TRITTICO DELLE FORBICI- Adriana Ferrarini

 

I

Le forbici di Olga

Prova solo a pensare a tutte le forbici che in questo preciso momento stanno tagliando: della carta o del tessuto, lo stelo di un fiore o un filo elettrico, un mazzetto di erbe aromatiche o una spessa lamiera, pensa a quante stanno accorciando unghie, spuntando capelli, incidendo un’epidermide, recidendo un muscolo. Spuntano, accorciano, potano, recidono, tranciano, trinciano, recidono cordoni ombelicali. Pensa a quante lame si serrano e si riaprono con un alternarsi che rievoca quello del battito cardiaco o della respirazione. Quanti fili taglia Atropo ogni giorno.

Quando Olga taglia un tessuto, sembra entrare in uno stato di trance, un’assenza vigile e intera in cui del mondo le arriva solo un brusio: il fruscio della carta velina che ha appuntato con gli spilli alla stoffa. E le lame entrano implacabili nel tessuto, tranciano quei fili indocili che sono stati educati e disciplinati a unirsi gli uni agli altri e quindi a intrecciarsi, passando attraverso i fili dell’ordito. Un universo ordinato dove si apre il regno ampio delle possibilità: un vestito che faccia sognare, una giacca nuova perché il tempo la usuri, un completo da sposo. Il tessuto è un’aspirazione. Forse ogni cosa, compresa fino in fondo, lo è.  Ogni forma è una negazione: ci avvicina e ci allontana dall’oggetto del nostro desiderio. Come le due lame: si uniscono e dividono e viceversa.

Olga ha il metro al collo, come un sacerdote la stola e prima di impugnare le forbici, si fa il segno della croce. Poi procede senza tentennamenti, dando via al suono delle due lame che penetrano nel tessuto, fendono una pezza di seta liscia come un mare in bonaccia,  si aprono la via nella lana corposa, in un lino sgualcito.

Sono semplici forbici da sartoria, eppure il loro manico ricurvo rivela l’attenzione ad assecondare il movimento di chi le utilizza e la punta smussata quella di favorire la presa del tessuto impedendo sbavature sulle cuciture. Quanta minuta attenzione c’è dietro ogni oggetto che usiamo senza pensarci.

Un affezionato cliente di Olga, un uomo elegante che ad ogni stagione viene da lei per farsi confezionare una giacca o un abito nuovo, le ha parlato dell’odio delle cose. Noi o loro ci odiano? ha chiesto Olga leggera, mentre gli prendeva le misure: con preoccupazione lo vede dimagrito di volta in volta. Le cose continuano a vivere, le ha risposto lui e ha accennato alla tovaglia di fiandra sopravvissuta alla moglie.

In effetti, Olga ha riflettuto, quanto sanno di lei le scarpe che indossa ogni giorno? La nostra intiminoncurante con gli oggetti quotidiani è compensata dalla loro indifferenza. Il fatto è che le nostre mani non stanno mai ferme e ne nascono cose e cose e cose. Quelle di Olga hanno i polpastrelli callosi e sensibilissimi. Al tatto sa riconoscere la grana di qualsiasi tessuto.

Stanotte Olga ha fatto uno strano sogno. Mentre guarda la neve scendere leggera e silenziosa sul quadrato di campagna che ha ancora di fronte, sulla strada e sulle macchine posteggiate davanti al suo atélier, le viene in mente di colpo il sogno. Con ali bianche come quelle di un’oca, ma immense come solo le farfalle, lei volava in un cielo buio e luminoso e sotto di sé vedeva una pioggia di petali. Sembra la processione del Corpus domini, si diceva in sogno. Ne provava dapprima stupore, poi paura: il suo volo si faceva sempre più incerto e faticoso, il suo corpo più pesante e mentre precipitava vedeva la forbice d’argento che tagliava la punta delle sue ali, proprio come faceva suo zio alleanatre.

II

Le forbici di Allah

L’aria ancora vibrava del canto del muezzin e nel cielo di un cupo turchino sulla cupola a cono della Moschea già brillava Tariq, la stella della notte, colui che bussa alla porta. Una sottile falce di luna era appesa sotto di lei, come un bilancino. Presto la cupola e i tetti e il minareto, tutto sarebbe scomparso, inghiottito dalla nottecon le sue innumerevoli stelle e tra le loro piccole luci mai ferme la luna avrebbe iniziato il suo viaggio mentre lento il cielo si avvitava su di sé. Come i dervisci del suo amico, Jalāl al-dīn Rūmī, che senza posa roteavano il cerchio della loro veste bianca fino a raggiungere l’estasi divina.

Era stata una calda giornata e mentre nelle stanze piano piano si spegnevano le luci e poi anche le voci dei bambini e dei servi e ormai si sentiva solo il ritmico zufolio dei grilli, pulsante come la luce delle stelle, Abū al-Ma’ālī Sadr al-dīn Muhammad b. Ishāq al-Qūnawī, seduto su un cuscino sotto il portico della sua casa, assaporava il fresco della notte e le brevi folate di vento che portavano con sé il profumo delle pesche e delle albicocche mature.

Qūnawī il maestro che per tutta la sua vita aveva cercato di tenere insieme l’est e l’ovest, la via che conduce all’ubriachezza e all’estasi e quella che porta alla scienza e sobrietà, e avevastudiato l’astronomia e la matematica e mandato a memoria migliaia di versi di poeti mistici, ora che sentiva avvicinarsi la morte, il triangolo con la punta all’insù, meditava sul viaggio notturno del profeta.

«Fratello mio, Gabriele, perfino in questo luogo l’amico si divide dall’amico, il fratello dal fratello? Perché mi abbandoni? Perché rimani indietro?» Così Mohammed si dispera quando vede l’arcangelo che, dopo averlo condotto attraverso i cieli, lo abbandona.

«Mi rammarica molto restarti indietro. Lo giuro su colui che ti ha inviato con la Verità e ti ha reso Profeta: ciascuno di noi ha un luogo assegnato e se qualcuno andasse oltre il suo luogo, si incendierebbe nella Luce». E il Profeta allora si portò le mani al viso, e il terrore e lo spavento si impadronirono di lui.

Quello stesso vuoto pauroso aveva travolto il piccolo Qūnawī alla morte del padre, e un altro vuoto che era lo stesso, ma ancora più grande, quando anche Ibn ‘Arabī, il suo maestro se n’era andato. Con due settimane di ritardo gli era giunta la notizia: tanto c’era voluto al cavaliere per percorrere il gelido altopiano desertico da Damasco a Konya. La vita non era che un procedere di scomparsa in scomparsa, di notte in notte, nella luce che intesse il buio, affinché ognuno arrivi a comprendere che ogni cosa è in ogni cosa, kullu shay’in fī kulli shay’, dio è nella saliva di un asino come nel più sublime verso.

Gabriele mi strinse a sé proteggendomi con l’ala continuava il racconto. E Mohammed proseguiva da solo attraverso i settantamila veli di smeraldo e di broccato di seta, di luce e di buio, di muschio e d’ambra, aldilà del velo del fumo e della perfezione e dell’immensità fino all’ultimo velo, la singolarità.

Il filosofo era così immerso nella sua meditazione che non udì il passo leggero della figlia. Sentì il calore dello scialle di lana che la ragazza gli appoggiava sulle spalle, la delicatezza delle sue mani, il profumo del the alla mente che aveva appoggiato ai suoi piedi.

Nel silenzio in cui la casa e tutta la città si erano consegnate al sonno, la mente del filosofo vagava dalla veglia a quello stato intermedio in cui le immagini si sfaldano e si ricompongono, come si si stesse sporgendo sull’orlo estremo del sogno, senza mai arrendersi al sonno.

In questo stato sospeso vide una lenta pioggia di petali bianchi scendere dal ventre nero della notte e il luccicare di lame d’argento.

La mattina dopo Qūnawī, dopo la preghiera, prese un grande foglio bianchissimo lo piegò a metà e con le lunghe forbici istoriate lo divise in due, quindi intinse il calamo e riprese il suo commento ai 40 detti del Profeta. E scrivendo vedeva le forbici del Non che tagliavano centomila piume dalle ali dell’arcangeloGabriele, le forbici del Non che precedono il nome di Allah ecostringono l’arcangelo a fermarsi. Non c’è altro Dio.

لَا إِلٰهَ إِلَّا ٱلله

lā ʾilāha ʾillā llāh

III

L’incendio

Le più belle erano quelle persiane: imperscrutabili nella loro foggia a uccello poggiato a terra con il lunghissimo becco istoriato proteso verso l’alto e gli anelli nascosti sotto al corpo. Poi c’erano quelle uzbeke fatte apposta per recidere un cordone ombelicale: a forma di cicogna con il collo piegato all’indietro, se le aprivi vedevi un bambino in fasce intagliato all’interno dei manici. Equelle arabe da calligrafo in acciaio cesellato con le maniglie a goccia e le affusolate lame damascate oro a motivi di fogliame intrecciato. Insondabili forbici di manifattura spagnola che chiuse erano pugnali dall’elsa dorata e la lama affilata, forbicine inglesi da ricamo con l’impugnatura cesellata come un pizzo, forbici a forma di pesce, di farfalla, di coniglio, con gli anelli grandi e tondi come le orecchie di un elefante, forbici  vichinghe da impugnare come una tenaglia, forbici d’oro, d’argento, in ferro e in acciaio. Da baffi, da candela, da sarto, da cucina, da chirurgo, da giardiniere, da toelette, con le punta lunga, corta, obliqua, ricurva.

Richard Wilcott, un commerciante di grasso di balene e spermaceti le cui navi avevano solcato l’Oceano gonfiando le sue tasche di denaro, era arrivato a possedere la più sontuosa collezione di forbici del suo tempo.

All’interno del Crystal Palace,  la favolosa serra messa in piedi in quattro mesi per contenere le meraviglie di tutto il mondo, gli era venuta lispirazione. Aveva percorso i mari in lungo e in largo, non c’era più molto che lo potesse sorprendere. Così là dove i visitatori si assiepavano curiosi ed estasiati davanti al Koh-i-Noor, il più grande diamante del mondo o al gigantesco telescopio, alto più di un palazzo di quattro piani, le donne con le loro vesti gonfie e colorate come uccelli tropicali, gli uomini compassati e neri come corvi, lui procedeva oltre. Ma davanti alle teche in cui le manifatture di Sheffield esponevano eleganti forbici di un acciaio così lucido da brillare come ghiaccio al sole, lui rivide quella luce azzurra scomparsa assieme alla sua infanzia e comprese a cosa gli sarebbe servita la fortuna che aveva messo insieme in quegli anni.

Un paio di forbici aveva distrutto la sua famiglia: quella collezione avrebbe dimostrato che non aveva avuto paura. Perché quando sua madre si era scagliata contro il marito brandendo le forbici da cucina sporche del sangue dei merluzzi appena incisi, gli era accaduta una cosa strana: mentre vedeva il suo mondo andare in frantumi – piccole acuminate scaglie che nessuno avrebbe più potuto rimettere insieme – una parte di lui si librava dall’alto e di fianco e obliquamente, come spettatore muto, e nella luce azzurra che fluiva lenta e radiosa dalla finestra e colpiva le lame facendole brillare, vedeva un bambino – lui stesso – che cercava disperatamente di trattenerla e suo padre che, nel fare un passo indietro, batteva la testa contro il marmo grigio del piano di lavoro. C’era una luce che emanava dai corpi, percepiva il loro odore, quello di sua madre era l’odore della lana bruciata. L’odore dei pesci appena inciso. Odori insopportabili, ma lì niente lo era. C’era un luogo, imparò in quel momento, dove delle urla dei pianti non giungeva nessun suono. Gli eventi accadevano senza generare onde. La superficie restava liscia e tutto era pervaso da una luce azzurrina.

Chiamò Light Blue quello stato di estraniamento. In Blue poteva parlare senza aprire la bocca, i suoi pensieri diventavano parole e le cose gli rispondevano. Sentiva le loro voci. Il pianto non era diverso dal riso: solo suoni. Quello stato di silenziosa assenza lo protesse negli anni dell’orfanotrofio, e poi per le vie brulicanti di Londra, ma con il sopraggiungere dell’adolescenza era svanito, senza lasciare traccia. Ormai avanti negli anni, in mezzo a un vociare petulante di folla, l’aveva ritrovato.

Per contenere la collezione che si arricchiva di giorno in giorno, si fece costruire teche di legno e vetro uguali a quelle che al Crystal Palace proteggevano il Koh-i-Noor, con il fondo foderato di seta blu e delle lampade a gas a illuminare gli interni. Gli mancavano solo tre pezzi per giungere a diecimila quando, durante una notte, da una di quelle lampade che un servo non aveva spento, divampò un terribile incendio, nel quale lo stesso Wilcott perse la vita. Delle forbici ben poche si salvarono.

La piccola bottega di Olga in un paese di pianura da tremila anime, il giardino profumato di una elegante dimora nella città che era all’epoca la capitale del sultanato di Rum, un cacciatore di balene alla prima Grande Esposizione Universale: qual è il legame tra questa storie? Gli umani passano e le forbici, come tanti altre cose, passano di mano in mano. Continuano a tagliare. È forse questo?

Non tagliare forbice quel volto, dice il poeta.

 

Adriana  Ferrarini

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