L’OCCHIO ALLA FINE DEL CANNOCCHIALE- Milena Nicolini: “Ascoltando il battito cardiaco nella sordità”, colloquio con Clarissa Bartolini, Quaderni a cura di A. M. Farabbi

paul caponigro

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E’ necessario, dice Clarissa Bartolini, “proclamare la diversità di ciascuno come ricchezza” perché “ciascuno di noi è responsabile ‘del noi’ ”. E’ straordinario che questa affermazione di valore per la ‘diversità’ venga da parte di una donna che vive una disabilità delle più difficili ed emarginanti socialmente, perché “invisibile”: la sordità. Che non si vede, in effetti, se non per un contatto diretto, ma che può essere ben più devastante di altre forme di disabilità. Invisibilità che spesso conduce a dolorose situazioni, ed anche a  scelte, di chiusura tanto personale quanto istituzionale. Quella che Clarissa chiama la ‘cultura dei sordi’ è un modo diverso di rapportarsi col mondo e con se stessi, più attraverso “il linguaggio del corpo” che quello della parola. I non udenti per appropriarsi della lingua degli udenti devono scegliere – sempre che sia data loro questa possibilità – di affrontare un percorso difficile, lungo e costoso; non certo spianato dalla società, quando invece si tratta di un’appropriazione necessaria per arrivare non solo a potere interpretare e decifrare intellettualmente il mondo, ma anche per avere gli strumenti necessari a conoscere se stessi. Spesso, infatti, non avendo una “sufficiente conoscenza della parola”, è carente in loro la capacità di “analisi e elaborazione delle proprie esperienze” per cui molti “accedono a fatica dentro sé stessi. Dentro le proprie emozioni”, così che a volte “comprimono le loro emozioni e, non sapendole pienamente elaborare, reagiscono per il loro stato di sofferenza comunicativa con manifestazioni nervose che vengono malintese”. Troppo spesso i sordi sono incapaci di descrivere e quindi di denunciare le violenze che subiscono: perché non hanno le parole per dirle o non conoscono le emozioni che li sconvolgono, perché non riescono a valutare l’entità del male subito, oppure perché hanno di fronte interlocutori davvero sordi alle loro manifestazioni emotive. Non si tratta solo del fatto che i sordi tendono ad esprimersi maggiormente col corpo, che “comprendono per immagini, per figure” e nemmeno della particolarità della Lingua dei segni – peraltro assai ostacolata nel suo diffondersi, essendo gravissima la carenza di luoghi per l’apprendimento rivolto ad udenti, che sarebbe un mezzo importante per favorire la comunicazione coi sordi e quindi un loro più efficace inserimento sociale – quanto del fatto che i non udenti “non conoscono totalmente la dimensione delle parole”, hanno quindi difficoltà tanto a comprendere un testo complesso, (ma spesso anche “email, circolari, normative”), a volte anche solo a leggere e scrivere, quanto ad elaborare un discorso che spieghi fino in fondo, che motivi, che ricostruisca un evento: difficoltà che si traduce non solo in fatica a proporsi, a difendersi, a motivarsi, ma anche in impossibilità a partecipare pienamente ai progetti, all’invenzione, alla direzione della vita sociale e culturale. Perché i sordi, ci dice Clarissa, se messi in condizione di poterlo fare, amano e sanno fare l’arte, sanno pensare, sanno scegliere e decidere: umani proprio come gli umani. Occorrerebbe una enormemente maggiore disponibilità della società ad aprirsi alle loro esigenze, una precisa volontà di recuperarli alla vita corale, all’appartenenza effettiva a quel ‘noi’ di cui ci dice Clarissa, che significa non solo una realistica disponibilità di risorse economiche per rendere accessibili ai sordi tutte le opportunità tecnologiche e comunicative loro necessarie, ma anche una disponibilità degli udenti ad incontrare un modo di essere diverso dal proprio, ma non per questo generato da ‘un dio minore’; disponibilità, quindi, a coglierne la ricchezza e la potenzialità di accrescimento conoscitivo. Un ringraziamento davvero grande, davvero riconoscente ad Anna Maria Farabbi, che non smette mai di fare  atto di vita dell’indicazione capitiniana: ”La mia nascita è quando dico un tu”, andando ad incontrare col suo “personale approccio poetico” “creature in sofferenza”, perché “là dove si crede ci sia un limite, nella rassegnazione di un vuoto mortifero definitivo, spesso giace una vitalità potenziale, un embrione, una vita fetale risvegliabile.”. Anna Maria Farabbi, nella sua collana ‘Signature’ presso Terra d’ulivi, continuando il suo percorso tra donne che nel loro piccolo e nel loro grande hanno ‘segnato’, firmato formato fermato, il tempo del loro esserci, ha dato voce a questa coraggiosa donna sorda. Non solo coraggiosa per essere arrivata a decifrare e superare dolorosissime esperienze, per avere raggiunto la laurea, una vasta cultura, ruoli di responsabilità istituzionali importanti, una progettualità attiva e tenace, ma anche, per me in special modo, per avere caparbiamente preteso a sei anni di suonare il pianoforte. Che è la stessa caparbietà di Anna Maria Farabbi, quando dice a noi, per noi : “Pianto il significato di ‘poiesis’ nella comunità, tutti compresi nessuno escluso.”

Milena Nicolini

 

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Ascoltando il battito cardiaco nella sordità

 

“Ascoltando il battito cardiaco nella sordità”, colloquio con Clarissa Bartolini, Quaderni a cura di Anna Maria Farabbi, Signature- Terra d’ulivi 2019. 

 

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