L’INVENTARIO di Fernanda Ferraresso Haziel – Note di lettura di Adriana Ferrarini

joselito sabogal

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Penso alla pesca miracolosa, alla fatica di quegli antichi pescatori che dopo aver tentato invano per tutto un lungo giorno di tirare su qualcosa da un mare avaro, con le braccia e la schiena esausta si lasciano persuadere a gettare ancora una volta le reti e restano sbalorditi dall’abbondanza di ciò che tirano su. La poesia di Fernanda Ferraresso mi sembra così, un inesausto ascoltare saggiare provocare le parole perché rispondano svelando il segreto, gettando le reti in acque in cui si incagliano scorie, detriti, “macerie”(pag. 21),“avanzi di storie”(pag. 15), “cianfrusaglie”(pag. 1), parole loquaci che si ammonticchiano, crescono l’una sull’altra, si sommano e assommano, si elidono, ma la voce poetica che le attraversa non scarta, né mette da parte nulla, semplicemente coglie accoglie raccoglie in un crogiolo incandescente che è mimesi della vita nella ricerca infinita del “segreto linguaggio”, “la lingua universo” “senza nomi senza verbi senza discorsi”. La trasformazione investe le parole travolgendone il senso, per cui “il segno si fa sogno”, “neghiamo diventa anneghiamo”, “i capitoli si trasformano in capitolazioni”, “le viole si convertono in violazioni”, e così via, in un continuo reinventarsi del linguaggio, che dà vita a immagini prodigiose, quali “i segni in terra i cocci il verde mi spericolano gli occhi” a pag. 9.

Ho parlato di rete, parola che ci rimanda a un mondo legato ad antiche ritualità, ma anche al presente interconnesso in cui tutti noi navighiamo, il mondo che ritorna nei versi e nei racconti di Fernanda ha in effetti il sapore di ciò che è antico, nel senso di autentico, originale, come i campi, gli alberi, “l’oceano di fiori e di erbe”, il fiume, ma anche la dolorosa estraneità del presente, la sua sofferenza indifferente, l’antico e il primordiale si intersecano con il contemporaneo, rivelando una comune appartenenza al mistero che impregna le nostre vite.

Lungo questo fluire vertiginoso di parole creatrici, alfabeti e tastiere, di domande e racconti, avanzano personaggi che vengono da lontano, come la pecora, la vecchia nutrice, il vasaio, edipo, archetipi che irrompono quietamente nell’indaffarata quotidianità come se quello fosse il loro posto da sempre, entrano in un cono di luce e così magicamente come sono apparse, svaniscono. Rivelazioni? Epifanie ctonie? Frammenti di memoria? Di mito? Certo che la metafora del teatro, con le sue scenografie, le scene, il sipario è ricorrente in queste pagine che si interrogano e ci interrogano sul tempo: “Il teatro non si ferma. Non si ferma mai” afferma la vecchia nutrice” (pag 45). “Dovunque si forma uno sfondo, lì, ha inizio un racconto, e la perdita nel dove” leggiamo in “Dove e quando” e, poco più avanti, “Il dove inventa lo spettacolo, fa di noi la scena”.

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joselito sabogal

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Tutto si mescola in un processo di trasformazione incessante in cui niente è fermo, niente è, se non “questa evoluzione che chiamiamo tempo” (pag.27). Come nelle Metamorfosi di Ovidio, le cose, gli esseri fluiscono uno nell’altro: dal ragazzo al fiore, da un’orsa a una costellazione, da figlio di un dio a un fiume.

Così anche la luce e la notte si alternano in un dialogo che vorrei dire cosmico e feriale nel contempo, ma è la notte “il mio ricovero sicuro, il mio varco certo “ (pag. 17), la notte che erompe in una lirica di grande bellezza “prendimi adesso notte”(pag. 80), e la luce stessa appare “disegnata in un buio cosmico”(pag. 53).

C’è un piacere che percorre queste pagine, un divertimento leggero, una grazia di domande che non aspettano risposta, una scrittura fitta di interrogativi, esclamativi, corsivi, esortativi, imperativi dove il tu è ricorrente, i pronomi personali si fondono,l’io e il noi e il tu non più incasellati nei loro spazi chiusi, ma svelati nella loro provvisorietà, c’è un lussureggiare della lingua che spazia sfogliando tutti i vocabolari, c’è il piacere infantile di giocare con le parole invertendole, come con OGOLORP, “la creatura lombrica con due teste”, frazionandole, scoprendole come se fossero nuove e infatti tornano nuove, e c’è insieme una sapienza antichissima che sembra approdare, dopo un lungo viaggio (ricordo che le parole sono viaggi per la poeta) a un “finalmente” che mi appare una delle parole chiave de L’INVENTARIO: “finalmente vivi il tempo che intero goccia/ dalla cecità dei tuoi occhi, affermano gli ultimi due versi della poesia d’apertura; “finalmente senti, seguito da “sentirti, finalmente, una stagione, senza fine, leggiamo in “Dove  quando”; “Vedi, finalmente tu vedi” in “La terra o la storia di Ologorp; “In attesa di una rivelazione/ dove finalmente appare; “E tu, finalmente sei, quell’abitato silenzio inNella torre degli avi; “In me finalmente ho visto il lato nascosto”, afferma la voce di “Dunque dentro al petto”.

Concludo queste brevi note che tentano, senza riuscirci, di spiegare la bellezza e la forza di seduzione di questa raccolta individuandone i temi, cioè le frasi musicali e i loro intrecci, con una lunga citazione dalla parte centrale “Nella torre degli avi”:

“Eppure vive, dovunque vive, una favola che è storia di tutte le storie. Noi, infanti di questo universo senza età, di cui costruiamo innumerevoli teorie, alambicchi di favole matematiche, astrofisica dei sogni che si semina in un trifoglio, in un baccello di pisello, nel tubero della patata, nei pomi d’oro di un eden che ogni giorno mangiamo nutrendoci di altrove”. Tutto è uno e ogni cosa è tutto, ma l’incanto del baccello, del tubero, della loro esistenza voglio dire, è inesauribile e la parola poetica che li nomina ogni volta lo rinnova. Questo per me significa abitare “dove la favola era la nostra parola”.

Adriana Ferrarini

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joselito sabogal

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Da L’Inventario, di Fernanda Ferraresso Haziel

 

Si aprì la notte nel buio della carne e nei capelli depose fasci
di parole mai udite.
Strinse le stelle in un sussurro vivo e un seme fecondò il corpo di braci illuminò la fronte di creste altissime bianche e
cristalli risuonarono sulla pelle, un tocco sconosciuto,
una mano soccorse tutto il corpo tessendogli un abito
di spazio, tutto si fece distante e prossimo.

 

prendimi adesso notte
prendimi adesso
vieni come un treno in corsa
mentre aspetto che questo giorno
lasci il passo al tuo arrivo
fatti sentire fammi impazzire per tutti i tuoi colori
dentro il mio sangue netta mostrami la traccia e stringimi accerchiami
fa che in quella stretta io comprenda
tutto il fuoco che hai bruciato in me
i desideri per cui sono rimasta in vita
il banchetto dei sogni a cui mi sono nutrita

non avvisarmi notte
solo un suono appena un fischio dentro l’orecchio
e il cuore in picchiata
il mio nel tuo senza che io possa tornare indietro
senza che io possa pensarci un attimo

prendimi notte fammi perdere il controllo
sono stanca di sentirmi così vecchia
un mucchio d’ossa di metallo
dentro anche se scricchiola
ho un pavimento di azzurro e cobalto che turbina

vieni non spegnerti stasera
prendimi come sei solita fare
l’amore lo so è sempre una battaglia
e spesso ti crepa il cuore
ma tu vieni

prendimi notte
camminami incontro
non mi farà paura il tuo viso
oscuro e chiuso è sempre stato
il mio sguardo sul futuro non ha mai
varcato il mio respiro anche se
a volte mi è capitato di precipitarci
ogni volta che m’innamoravo
ogni volta che con gli occhi chiusi
dentro di te mi nascondevo

prendimi notte prendimi fa in fretta adesso
oppure aspetta ancora un poco
quello che basta per mostrarmi
cosa c’è davvero dietro il prossimo trillo del telefono
nella riga di una lettera non ancora arrivata
nel mio letto in cui sto rintanata
nel viaggio che ogni volta mi trasporta oltre la mia stanza
e avanti a me di un passo mentre trovo te
che mi riporti al mattino

prendimi notte
fatti luminosa fatti sfiorare un poco
e come gli amanti baciami la bocca
stringimi forte ancora
un’altra volta ancora.

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joselito sabogal- el averno

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deglutire e ancora deglutire
questi tempi questa avida crudeltà idiota
e i morti, che camminano da un prima dimenticato
a questo cartoccio stropicciato di parole senza senso
camminare tra loro e noi che in fretta traslochiamo
come da un luogo scordato a questa stanza
dove l’istanza è la stessa e non si cancella la traccia
non si ascolta la polvere che siamo
non si prende congedo dal baccano che facciamo
non ci accorgiamo che il vento ci trapassa
bisbiglia il vento passa, oltre ogni nostra porta e
strada ci facciamo una strettoia, dove l’io si scortica ed esala
questa la fine della storia un’ombra solo un’ombra disegnata
una nuvola che passa

E tu che vieni cosa vuoi? Mi porgi domande, solo domande e sono le tue stesse storie.
Te lo ricordi? Te lo ricordi l’oceano? Quel pacifico senza altra lingua che una spoglia infinita? E’ la nostra corsa,
lasciata sulla riva, tra legni bianchi, calcinati dal sole, sbrecciati dal vento e le nostre parole, volate altrove.

 

Te lo ricordi? Lo chiamammo il nostro guscio, quel suono, continuo, quelle lunghissime onde e la sabbia che cantava sotto i piedi. Ce ne eravamo innamorati subito, perché ci vedevamo noi stessi, il desiderio di essere, quell’infinito mutevole scorrere.
E tutto il tempo che lo abbiamo percorso, scendendo da nord lungo la costa, lo abbiamo guardato come guardando noi stessi nell’altro. Vedevamo qualcosa, senza tempo, o che non aveva più tempo, che pure era un corpo, morbido, languido. Sussurrava o gridava, ora spargendo luce, ora inghiottendoci nelle sue nuvole di vapore.
Onde e rilievi di sabbia, conchiglie e chincaglierie di vetri arrotondati, smussati, coagulati altri luoghi. Un’immensa cristalleria a colori, in un oceano mai pacifico. Onde come versi, sensi e parole di una poesia che infrangendosi, come i vetri ci corrodeva, ci infliggeva un dolore ma anche una felicità inattesa, da una distanza percepita, qualcosa che sentivamo nascostamente rimontare quelle onde e raggiungere la nostra riva.
Tutto, tutto ciò che vedevamo era nostro, il nostro tempo. Presente e futuro. Tutto il tempo che chiedevamo. Frantumato, sfilato tra le sabbie e le rocce, i legni e le nostre facce, anch’esse onde che si muovevano, tra luci e ombre che nessuno diceva all’altro, perché significava rinunciare, rinunciare ad una forma, persino a quella dell’onda, che sulla riva lascia la sua corsa.
Ti ricordi? E, ora, capisci? Noi dimoravamo in quell’oceano, abitavamo lo stesso regno e in quello avevamo una parentela senza dimora. Era la nostra coscienza, l’oceano. Una strada, tutte le strade che brillavano verso di noi, e ci chiamavano, da ognuno di quei frammenti.

 

come una marea
da giorni sulla linea che si sfrangia su un litorale abbandonato
la vedo arrivare, lenta, continua
da giorni l
a osservo da vicino spostandomi come un granchio
ora avanti ora indietro correndo
inseguo l’equazione
di un procedimento complesso, io e il mare, la forza del mare
i mutevoli cambi di vento

l’assetto topografico delle nuvole, il calcolo combinatorio
di piccole conchiglie lasciate sulla spiaggia, il segno salino
di un’onda che abbassa la quota della sabbia

continuamente erodendo con lei il legno bruciato dal sole e l’osso ormai sbiancato
evoca un canto nel salire e poi scendere dell’acqua
seziona i quarzi di una bottiglia franta, il tema delle alghe
e lo stato emotivo dei gabbiani in caccia tra le creste del mare come un caos di rocce

su cui poggiare momentaneamente le zampe e poi svolare
altrove disegnando una forma musicale uno spartito alare
una geopoesia monumentale che mai si arena
e mai si estingue
forse si nasconde per una solitudine viscerale e invincibile
anche le onde
nutrono
il fondo di ogni duna
tra le pareti
d’acqua una solitudine solare
una sottile performante ondata elementale

nasce ogni cosa e la muore componendo l’uguale
l’inventario dell’originale itinerario della sorgente
il solitario diamante che canta nella gola di ogni essere
quel tutto che è un quanto e resiste al suo spiegarsi e spegnersi.

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Fernanda Ferraresso Haziel, L’INVENTARIO- Terra d’ulivi Edizioni 2019

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