Università di Pavia. È stato redattore per la RSI, ha collaborato col settimanale “Azione” e dal 2004 insegna italiano nelle scuole superiori del Cantone, dal 2011 al Liceo 1 di Lugano. “La chiave nel latte”, il suo romanzo d’esordio, ha vinto il Premio Studer/Ganz 2017 per la migliore opera prima.

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Alexandre Hmine, La chiave nel latte–  Cappelli editore 2018

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