FINESTRE: IL BRASILE CHE VEDO- Elisabetta Chiacchella

elisabetta chiacchella

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La sensibile Anna Maria Farabbi mi ha invitato a scrivere una specie di racconto a puntate dal Brasile. Il mio viaggio, se tutto andrà bene, durerà dal primo gennaio al primo marzo 2020. Non sarà un viaggio di grandi spostamenti, anzi. Forse ce ne sarà qualcuno, ma si vive giorno per giorno e vedremo quello che sarà. Sarà però un viaggio di ambienti, immagino. Così la serie si chiamerà Finestre: il Brasile che vedo di Elisabetta Chiacchella

 

Dalla finestra del secondo piano

 

Sono a Goiânia, città di più di un milione di abitanti nello stato di Goiás, che comprende la capitale Brasilia. Siamo nel sertão, terra piatta a perdita d’occhio ricca di allevamenti soprattutto bovini. La stagione è quella estiva, cioè piovosa, così la natura trova nei cieli molto mobili e nei rovesci soprattutto notturni un verde di alberi alti, di canti di cicale e di uccelli, di venti che danno sollievo. La casa dove abito non è lontana dal campus universitario, ed è una chácara, un appezzamento di terra grande ma contenuto, con una casa a due piani; ha una veranda spettacolare, tutto è stato progettato da una architetta mia amica, molto italianizzante nei colori e nelle scelte culturali in senso lato. 

Stagione di festa, questa, dei primi giorni dell’anno, e di grande ospitalità. L’ospite più piccola della casa è una bambina di 14 mesi che si chiama Anita. La sua mamma, originaria di Porto Alegre, quindi gaúcha, l’ha chiamata così in onore di Anita Garibaldi, nata proprio nella stessa terra del Sud dove nel tempo si sono stabiliti immigrati italiani, tedeschi, polacchi e in generale europei. Terra di vini, di caldo e di freddo (le temperature invernali lì possono arrivare anche allo zero), terra fra le più sviluppate del Brasile. 

Il tempo si trascorre in casa, comodissimi; la sera si va a camminare in un parco pubblico accanto a un lago che pullula di sportivi e di bambini. La qualità del tempo, piuttosto lento e liberato per noi, permette di girare lo sguardo intorno, nell’attesa di avvistare una scimmietta magari in cerca di cibo, di un avocado ancora verde da staccare da un ramo, per buttarlo a terra aspettando che maturi, poi sarà facile raccoglierlo. 

Sto leggendo due libri, uno italiano pubblicato da Iperborea nel 2019 che si intitola The passenger – Brasile, ed uno in portoghese, una biografia di Clarice Lispector a cura di Benjamin Moser, accuratissima, uscita da Cosac Naify nel 2009.

Arrivano le notizie internazionali: un drone americano nella notte ha ucciso in Iraq un generale iraniano, l’Europa sta col fiato sospeso? Ma quello è affare di dominatori del mondo. Il tropico ha le sue questioni, ed è giusto che il professore che mi ospita pensi all’università con la sua casa editrice da far ripartire e ai materiali edilizi da acquistare per ampliare uno studio di registrazione.

Vorrei non bamboleggiare nel racconto, il rischio dell’esotismo è dietro l’angolo. Ma il riso nel piatto con la carne, il succo di cocomero nel bicchiere durante il pranzo, momento centrale di tutta la giornata (o almoço) e il piccolo mango che addento nel pomeriggio mentre Anita gattona con in bocca le infradito della mamma, fanno parte della cronaca, come la farfalla azzurra entrata dalla finestra aperta, ferma sul mio letto ieri sera.

Elisabetta Chiacchella

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